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Enigma Bettino: Gennaro Acquaviva racconta Craxi a vent'anni dalla morte

Senatore per due legislature, Acquaviva è stato amico e fedele consigliere di Craxi, l’ufficiale di collegamento con il Vaticano e il mondo cattolico, uomo chiave nelle trattative per il nuovo Concordato. Non tace limiti ed errori, anche se ritiene che alla fine abbia “pagato lui per tutti". Dove ha sbagliato? “Non è riuscito a portare a termine la riforma che aveva avviato, è rimasto nella palude. Però è stato il leader che più ha influito sulla politica italiana nell’ultima fase della cosiddetta Prima repubblica”.

Enigma Bettino: Gennaro Acquaviva racconta Craxi a vent'anni dalla morte

Statista o latitante? Grande riformatore o capo di una “banda di ladri”? Un idealista generoso o un arrogante uomo di potere? Si è detto e scritto di tutto su Bettino Craxi, segretario del Partito socialista italiano dal 1976 al 1992, presidente del Consiglio dal 1983 al 1987, travolto dal ciclone Tangentopoli e dalle inchieste del pool “Mani pulite”, morto ad Hammamet, in Tunisia, dove era riparato per sottrarsi alla giustizia, proprio vent’anni fa, il 19 gennaio 2000. Il dibattito si è riacceso in questi giorni, in coincidenza dell’anniversario della morte e dell’uscita del film “Hammamet” (vedi articolo sotto a destra).

“E’ un dibattito che mi interessa poco - ci dice al telefono Gennaro Acquaviva, presidente della Fondazione Socialismo -. Non mi associo al vociare di questi giorni”.

Acquaviva ricorda con piacere alcuni trascorsi trevigiani: “Mio cognato, Gino Filippetto, che aveva sposato mia sorella Rachele (si erano conosciuti attraverso Tina Anselmi, ndr) era di Castelfranco Veneto e lì ho fatto anche una campagna elettorale”. E’ autore di numerosi studi sulla storia del Partito socialista in Italia. Senatore per due legislature, è stato amico e fedele consigliere di Craxi, l’ufficiale di collegamento con il Vaticano e il mondo cattolico, uomo chiave nelle trattative per il nuovo Concordato. Non tace limiti ed errori, anche se ritiene che alla fine abbia “pagato lui per tutti, e questa è stata un’ingiustizia”. Dove ha sbagliato? “Non è riuscito a portare a termine la riforma che aveva avviato, è rimasto nella palude. Però è stato il leader che più ha influito sulla politica italiana nell’ultima fase della cosiddetta Prima repubblica”.

Acquaviva aveva conosciuto Bettino Craxi nel 1972: “Io venivo dalle Acli di Livio Labor e dalla fallimentare esperienza del Movimento politico dei lavoratori. Eravamo confluiti nel Psi, mettendo fine all’unità politica dei cattolici. Ed ero diventato dipendente del partito. Incrociai Craxi, che allora non contava nulla. Era in minoranza, faceva parte della corrente nenniana, mentre in quel momento il Partito era in mano alla componente laico-massonica di De Martino”. Il giovane Bettino “si prese” subito con Acquaviva. “Lui era curioso rispetto al mondo cattolico. Aveva studiato dai preti, per un momento aveva perfino pensato di entrare in Seminario. Certo, era non credente, ma poi, da segretario del partito, mi chiedeva sempre del mondo cattolico. Era convinto che la spiritualità fosse un elemento positivo per la laicità di una nazione, che senza i preti e la Chiesa l’Italia non andasse avanti, altrimenti il Paese si sarebbe disgregato e avrebbe preso una piega individualista. Per questo fa il Concordato in quella maniera”. Con Giovanni Paolo II ebbe rapporti altalenanti: “Nel 1981, in piena campagna sull’aborto, poco prima dell’attentato, lo attaccò frontalmente. Successe il finimondo”. Successivamente, non si può parlare di un vero e proprio riavvicinamento alla fede: “Però è stato sepolto con in mano il rosario donato dal Papa, attraverso il cardinale Sodano, che la figlia Stefania aveva interpellato, nel tentativo di farlo tornare in Italia”.

Politicamente, secondo Acquaviva, Craxi fu un vero leader: “Nel 1976 diventa segretario di un partito moribondo, schiacciato dal compromesso storico. Il momento decisivo è il 1979, grazie alla politica internazionale. Torna la Guerra fredda, gli Usa decidono che solo l’Italia può installare gli euromissili. L’appoggio di Craxi nella scelta fu fondamentale, e la sua leadership svoltò”. Poi, l’ascesa, il Governo, il tentativo di modernizzazione della sinistra, l’orgoglio antiamericano a Sigonella, la politica estera in tandem con Andreotti, “che fu davvero un suo sodale, la loro fu un’alleanza solida”, dice Acquaviva. Ma qualcosa di inceppa: “Sembra una tautologia, ma è così. Ha perso perché non ha vinto. Nel 1987, alle Politiche, ha guadagnato troppo poco, dovevamo prendere il 20%. E’ lì che entra la corruzione. Cala la tensione tra i dirigenti di partito. Non erano dei santi, e non avevano neppure alle spalle i valori dei democristiani e dei comunisti”. Dal 1987 “inizia una fase di decadenza, anche personale e spirituale, non mise più a fuoco la situazione. Tra l’altro, lui era un pessimista, per natura e fu avvolto in questa spirale”. Siamo arrivati agli ultimi anni: “Era terrorizzato di andare in carcere e fare la fine di Sindona, di morire avvelenato con un caffè. Forse esagerava. Si tentò di farlo tornare, poco prima della morte, il presidente del Consiglio era D’Alema. Ma i tentativi cozzarono contro la volontà della magistratura”.

Bruno Desidera

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