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Giovani, è il tempo delle domande vere

La pandemia sta interpellando a fondo le nuove generazioni. Ce lo assicura Paola Bignardi, che, a partire da dieci focus group, ha curato con don Stefano Didonè il libro "Niente sarà più come prima", che sarà presentato il 14 maggio

Giovani, è il tempo delle domande vere

“Niente sarà più come prima” è una frase che ormai abbiamo sentito ripetere tante volte. Eppure essa conserva una particolare verità se riferita ai giovani, che in questi mesi di pandemia si sono sentiti privati di tante cose e interpellati con una profondità forse mai sperimentata sul senso della vita.

“Niente sarà più come prima” è anche il titolo di un volume curato dalla pedagogista Paola Bignardi, coordinatrice dell’Osservatorio Giovani dell’istituto Giuseppe Toniolo di Studi superiori, e da don Stefano Didonè, sacerdote della nostra diocesi e docente alla Facoltà teologica del Triveneto. Il libro, edito da Vita e Pensiero, sarà presentato venerdì 14 maggio alle ore 18 al centro universitario di Padova, in via Zabarella (ci sarà anche la diretta Facebook sulla pagina della Facoltà teologica).

Il punto di partenza del libro è costituito dai dieci focus group che hanno coinvolto diversi giovani, sui temi della pandemia, del senso dell’esistenza, della sofferenza e della morte, del rapporto con la fede. Oltre ai contributi dei curatori, nel libro ci sono ulteriori approfondimenti e commenti, affidati a docenti ed esperti con varie competenze. Su questo studio abbiamo intervistato Paola Bignardi.

In cosa e in che modo, alla luce dell’indagine qui presentata, la pandemia interpella soprattutto le giovani generazioni?

La pandemia costituisce un evento che ha sorpreso drammaticamente tutti, a maggior ragioni le giovani generazioni che forse non hanno ancora avuto occasione di confrontarsi con il limite, la sofferenza, la morte. Il contesto in cui viviamo cerca di oscurare tutte le dimensioni deboli della vita; e quando queste si presentano risulta molto difficile reagire, per tutti e particolarmente per i più giovani. Tuttavia, proprio nella sua drammaticità, l’esperienza della pandemia ha costretto a porsi interrogativi che diversamente non si sarebbero affacciati. I giovani si siano posti domande di fondo, a differenza degli adulti che mi pare si siano chiesti soprattutto come difendersi dal virus e quali gli effetti materiali di esso. Non che questi non siano interrogativi gravi! I giovani mi pare che siano riusciti ad andare anche al di là di essi, senza prescinderne.

Anche la dimensione della fede è in qualche modo sollecitata? In che modo?

Più che la fede, ad essere sollecitata da questa pandemia è la vita, la nuova consapevolezza della sua fragilità, il senso che essa ha. Qualche giovane, nelle interviste che hanno condotto al volume in questione, dichiara di non essersi mai posto prima la domanda sul senso della vita; nelle settimane del lockdown si è trovato di fronte ad essa e ha capito che interrogarsi sulla vita è un processo mai compiuto al quale è importante non sottrarsi.

A che condizioni quindi l’attuale situazione può diventare una chance nel rapporto tra giovani e fede?

La fede, oggi più che mai, ha bisogno di persone che si pongano delle domande. I percorsi della fede, per i giovani di oggi, non sono né scontati né, tanto meno, lineari. Questo potrebbe sembrare uno svantaggio, in effetti mi pare che sia una condizione perché si realizzi quel processo di personalizzazione della fede che è dentro un modo di pensare alla propria vita in maniera consapevole e libera. E’ un itinerario complesso e rischioso ma che tuttavia permette di giungere a un’esperienza di fede meno basata sulle abitudini e sulle tradizioni e maggiormente fondata su ragioni proprie, spesso sofferte e raggiunte passando attraverso il crogiolo delle grandi domande della vita umana. Il Covid costituisce uno di quegli inceppi esistenziali che costringe a fermarsi, a chiedersi perché. L’inquietudine, come insegna sant’Agostino, è una possibile porta per la fede.

Il Covid porta in primo piano le dimensioni della morte, della sofferenza e della fragilità. Come le nuove generazioni stanno vivendo tutto questo?

L’esperienza della morte, vissuta quasi in diretta, come fenomeno che i media hanno permesso di conoscere anche nei suoi risvolti più drammatici della solitudine e dell’abbandono, è ciò che ha maggiormente colpito i giovani. E li ha quasi sorpresi, svegliando in loro la consapevolezza della loro stessa vulnerabilità. La coscienza della precarietà della vita ha portato molti di loro a considerare in modo diverso il valore della loro esistenza, a rivedere le proprie priorità. Quando la vita è appesa a un filo, si capisce che i propri progetti possono essere solo quelli seri e che ha valore una vita non chiusa su se stessa ma aperta agli altri in una prospettiva di solidarietà.

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