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Elezioni anticipate: il problema? E' il dopo...

L’imminente campagna elettorale vista dal politologo Paolo Feltrin

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Elezioni anticipate: il problema? E' il dopo...

Difficile pensare a “fantomatiche agende”, in grado di dare “magicamente” una svolta al Paese. Piuttosto, è tempo, per i cosiddetti “corpi intermedi”, per la società civile, per le associazioni di categoria, di volontariato, anche per lo stesso mondo cattolico, di prendersi maggiori responsabilità, di non limitarsi alla “lezioncina”. “Questo è il momento per farlo, o, quanto meno, per prepararsi a farlo”. Il professor Paolo Feltrin, docente di Scienza della Politica all’Università di Trieste, grande esperto di campagne elettorali, flussi, candidature e collegi, mette in secondo piano le “alchimie”, i giochi di partito, le tattiche della campagna elettorale, in vista delle elezioni anticipate del prossimo 25 settembre. La situazione è seria, e “ci sono delle questioni preliminari, di fondo”, che rendono problematica e densa di incognite anche la prossima stagione politica.

“La prima questione - spiega il politologo - è la seguente: contro le aspettative dei decenni scorsi, quando si sosteneva che le elezioni si vincevano al centro, le democrazie si stanno radicalizzando. E’ accaduto negli Usa, con Donald Trump, o nel Regno Unito, con Boris Johnson, mica solo in Polonia e in Ungheria. E’ un fenomeno mondiale, molto complesso, che cerco di semplificare così: c’è un’agenda delle classi dirigenti, responsabili, con la quale si governa, ma non si vincono le elezioni. Vogliamo chiamarla agenda Draghi? Facciamolo pure. E c’è, poi, un’agenda popolare, con la quale non si governa, ma si prendono i voti. E’ successo per Johnson e Trump, per Le Pen e Mélenchon, che solo per un soffio non hanno potuto giocarsi la presidenza della Francia e vinto le elezioni legislative”. In Italia questa tendenza è rafforzata da quello che “ritengo un grave errore - prosegue Feltrin -. La mancata modifica di una legge elettorale, con l’introduzione del proporzionale. Il sistema maggioritario accentua questa radicalizzazione, mal si adatta a questo scenario, non è quello giusto se la politica ha la febbre, anzi rischia di «ammazzare il cavallo». Come si può vedere, è già partita la battaglia a chi spara la promessa più grossa. Questa brutta legge elettorale andava cambiata e c’è chi si pentirà di non averlo fatto”.

Per il politologo, la risposta della politica alla radicalizzazione è stata la soluzione delle “larghe intese”, specialmente in Italia, e lo si è fatto anche con il Governo Draghi. “Ma questa soluzione può funzionare per un momento d’emergenza. Il caso tipico è quello del Regno Unito nel 1944-45. Tutti hanno appoggiato Churchill, perché c’era una guerra da vincere. Ma quella stagione è durata poco”. Venendo all’Italia, “il Governo Draghi aveva il compito di superare l’emergenza Covid e di portare a casa il Pnrr. Poi, però, nel momento in cui si è iniziato a parlare di riforme strutturali, ogni forza politica ha cercato di imporre le sue idee, con una grande divaricazione di posizioni. Draghi lo aveva capito, e, infatti, l’ipotesi di una sua elezione al Quirinale nasceva da lì. L’avvicinarsi della scadenza naturale della legislatura ha fatto il resto, non c’è da stupirsi. Ognuno si è ripreso la sua libertà. A restare con il cerino in mano è stato Enrico Letta con il Pd, perché era il partito meno in difficoltà nell’appoggiare Draghi”.

Cosa, dunque, attendersi? “Il pronostico è chiaro - afferma Feltrin -. Il centrodestra parte in vantaggio. Ma la partita è ancora tutta da giocare, e i conti si fanno alla fine, anche perché ancora non sappiamo quali squadre scenderanno in campo. In ogni caso, alla luce del ragionamento fatto prima, il problema è quello che succede dopo. Si promette di tutto, ma non è detto che non si arrivi alla stessa situazione del 2018, e quindi alla necessità di coalizioni che tradiscano l’impianto maggioritario. Come spiegavo, con una sorta di agenda del popolo, si possono vincere le elezioni, ma poi bisogna governare responsabilmente, ci sono i vincoli di bilancio, l’Europa, le alleanze… Per esempio, oggi la maggioranza degli italiani è contro l’invio di armi all’Ucraina. Ma la popolazione che esprime questa opinione non è consapevole che abbiamo dei vincoli derivanti dalle alleanze”. Il docente non appare particolarmente convinto del possibile ruolo che potrebbe giocare Mario Draghi, o meglio la sua “agenda”, che verrebbe portata avanti da un’alleanza tra Pd e centristi: “La domanda è sempre quella: quanto «popolo» hanno con loro? E’ vero, gli imprenditori erano con il Governo e non volevano le elezioni, ma non sono il popolo, sono classe dirigente privata. Non mi pare che gli indici di popolarità di Draghi, considerato che guidava un Governo di unità nazionale, fossero spettacolari”.

Si affaccia, qui, secondo Feltrin la seconda grande questione “di sistema”: “Che ne è dei partiti? Non ci sono più, si può iniziare a ricostruire qualcosa che gli assomigli, qualcosa che disciplini il popolo? I partiti sono nati per questo, nell’Ottocento, dai vari mondi culturali. Ecco perché mi chiedo se l’unico rimedio non possano essere quei corpi intermedi quel tessuto di associazioni di categoria, sindacati, volontariato, terzo settore, che sono stati toccati solo relativamente dalla crisi dei partiti. Qui c’è anche il cosiddetto mondo cattolico. Mi chiedo: tutti questi soggetti non potrebbero assumersi la responsabilità di dare una mano alla politica, come del resto è accaduto storicamente? Bisogna andare al di là della bella lezioncina”. Certo, se si guarda alla campagna elettorale i tempi sono stretti, si può obiettare: “Ma il tempo è adesso, o quanto meno occorre prepararsi. Il rischio è che si ripeta il caso del 1992-93, quando la società civile dovette in tutta fretta prendere il posto di un sistema di partiti che implodeva”.
La domanda, insomma, non è “chi vincerà le elezioni”, ma come si supera una vera e propria “crisi di sistema”.

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