Società e Politica
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Goisis: "La guerra, ogni guerra, è male"

L'intervista al filosofo sul conflitto in Ucraina e sulle necessarie scelte di pace. "Quella di difesa è moralmente legittima, ma sempre prevale la disumanità. L'Europa punti con più convinzione sul dialogo"

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Manifestazione scout per la pace

Davanti agli occhi, in questo momento d’angoscia per tutti, ha una poesia di Salvatore Quasimodo, “L’uomo del mio tempo”. “Sei ancora quello della pietra e della fionda, uomo del mio tempo. Eri nella carlinga, con le ali maligne, le meridiane di morte, t’ho visto dentro il carro di fuoco, alle forche, alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu, con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio, senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora, come sempre, come uccisero i padri, come uccisero gli animali che ti videro per la prima volta”.
Il filosofo Giuseppe Goisis condivide la grande preoccupazione di questi giorni, il senso di smarrimento e impotenza, di fronte alla guerra in Ucraina e ai possibili, ulteriori, scenari che si aprono. In più, ha la consapevolezza di chi ha studiato il tema della pace per una vita, dai vivaci seminari di fine anni Ottanta sui maggiori esponenti del pensiero pacifista nell’ambito dei corsi di Filosofia della Politica all’Università Ca’ Foscari di Venezia, al bel libro “Eiréne: lo spirito europeo e le sorgenti della pace”, pubblicato nel 2000. E poi, ancora, altri scritti, collaborazioni, convegni.

Per questo, Goisis è consapevole che stiamo vivendo un momento di gravità senza precedenti. E che pure l’universo cattolico è, in tutta evidenza, spaccato tra due posizioni, che dividono intellettuali, opinion leader, politici di comune formazione e ascendenza culturale. Nel primo caso si afferma che quella del popolo ucraino, di fronte all’aggressione di Putin, è una giusta e legittima difesa. Di conseguenza, è doveroso aiutare gli ucraini a resistere, pure fornendo loro armi. Esistono anche “guerre giuste”, come quella combattuta contro Hitler, il pacifismo assoluto sarebbe “viltà”. Negli anni Trenta, un atteggiamento inizialmente meno remissivo dei Paesi europei verso il “führer” avrebbe forse impedito il successivo devastante conflitto. Questa teoria cita il filosofo personalista Emmanuel Mounier, e sostiene che l’Europa, con la sua visione di democrazia e libertà sia minacciata, oggi come allora.

Per contro, c’è chi afferma che il fornire armi all’Ucraina significa, da un lato, innescare una pericolosissima escalation, mettersi su un piano inclinato; dall’altro, prolungare l’agonia di un popolo la cui sconfitta sembra segnata. Putin vincerebbe comunque, e l’unica alternativa a questo esito sarebbe scatenare la Terza guerra mondiale, che sarebbe nucleare. Meglio, dunque, puntare fin da subito e con più convinzione su un serio tavolo di trattative.

Lei come la vede professore, rispetto a queste due idee alternative?
Lo dico subito, mi sento più vicino a questa seconda prospettiva. Sono convinto che la guerra, ogni guerra e tutta la guerra, sia male, come del resto ha ripetuto il Papa domenica scorsa. Con essa tutto è perduto. La guerra, in quanto tale, scatena il peggio dell’uomo, come leggiamo nella poesia di Quasimodo. Emerge un nocciolo arcaico, dal quale bisogna stare alla larga, anche a livello verbale, occorre ragionare a fondo, anche se, senza dubbio, esiste una bella differenza tra guerra di aggressione e la legittima difesa.

E il ragionamento dove porta?
Che iniziare un’escalation di armamenti può finire in un massacro, soprattutto di ucraini, in prima battuta. E poi la guerra potrebbe allargarsi. Oltre a tutto, noi europei ora ci diciamo uniti, ma in caso di emergenza bellica questa compattezza sarebbe tutta da vedere, un esercito europeo non esiste. La carriera politica, come statista, di De Gasperi, finì proprio per questo. Aveva intuito l’importanza di una comune politica europea di difesa, la Ced. Ma la proposta fu affondata, insieme dai gollisti francesi e dai comunisti.
E poi l’eventuale escalation bellica ci porterebbe a un conflitto nucleare…
Indubbiamente, ci sono due scenari. Uno è già sul tavolo, ed è quello della presenza di varie centrali nucleari in territorio ucraino, un aspetto pericolosissimo. L’altro è quello dell’allargamento del conflitto contro la seconda potenza nucleare, ma forse la prima in alcuni settori, come la sommergibilistica. Va anche detto che, per fortuna, non è così semplice dare il via libera alla procedura di guerra nucleare, così come pare in questi giorni. Lo stesso avvio del primo step annunciato dalla Russia, secondo i rapporti dei servizi segreti occidentali, sarebbe stato solo annunciato, non messo in pratica.

Non dobbiamo, dunque, neppure ammettere la legittima difesa?
La guerra di difesa è moralmente legittima, ma questo non toglie che in qualsiasi guerra prevalgano il male e la disumanità. E che oggi, nello scenario di un conflitto nucleare, esiste una responsabilità ancora più forte. Insomma, nessuno nega agli ucraini il diritto a difendersi, ma poi bisogna stare attenti a certa retorica che vedo in questi giorni, all’esaltazione enfatica dell’eroismo, che può far incrudelire il conflitto, tutte le reazioni vanno ponderate. Oltre a tutto, si tende a dimenticare che nel mondo esistono molti altri conflitti crudelissimi, spesso con grande sproporzione di forze tra aggressori e aggrediti.

La successiva domanda, dunque è: che fare?
Da un lato c’è la leva delle sanzioni. Anche qui, però, dal punto di vista etico, ci sono dei distinguo da fare, non possono essere aumentate a raffica, con la conseguenza della rovina di un popolo. Un conto sono i leader, un’altra i popoli. Bisogna anche dire che il meccanismo delle “punizioni” è paradossale. Sono fatte per colpire la Russia, ma contemporaneamente mettono in crisi noi, anzitutto dal punto di vista economico. E al tempo stesso, Putin è il primo “punitore” dei russi. E su questo, invito a guardare alle manifestazioni, con migliaia di arresti, che stanno accadendo in Russia. E’ un’ennesima conferma che ormai, il mondo globale è “avvinto insieme”, è sempre più piccolo e intrecciato, che ci si salva tutti insieme, come ci ricorda sempre il Papa. E’ evidente, dunque, l’urgenza di trovare dei mediatori validi. La pace si fa tra avversari e servono dei mediatori, che al momento non ci sono. E’ stato fatto il nome di Angela Merkel, ma penso anche a Romano Prodi, che ha sempre goduto della stima di Putin. Penso alla Cina, al Vaticano, che ha manifestato la sua disponibilità.

Nel conflitto in atto ci sono molte implicazioni, anche religiose e ideologiche, ce le può spiegare?
Si tratta di temi molto complessi, come vediamo in questi giorni. In Ucraina esiste la Chiesa uniate, gli ortodossi in comunione con Roma. E il patriarcato di Kiev ha dichiarato la propria autocefalia rispetto a Mosca, avvicinandosi a Bartolomeo, patriarca di Costantinopoli. Secondo la visione di Putin e di Mosca, però, il Patriarcato russo ha origini proprio a Kiev. Il presidente russo partecipa alle funzioni della Pasqua e si appoggia volentieri al patriarca Kirill. Si è circondato di alcuni intellettuali, li definirei più che altro dei mitografi, come Aleksandr Dugin o Vladimir Medinskij. Quella che si sta combattendo, secondo queste teorie, è una guerra di liberazione di un popolo fratello dominato da “nazisti” e “drogati”, da un occidentalismo debole e impregnato di relativismo.

Andando indietro, si riesce a trovare qualche “ragione” nella posizione russa?
Non certo in queste ideologie. Ed è del tutto evidente la violazione del diritto internazionale da parte della Russia. Anche qui, però, bisogna ragionare con pacatezza. Trovo ingenuo pensare che togliendo di mezzo una sola persona si risolvano i problemi. Il legame storico tra la Russia e l’Ucraina è in ogni caso oggettivo. E così pure, è un dato di fatto che la Crimea sia composta al 70% da cittadini russofoni. O che nelle regioni orientali dell’Ucraina, come il Donbass, la situazione etnica sia complessa. Certo, i problemi non si risolvono con le invasioni. Mi chiedo se non fosse possibile far entrare l’Ucraina nell’Unione europea, mantenendola neutrale. Come per esempio la Finlandia.

Paradossalmente, l’Europa di fronte alla crisi si è compattata.
E’ vero, la situazione costringe l’Europa a unirsi sui suoi ideali. Ma credo che la crisi molto forte della cultura europea resti latente. Ci sono elezioni imminenti, come in Francia, c’è stata la frattura della Brexit, noi dipendiamo dal gas russo. La crisi dell’Europa è, e resta, dettata dalla prevalenza del fattore mercantile rispetto agli altri, alla cultura, a una politica comune di difesa. La patria comune è lontana. L’Europa però, questo sì, può portare un “supplemento di pace” in una situazione così complessa. Altrimenti tutti gli scenari sono possibili.

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