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Giustizia riparativa: il nuovo concetto inserito nella riforma dell'ordinamento penale

L'intervista alla psicologa dell'Istituto penale per minorenni di Treviso Maria Luisa Bonaveno: “Crea un diverso approccio antropologico da incarnare nel quotidiano, mette in gioco un fattore umano, un senso di empatia e di comunità. Può costruire un ponte fra l’interno e l’esterno del carcere”

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Giovani in carcere

Con la riforma della giustizia penale voluta dalla ministra Marta Cartabia e approvata in Senato in via definitiva lo scorso 23 settembre, si introduce nell’ordinamento italiano un nuovo concetto di giustizia: al fianco della giustizia retributiva e rieducativa viene posta quella riparativa.
Sull’argomento, nel mese di ottobre, la sanità penitenziaria dell’Ulss 2 di Treviso, con il responsabile dottor Massimo Fornaini e il direttore del Distretto Treviso Sud dottor Maurizio Sforzi, ha organizzato due giornate di approfondimento con il formatore Filippo Vannoncini, mediatore penale. Le giornate, che si sono svolte negli ambienti del Seminario vescovile, erano dedicate a tutto il personale che gravita attorno al mondo del carcere, sia per adulti che per minorenni. Per fare un po’ di chiarezza sull’argomento e comprendere il significato di questa riforma ci siamo rivolti alla dottoressa Maria Luisa Bonaveno, psicologa dell’Ulss2-sanità penitenziaria, che svolge attività psicologica nell’Istituto penale per minorenni di Treviso .

Dottoressa, ci può spiegare in cosa consiste il concetto di giustizia riparativa?
La Giustizia riparativa è un nuovo paradigma di giustizia, in dialogo e in rapporto complementare con la giustizia nel suo complesso. E’ una giustizia che non ha come fine solo la punizione e/o rieducazione del reo: mette al centro i bisogni della vittima, la sua sofferenza e le azioni riparative chiamando in causa la comunità. Uno dei programmi di giustizia riparativa è la mediazione penale. Si tratta di far incontrare il reo e la vittima, se lo vogliono, dando la possibilità a chi subisce un danno di avere un confronto con chi lo ha causato. E’ uno strumento che apre alla possibilità per la vittima di ottenere un risarcimento sul piano emotivo, al di là del processo. In questo contesto il reato viene considerato come un conflitto relazionale. Un reato causa un’offesa-danno che non rimane un fatto individuale ma che ha ricadute sulla collettività in termini di sicurezza ecc. Rompe un patto sociale. La vittima attraverso l’incontro con il reo può avere la necessità di esprimere i suoi vissuti dolorosi, la sua sofferenza, comunicare il suo bisogno di verità che non è la verità processuale, il suo bisogno di riconoscimento e di riparazione. Per trovare una sorta di pacificazione. Lo scopo è quello riparativo mediante un’azione intrapresa dal reo come esito dell’incontro tra le parti, favorito da un mediatore. Si tratta in ogni caso di un vestito cucito sulle esigenze e caratteristiche di ogni singola persona. Inoltre il reo può incontrare anche una vittima aspecifica, se quella specifica non se la sente di affrontare il faccia a faccia. Ossia una persona che ha subito lo stesso danno e che può aiutare chi lo ha commesso a comprendere le conseguenze del proprio gesto, per incontrare i reciproci punti di vista. La mediazione può avvenire in qualsiasi momento, anche a processo concluso, ma la riforma della giustizia prevede che “l’esito favorevole dei programmi di giustizia riparativa possa essere valutato nel procedimento penale e in fase di esecuzione della pena”.

Perché è così importante?
Si tratta di una rivoluzione culturale. Gli uffici di mediazione penale sono presenti in diverse realtà italiane da quasi trent’anni. Recentemente si sono trasformati in Centri di giustizia riparativa e ora l’impianto normativo la istituzionalizza e la rende azione di sistema. Il carcere, fino a ora, attraverso il concetto di pena retributiva e rieducativa non ha abbattuto la recidiva. Spesso il reo, una volta scontata la pena, pensa di aver saldato il proprio debito con la collettività, ma magari non ha saldato il proprio debito con la vittima. Ora questa prospettiva apre le strutture carcerarie al territorio, mette di fronte le persone ad altre persone, ne scava l’umanità e dà una consapevolezza diversa sulle proprie responsabilità. Ciò è importante soprattutto nell’Istituto minorile, poiché gli adolescenti fanno più fatica a prendere coscienza delle conseguenze delle loro azioni.

Quali sono in concreto le azioni che mette in campo la giustizia riparativa?
Come abbiamo detto prima, lo strumento principale di cui si avvale la giustizia riparativa è la mediazione penale, accanto ad altri programmi di giustizia come “family group conference”, “community group conferencing” e “circle riparativi”. È importante sottolineare che reo e vittima s’incontrano in luoghi protetti e riservati, una possibilità parallela al processo, in cui due persone, entrambe consenzienti in tutte le tappe del percorso, costruiscono un dialogo. La vittima ha spesso bisogno di seguire prima un cammino di cura, protezione e terapeutico. Per questo motivo dal 2005 accanto agli uffici di mediazione penale e giustizia riparativa si è istituita la rete Dafne, come servizio a favore di vittime di reato. La mediazione penale ad approccio umanistico è stata ideata e diffusa da Jacqueline Morineau, che si è ispirata alla tragedia greca attraversata dalle tre fasi: la teoria, momento in cui vittima e reo si raccontano i fatti della vicenda penale; la crisi, il momento in cui entrambi esprimono i propri vissuti emotivi e poi la catarsi, un momento in cui si possono riconoscere come reciprocamente appartenenti alla famiglia umana, una sorta di pacificazione. Inoltre ci sono dei “circle riparativi” che coinvolgono la cittadinanza, per esempio potrebbe essere un gruppo di persone che hanno commesso il reato di spaccio messi a confronto con un gruppo di familiari di persone tossicodipendenti e commercianti del quartiere in cui avviene lo spaccio.

A Treviso ci sono già delle attività di questo tipo? A che scopo sono stati organizzati gli incontri formativi dello scorso ottobre?
All’interno dell’Ipm esiste un progetto di giustizia riparativa, “Diamoci ascolto”, da alcuni anni. I mediatori penali lavorano con i ragazzi sulla responsabilizzazione rispetto alle azioni dannose e li aiutano a identificarsi nella vittima. Ma ora grazie alla riforma della giustizia tutto è in evoluzione e probabilmente ci potranno essere delle esperienze anche nel carcere maggiore; la Regione Veneto, come prevede anche la riforma nazionale, programma di aprire un centro di giustizia riparativa per ogni corte d’appello presente sul territorio. Nel frattempo la formazione di tutti coloro che in qualche modo ruotano attorno al mondo del carcere è fondamentale per un cambio di cultura e di prospettiva, per poter guardare l’altro in maniera diversa. La giustizia riparativa crea un nuovo approccio antropologico da incarnare nel quotidiano, mette in gioco un fattore umano che fa la differenza anche nell’ambito della giustizia, un senso di umanità e di comunità. Può costituire un ponte tra il dentro e il fuori, essere motore di umanizzazione e di responsabilizzazione. Ricuce le strutture carcerarie con il territorio. Credo che la società oggi sia culturalmente pronta per provare ad andare al di là degli stigmi sociali. Ora c’è anche un sostrato giuridico a tutto questo, è arrivato il momento di cambiare le cose. Un progetto di speranza e di nuovo sguardo sul futuro. Una sfida possibile.

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