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Emergenza profughi dall'Ucraina: il volto accogliente dell'Europa

Laura Stopponi, di Caritas italiana, ci aggiorna sulla situazione

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Emergenza profughi dall'Ucraina: il volto accogliente dell'Europa

Le forti posizioni anti-immigrati espresse dal Gruppo di Visegrád (Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia) fino a qualche settimana fa verso i profughi afghani, che bussavano alle porte dell’Europa dalla Bielorussia, sembrano di colpo cancellate. La repentina evoluzione dell’invasione russa della vicina Ucraina ha determinato un radicale cambio di passo dei Governi polacco e ungherese. Per non dimenticare la storia, vale la pena ricordare di come poco meno di un anno fa la Corte di Giustizia europea avesse condannato Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca per essersi rifiutate di accettare il meccanismo temporaneo di ricollocazione dei richiedenti asilo creato nel 2015!
In queste ore concitate sul campo e a livello diplomatico, c’è un susseguirsi di dati sul numero di ucraini che hanno già varcato i confini e di quanti si sono spostati internamente in aree più sicure. I primi dati delle ong presenti sul campo parlano di almeno 2 milioni di persone che hanno lasciato le proprie case e di queste circa mezzo milione avrebbe già lasciato il proprio Paese.
Nei prossimi giorni è facile prevedere che gli arrivi si intensificheranno: la comunità ucraina in Italia, composta da 250 mila persone, è considerata la più grande d’Europa occidentale.
Per avere un quadro di quanto sta accadendo, abbiamo raggiunto Laura Stopponi, responsabile ufficio Europa di Caritas italiana.

Qual è la situazione migratoria in Ucraina?
In queste ore concitate non ci sono dati univoci, anche se il flusso migratorio specie dalle città sotto assedio è significativo. Alcune stime indicano in più di due milioni gli ucraini che hanno lasciato le loro case in cerca di un posto più sicuro.

Quali le direttrici principali?
La direttrice principale verso l’Europa è quella occidentale che passa per la città di Leopoli. Le persone si stanno indirizzando in particolare verso la Polonia, dove si stima siano arrivate 120-150 mila persone. I numeri sono molto vari perché cambiano di ora in ora. Si registrano flussi anche verso la Slovacchia e l’Ungheria. Risultano sotto pressione nel fronte sud-occidentale Moldavia e Romania, dove si dirigono quanti provengono dalle zone di guerra lungo il Mar Nero. Le informazioni dal fronte orientale, cioè delle persone fuggite dal Donbass, sono molto scarse in quanto i russi avevano già provveduto a fare evacuare gran parte delle persone verso la regione russa di Rostov prima dell’inizio dei combattimenti.

I Paesi del Gruppo di Visegrad, che più volte si sono dimostrati “ostili” all’accoglienza dei migranti siriani e afghani, sono quelli più coinvolti dall’arrivo dei profughi ucraini. Come si stanno muovendo?
L’accoglienza in questi paesi è massima. In tutti questi paesi le Conferenze episcopali hanno mobilitato le Caritas, che hanno messo a disposizione strutture e generi di prima necessità. Altrettanto è avvenuto da parte delle autorità civili che hanno messo a disposizione centri di accoglienza, personale e mezzi per prestare i primi soccorsi alle persone che arrivano. Per vicinanza culturale e geografica, il conflitto in corso ha determinato un cambio di passo in questi Paesi. Se fino a qualche mese fa si parlava di profughi siriani e afghani respinti agli stessi confini, anche brutalmente con filo spinato ed esercito, adesso sembra che questi profughi siano diversi dagli altri. Nelle regioni di Lublino e della Precarpazia, al confine polacco-ucraino (ndr, tra le più povere della Polonia), lungo la direttrice che collega Leopoli alla Polonia, sono stati allestiti diversi centri di accoglienza. In questi giorni sta nevicando e quindi la situazione diventa più difficile da gestire.

Dalle parrocchie chiedono di poter raccogliere cibo e indumenti da inviare in Ucraina, ma i trasporti sono interrotti. E’ prematura questa forma di vicinanza?
Queste raccolte sono da sconsigliare. A ogni emergenza diamo questa indicazione per diverse ragioni. Raccogliere i beni qua significa innanzitutto avere contezza di ciò che effettivamente serve lì. Dal momento che ci si organizza, si raccoglie, si invia il materiale passano giorni e i bisogni cambiano. Inoltre ci sono problemi di logistica e costi nei trasporti, quando invece può essere molto più semplice comprarlo sul posto oppure nelle zone più vicine in modo da aiutare le economie locali, riducendo al minimo i trasporti e i tempi di arrivo a destino. Spesso succede che non vengono selezionate le cose che si mandano e ora ci si trova di fronte anche alla necessità di sanificare ciò che si spedisce, per evitare di trasmettere ulteriormente la pandemia da Covid. Questioni che rendono ancor più sconsigliabile questo tipo di attività. Raccogliere fondi non è perciò meno “importante” di raccogliere viveri, ma consente di essere più vicini ai bisogni delle persone attraverso le Caritas sul posto o le altre realtà presenti che meglio di noi conoscono gli effettivi bisogni che di giorno in giorno si presentano. C’è poi un altro rischio non trascurabile, che gli aiuti spediti finiscano nelle mani sbagliate!

Quali indicazioni si sente di dare a nome di Caritas italiana per gli aiuti?
L’indicazione in questa fase è quella di raccogliere fondi attraverso le Caritas diocesane. E’ importante che al contempo ci sia all’interno delle nostre comunità una riflessione significativa sulle cause di questa guerra, perché ci riarmiamo in un’Europa che dovrebbe essere un’Europa di pace? E’ importante anche stare vicini alle persone ucraine che abitano all’interno delle nostre comunità. L’altro grande tema che ci si sta ponendo è l’accoglienza dei profughi in Italia, tema che pone tutta una serie di questioni (ndr, corridoi umanitari, permessi temporanei, numero di persone ospitate) con le istituzioni e con le risorse che verranno messe a disposizione.

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