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Elezioni: il punto politico

A vincere è l'astensione, ma intanto il Veneto torna a essere "multicolore"

Parole chiave: elezioni (347), politica (69), comunali (63), amministrative (50), referendum (106)
Elezioni: il punto politico

Vale la pena di ripeterlo sempre e in tutti i modi, di fronte alle reazioni degli esponenti politici e pure di qualche commentatore: le elezioni politiche e quelle amministrative sono due competizioni completamente diverse. E questo per vari motivi: il contesto locale in cui avvengono le seconde e, dunque, l’importanza dei candidati rispetto allo schieramento di appartenenza; la base elettorale diversa (alle Politiche si reca ai seggi una percentuale maggiore di elettori e alle Comunali non votano i residenti all’estero); la presenza di moltissime liste civiche e “del sindaco”, con una oggettiva frammentazione e riduzione dei consensi a tutti i principali partiti nazionali.

In ogni caso, le elezioni comunali di domenica scorsa, che si tenevano in contemporanea ai cinque (falliti) referendum sulla Giustizia, erano attese perché si trattava di una delle ultime “prove generali” prima delle elezioni politiche del prossimo anno. Un modo per stilare un’ipotetica griglia di partenza, consapevoli che il Gran premio, come sanno bene alla Ferrari, è cosa ben diversa dalle prove. Ciò valeva, in modo particolare, per il Veneto. Nella nostra regione si votava in tre capoluoghi (Padova, Verona e Belluno) e in molti altri Comuni.

Quali sono, allora, le principali conclusioni che si possono trarre da questa tornata elettorale, sia a livello nazionale che locale?

La tendenza nazionale ha emesso alcuni verdetti importanti, che in gran parte valgono anche per il contesto locale.

Astensioni record
In primo luogo, il nuovo record di astensioni. Moltissimi sindaci sono stati eletti da una percentuale di elettori inferiore al 50%. Quello che fino a qualche anno fa era dipinto come un “calo fisiologico”, assume ora i toni di una voragine e di una oggettiva sconfitta per la democrazia partecipativa. Tutti, a urne aperte, se ne dolgono, compresi i vincitori, ma poi si fa poco o nulla per invertire la tendenza. Va notato che la disaffezione coinvolge anche un tipo di elezione, quella per i sindaci, che è certamente sentita meno importante rispetto all’appuntamento nazionale, ma è comunque quella più vicina ai cittadini. Si potrebbe aggiungere che la perduta abitudine a incontrarsi, a causa della pandemia, ha influito sui pochissimi dibattiti e “faccia a faccia” che sono stati promossi in campagna elettorale. Anche le elezioni locali si sono svolte prevalentemente sui social.
Un’altra conclusione è che a vincere, in moltissimi casi, sono i sindaci uscenti, anche con percentuali bulgare (a livello locale abbiamo il caso di Padova, ma anche quelli di Santa Maria di Sala, Marcon, Silea, Resana, Tarzo). Vince la continuità, più di altre volte. In occasioni di recenti consultazioni elettorali, il prof. Paolo Feltrin ha parlato di “ex voto laico”. I cittadini premiano coloro che li hanno guidati durante il periodo difficile della pandemia.

La crisi di M5S e Lega
Poi, certo, ci sono alcune (non definite) tendenze politiche. Le più evidenti sono: il crollo, in tutto il Paese, del Movimento 5 Stelle, la confermata crisi della Lega a trazione salviniana e, contemporaneamente, l’ascesa, anche al Nord, di Fratelli d’Italia; la tenuta complessiva, in una prospettiva che torna a essere chiaramente bipolare, delle due coalizioni, che però risultano essere ancora un cantiere aperto.
Ha una bella faccia tosta, Giuseppe Conte, ad affermare che per il M5S il voto comunale è sempre stato difficile. Non è così, dato che in anni non lontanissimi il movimento ha vinto a Roma e a Torino, prima ancora a Parma e a Livorno. In Veneto ci fu l’exploit di Mira. In ogni caso, impressiona il fatto che il movimento politico che ha la maggioranza relativa dei parlamentari sia, di fatto, assente sui territori, dopo aver per anni preteso di insegnare come si rigenera “dal basso” la democrazia.
E ha una bella faccia tosta, Matteo Salvini, a dirsi contento per le vittorie del centrodestra, dopo che la Lega ha riportato le seguenti percentuali: Padova 7,3%, Verona 6,6%, Genova 6,8%, Palermo 5,1%, Parma 4,2%. Potremmo aggiungere: Mirano 9,51%, Jesolo 9,98%. Partito nazionale addio, Ma anche il “partito del nord” non se la passa molto bene, dato che in molti casi Giorgia Meloni può festeggiare per lo storio sorpasso di Fratelli d’Italia.
Tutti concordano che le due forze in “pole position” sono ora Partito democratico a sinistra, e Fratelli d’Italia a destra. Ma non si sa ancora come le coalizioni (necessarie per l’attuale legge elettorale in parte maggioritaria, che difficilmente si cambierà, anche se non è impossibile) si presenteranno alle elezioni politiche. In ogni caso, il ballottaggio (pensiamo a Verona) dirà qualcosa in più sul “vincitore” di questa tornata.

Le sorprese del voto locale
Torniamo allo scenario locale. La storia delle elezioni comunali è contrassegnata da un Veneto “multicolore”, con vistose eccezioni all’egemonia, comunque indiscutibile, del centrodestra e in particolare della Lega. Negli ultimi anni, a partire dalle amministrative del 2019, il Veneto, però, stava diventando tutto “verde”, anche a livello di elezioni locali, così come accade per le politiche e le regionali. Le elezioni di domenica scorsa segnano, invece, decisamente, un ritorno a un Veneto “multicolore”, in due direzioni: la Lega deve fare attenzione alla concorrenza interna, nel centrodestra, e contemporaneamente le liste di centrosinistra e civiche ottengono importanti affermazioni. Così, una città di destra come Verona diventa “scalabile” per il centrosinistra, con il risultato a sorpresa di Damiano Tommasi; la Lega non riesce a conquistare nuovi municipi (l’eccezione, parziale, trattandosi di una civica trasversale, è Breda di Piave con Luca Mosole), e anzi perde alcuni feudi in Sinistra Piave e nel Vittoriese (clamorosa la vittoria di Maurina Sessolo a Fontanelle, meno sorprendente il ritorno di Maria Rosa Barazza a Cappella Maggiore); Fratelli d’Italia supera la Lega nei voti di lista a Mirano e a Santa Maria di Sala, e ottiene buoni risultati anche nelle civiche dei piccoli Comuni; spesso, i candidati vincenti di centrodestra non sono targati Lega (da Possagno a Susegana, fino a Zenson di Piave); hanno successo liste che uniscono il centrosinistra e “pezzi di centrodestra” (vedi le vittorie di Rossella Cendron a Silea e di Franco Bonesso a Trevignano), o civiche “autentiche”, come accade a Casale sul Sile dove Stefania Golisciani, in scia all’uscente Stefano Giuliato, sbaraglia il candidato sostenuto sia dai partiti di destra che di sinistra. Tutto torna in gioco, ma la vera sfida è far tornare i cittadini a partecipare alla “cosa pubblica”.

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