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Enti locali, la trappola dei derivati

I contratti erano proposti da prestigiosissime banche mondiali, come Morgan Stanley, Deutsche Bank, Nomura, Goldman Sachs, Jp Morgan, Ubs, Bofa-Merrill Lynch, e da grandi banche italiane come la Bnl e Intesa.Comuni, oppure Regioni, Province o Stato centrale - sì, perché anche questi Enti non hanno resistito al fascino dei derivati - scommettevano che gli interessi sarebbero saliti e che la differenza da pagare se la sarebbe accollata la banca. In realtà, gli interessi non sono mai saliti oltre il 3 per cento, anzi sono scesi sotto la soglia minima, e così a pagare è stata sempre la parte pubblica. Una sentenza della Cassazione, però, riapre la partita.

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Enti locali, la trappola dei derivati

Fare il sindaco con le casse vuote? Candidarsi in un Comune che ha sottoscritto debiti per milioni di euro fino al 2030 e oltre è possibile? Pochi lo fanno o forse si candidano non sapendo come stanno esattamente le cose. Di certo, negli ultimi anni è diventato sempre più difficile trovare candidati alla carica di primo cittadino, proprio perché ci si rendeva conto di assumersi la responsabilità di un gran carico di debiti. Tutto questo sia per i mutui necessari per costruire scuole o impianti publici, sia perché il Comune aveva dato spazio alla finanza creativa, era diventato investitore e giocatore, egli stesso, al tavolo della finanza mondiale.

 

Il “gioco” delle banche

Come è potuto avvenire tutto questo? Grazie ai cosiddetti “derivati”: contratti complicati e misteriosi sul piano finanziario, di cui tecnici comunali o sindaci forse capivano molto poco. Erano proposti da prestigiosissime banche mondiali, come Morgan Stanley, Deutsche Bank, Nomura, Goldman Sachs, Jp Morgan, Ubs, Bofa-Merrill Lynch, e da grandi banche italiane come la Bnl e Intesa. In pratica, Comuni, oppure Regioni, Province o Stato centrale - sì, perché anche questi Enti non hanno resistito al fascino dei derivati - scommettevano che gli interessi sarebbero saliti e che la differenza da pagare se la sarebbe accollata la banca. In realtà, gli interessi non sono mai saliti oltre il 3 per cento, anzi sono scesi sotto la soglia minima, e così a pagare è stata sempre la parte pubblica. Un giochetto che però non è sembrato né trasparente, né corretto alla Corte di Cassazione, che il 12 maggio scorso ha dato ragione in via definitiva al Comune di Cattolica contro la Bnl, che pretendeva i salati interessi di un “derivato”. Una sentenza che potrebbe mettere all’angolo le banche e consentire ai Comuni di recuperare, o di non pagare, centinaia di milioni di surplus di interessi.

Dal 2014 lo Stato ha vietato i derivati e così molti Enti hanno cercato di uscirne per evitare di pagare ancora. Così è stato per Santa Maria di Sala, che ci è riuscita a costi accettabili, cosi è stato per il Comune di Venezia, che si è liberato del prestito obbligazionario “Canaletto” stipulato nel 2002: non si sa come abbia chiuso l’accordo, ma comunque Venezia chiedeva alla banca d’affari statunitense Fincon quasi sei milioni di risarcimento. Verona è ancora indebitata per più di 30 milioni di euro e Padova ha anch’essa un problema di derivati. Vittorio Veneto ha fatto causa a Intesa San Paolo, banca contro la quale ha già vinto il Comune di Mogliano Veneto.

 

Buchi di bilancio

I buchi però sono ancora enormi, 149 Enti locali devono alle banche italiane circa un miliardo di euro, mentre lo Stato centrale 36 miliardi di euro, senza contare 90mila imprese private coinvolte in questo “gioco delle tre carte” della finanza creativa.

Erano operazioni particolarmente allettanti in campagna elettorale, perché permettevano di chiudere “buchi” di bilancio, avendo liquidità immediata, e poi lasciavano all’eventuale successore o successori alla guida del Comune, Provincia o Regione, l’onere di ricoprire il debito in trent’anni. Negli ultimi dieci anni se ne sono andati, con queste acrobazie finanziarie, circa 40 miliardi di interessi, pagati con le tasse dei cittadini. La Corte di Cassazione ha affermato che gli Enti locali non possono scommettere sui tassi, che devono essere trasparenti i rischi, i costi occulti devono essere indicati chiaramente prima della firma e che il Consiglio comunale e non solo la Giunta deve approvare la sottoscrizione.

 

Come uscirne

Con la legislazione attuale non si può più fare questo, perché è consentito sottoscrivere debiti solo per la durata del bene che si va a realizzare. Ad esempio, se con un prestito finanzio un marciapiede, che prevedo duri senza dover essere rifatto per 10 anni, il mutuo eventualmente sottoscritto non dovrà superare quel limite. In Veneto restano ancora 16 gli Enti locali legati ai “derivati”, si calcola che sono in grado di generare perdite per altri 117 milioni. Molti sono stati costretti a liquidare una somma alle banche, pur di rescindere il contratto. Ora, però, con la sentenza della Cassazione si apre la strada al recupero delle somme pagate per estinguere i contratti. Si deve ricordare che nel 2008 una delle tre Province venete implicate nei derivati dichiarava perdite, e così 34 dei 62 Comuni coinvolti: allora negli Enti veneti più grandi si stimavano perdite per 7,92 milioni di euro. Meglio uscirne e in fretta.

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