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Famiglie senza medici

Non ci sono più medici di medicina generale. In Veneto, oggi, solo il 40% di questi incarichi è stato assegnato. Ogni curante, in provincia di Treviso, ha in media 1.569 pazienti, tra le cause della situazione anche lo stop alle medicine di gruppo e integrate. Ne parliamo con il dottor Brunello Gorini, segretario Fimmg Treviso

Parole chiave: medici (113), medici di famiglia (7), regione veneto (240), medicina generale (4)
Famiglie senza medici

Non ci sono più medici di famiglia: in Italia, nel 2028, la crisi diventerà così grave che ne mancheranno 23 mila. Sono il primo interfaccia tra il cittadino e il sistema sanitario, il primo passo per la diagnosi e l’individuazione della cura. Ci rechiamo da loro per il certificato di astensione dal lavoro, per i più diversi controlli sanitari, per le ricette di cui abbiamo bisogno, soprattutto abbiamo bisogno di loro ai primi sintomi di una qualsiasi patologia. Impossibile rinunciare a questa figura, che il sistema sanitario dovrebbe garantire a tutti i cittadini.

Invece è allarme nel Veneto, come del resto in tutta Italia: a gennaio la giunta Zaia stimava la mancanza di 561 medici di medicina generale e di 522 medici di continuità assistenziale (coloro che gestiscono le guardie mediche h24). Oggi solo il 40 per cento di questi incarichi è stato assegnato.
Il sindacato pensionati italiani Cgil di Treviso, grazie al lavoro del suo centro studi, curato da Anna Rita Contessotto, ha realizzato un’indagine da cui emerge una criticità grave e ormai storica per l’Ulss 2 Marca trevigiana. Dal 2011 a oggi, nel Trevigiano, si sono persi 185 medici di medicina generale, l’ultimo dato parla della mancanza, nell’Ulss 2, di 76 unità. Quelli in servizio hanno mediamente più di 52 anni. La fotografia, a marzo 2022, mostra uno scenario dove le zone carenti sono state coperte solo per il 52 per cento.

Così, sale il numero di assistiti per medico di famiglia, a Treviso la media è di 1.569 , in linea con la media del Veneto ma, quasi quindici punti in più rispetto alla media nazionale.
Nel Veneto si registra il sostanziale blocco del Piano socio sanitario che prevedeva entro il 2016 la diffusione delle Medicine di gruppo integrate. La medicina di gruppo consente di costituire sul territorio dei piccoli policlinici, che funzionano dalla mattina alle 8 alla 20 con medico e infermiere, aggregando quattro o cinque professionisti. Lo stop imposto dalla direzione dell’Azienda zero del Veneto ha posto le basi per la crisi attuale.

Nel Trevigiano, attualmente, le medicine di gruppo integrate costituiscono solo 14 per cento del totale, il 36 per cento sono medicine di gruppo, il 32 medicine di rete, il 3 per cento “in associazione”, infine 53 medici sono strutturati in forma singola, ovvero il 15 per cento. Il trend è quello del calo delle associazioni e delle forme singole, per le medicine di gruppo il passo è ancora lento.

Disperata anche la situazione delle guardie mediche dell’Ulss 2. Ci sono 14 sedi di continuità assistenziale, in cui lavorano 148 medici, di questi solo 14 sono titolari, tutto il resto, 134, il 90 per cento, sono provvisori.

Gorini, Fimmg: “Processo virtuoso bloccato dalla Regione. Quanto sta accadendo era ampiamente prevedibile”

“Sono buon testimone. Proprio dalla Federazione medici di medicina generale (Fimmg) di Treviso, attorno al 2000, era partita la previsione della gobba pensionistica dei medici di medicina di famiglia. Era un calcolo facile. Così, 19 anni fa, abbiamo cominciato a chiedere l’aumento delle borse per gli specializzandi. La Regione rispose che il problema era inesistente, che le nostre erano speculazioni”.

Il dottor Brunello Gorini, medico, segretario storico della Fimmg di Treviso addita la Regione come principale responsabile della situazione attuale: “La pandemia, con il grande stress lavorativo che ha comportato, ha spinto molti medici di famiglia ad andare in pensione con l’avvicinarsi dei settant’anni. Durante la pandemia eravamo l’unica struttura sanitaria sempre aperta, eravamo strategici”.

Oggi, però, questa professione sconta una scarsa considerazione da parte dei giovani medici, la scuola regionale di formazione specifica in Medicina generale, a Montecchio Precalcino, è frequentata da coloro che non riescono a entrare in specialità all’università. Le borse di studio per questa scuola hanno una consistenza che è la metà di quelle delle specialistiche universitarie. “La scuola fu istituita sulla base di una direttiva europea degli anni 90 e si decise di affidarla ai medici di famiglia che già praticavano questa specialità. Il corso fu affidato alle Regioni e non alle Università. Oggi, purtroppo, in Veneto, a dirigere la scuola non c’è un medico titolato, ma un semplice amministrativo”.

In questi mesi, sul campo, la Regione manda anche i medici neolaureati che hanno appena iniziato la scuola. “Sbagliatissimo. Lei si farebbe operare da uno specialista che non ha ancora fatto un’ora di lezione ed è solo entrato in specialità? Diamo la patente di guida a chi semplicemente si è iscritto alla scuola guida? Temo che si sia creata ad arte la carenza di specializzandi in medicina generale, per portare le società di capitale a gestire questo settore. Presto potremo vedere cooperative, società che prendono in appalto la medicina di famiglia e la gestiscono con medici non specializzati. Temo che sempre meno si frequenterà la scuola e la specialità verrà acquisita senza troppi impegni formativi”.

Sembra non abbia funzionato il sistema della medicina di gruppo. “Se avessimo completato in Veneto la medicina di gruppo, la batosta del Covid non sarebbe stata così pesante. Fu avviata nel 2012 con 25 milioni di euro. Si costituirono le associazioni, in cui i medici condividono lo studio, le medicine di rete in cui, tramite computer, un gruppo di medici può vedere le cartelle dei pazienti dei colleghi, si formarono dei gruppi e soprattutto si costituirono le medicine di gruppo integrate, quasi dei piccoli ospedali dove tutto il giorno si trova medico e infermiere. Poi i finanziamenti si sono fermati. Fu il dottor Domenico Mantoan, ex direttore generale della sanità veneta, a bloccare questo processo virtuoso”.

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