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I giovani e la guerra: teniamo accesa la speranza

La pandemia ha costretto negli ultimi due anni le nuove generazioni a una "sosta forzata". Ora si aggiunge l'incertezza del conflitto. E l'impegno per la pace può diventare un campo d'azione

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I giovani e la guerra: teniamo accesa la speranza

A un mese dallo scoppio della guerra in Ucraina abbiamo deciso di dar voce ai giovani per chiedere loro con che sentimenti e con che sguardo stessero vivendo il presente e si rivolgessero al futuro.

“Da quando è scoppiata la guerra ho vissuto una costante preoccupazione - ha affermato Paolo, 22 anni, della parrocchia di Dosson -. Grazie ai mezzi di comunicazione di cui disponiamo ora, sono stato bombardato da notizie, la prima cosa che facevo la mattina era controllare che cosa fosse successo nella notte, quale città fosse stata bombardata, quante vittime vi fossero. Con il passare dei giorni alla preoccupazione si è associato lo sconforto del vedere la situazione peggiorare. Per me questa guerra è stata un fulmine a ciel sereno, una situazione di violenza inaudita che non credevo possibile nel 2022. Vedere attaccato un Paese così vicino, democratico, che condivide il nostro modo di vivere, mi ha colpito come mai prima. Lo sconforto ha, poi, fatto spazio alla rabbia, rabbia verso la generazione adulta, quella che professa l’irresponsabilità dei giovani, ma che ha permesso tutto questo. Dopo una crisi economica e una pandemia era già difficile vedere una luce in fondo al tunnel, ma noi giovani abbiamo continuato a credere che fosse possibile un futuro migliore. Ora questo futuro non lo vedo più, non vedo la possibilità di tornare a una vita come prima. I giovani sono costantemente incolpati di non essere abbastanza intraprendenti, di non uscire di casa presto, di non sposarsi, di non fare famiglia, ma questo desiderio, in realtà, appare lontano dal realizzarsi. In un tempo di incertezza, in cui facciamo fatica a mantenerci, in cui non ci sono sicurezze lavorative, economiche e ambientali, mi chiedo se qualcuno si accorga che senza un’inversione di marcia il nostro Paese andrà a morire. Il compito dei giovani, forse, dovrebbe essere proprio questo, il più difficile: mantenere accesa la speranza. La speranza in un mondo migliore, un mondo di pace da costruire insieme, un mondo meno egoistico, meno centrato sul qui e ora”.

“All’inizio quando c’erano i primi accenni di conflitto non ci pensavo molto - ha affermato Marta Bonato, della parrocchia di Rustega di Camposampiero -, perché vedevo la guerra come una cosa un po’ lontana. Quando, poi, è scoppiato il conflitto non vedevo l’Italia coinvolta; ma, quando la violenza ha cominciato a concretizzarsi, la guerra è diventata l’argomento della quotidianità. Insieme alla paura si è fatta poi avanti l’incertezza, una volta noi giovani avevamo degli obiettivi che segnavano un percorso lineare. Ora il futuro non lo guardiamo più con l’ottimismo che avevamo, da un giorno all’altro tutto può cambiare. Abbiamo visto la normalità di tante famiglie essere distrutta. Spesso noi giovani vorremmo fare qualcosa, ma non sappiamo bene come dare un contributo. Come cristiana inserita nell’Ac ho riflettuto con i giovani su quanto sia importante la pace e difficile mantenerla. Durante le attività con i ragazzi dalla quinta elementare alla terza media abbiamo coinvolto la comunità, costruendo delle girandole che abbiamo distribuito con l’invito a metterle fuori di casa. E’ stato un messaggio di speranza per sensibilizzare le persone, che il vento possa portare energia e pace fino ai popoli colpiti”.

Anche Beatrice Vincenti, vice presidente del settore Giovani di Azione cattolica, ha espresso le sue preoccupazioni: “Questa guerra mi ha fatto pensare molto. Non provo paura, perché non sta toccando direttamente la mia vita, ma la rabbia e la tristezza accompagnano il mio sguardo su tutte le guerre. Lo sconforto e il disorientamento nascono dal vedere quanto male continui a esserci, quanto odio e desiderio di supremazia. All’inizio ero confusa perché non era una dinamica di guerra chiara, è cominciata come una guerriglia, l’esercito ucraino era composto da volontari, da ragazzi con un’arma in mano per la prima volta. Con il passare del tempo la cosa si è ingigantita ed è diventata una guerra veramente violenta. Ho provato rabbia per i profughi che non sono stati accolti, per il diverso modo di accogliere che mostriamo a seconda del colore della pelle e dell’etnia, nel vedere come una cosa che succede in occidente abbia un peso così rilevante rispetto ad altre guerre e ad altre persone che cercano rifugio. Mi ha fatto stare molto male vedere Paesi molto cattolici dimostrarsi molto razzisti. Penso all’esodo di donne e bambini, a queste famiglie spezzate, e mi chiedo cosa significherà per tutte quelle generazioni, che cosa significherà per noi, per il mondo, accogliere un popolo che non potrà tornare a casa a breve. Come giovani io credo che poco possiamo fare se non nel quotidiano, nelle nostre famiglie e comunità. Credo sia importante prendere voce e riflettere su cosa significhi accoglienza, che cosa ha smosso in noi e che cosa non ha smosso in altre guerre, cosa succede quando è il colore della pelle a cambiare”.

“Assistere allo scoppio della guerra in Ucraina mi ha lasciata incredula - ha affermato Maria Letizia, capo scout della parrocchia di Santa Bona -, non mi sarei mai aspettata che una cosa del genere potesse capitare ai giorni nostri. La guerra mi ha lasciato una immensa tristezza, mi ha fatto riflettere sull’avidità degli uomini, su quanto spesso chi detiene il potere non si renda conto delle conseguenze delle proprie azioni. Ho capito che siamo uomini e non siamo diversi dal passato, da cui cerchiamo di prendere le distanze, il progresso non ha cambiato la nostra natura. Nel mio futuro non vedo cambiamenti, era un futuro incerto prima e lo è rimasto anche adesso, se prima pensavo dovessimo soltanto affidarci, ora lo credo ancora di più perché questa situazione fa capire come le cose siano più grandi di noi. Questo non vuol dire che non possiamo concorrere alla pace, ma sento la necessità di chiedere un’azione più trascendentale che arrivi al cuore delle persone. Per la pace ritengo che, come giovani cristiani, siamo chiamati a informarci con spirito critico e sensibilizzare i nostri coetanei. Non dobbiamo fermarci al giudizio, ma siamo chiamati a elargire un aiuto pratico, nelle nostre possibilità. Sicuramente questa situazione ci ha portato tanta rabbia, ma dobbiamo cercare di non abbatterci e chiedere forza al Signore per perdonare chi agisce senza dare valore alla vita. Tantissime associazioni e privati si sono mobilitati per agevolare situazioni critiche, anche noi possiamo costituire parte attiva nel mitigare l’impatto negativo che tanta cattiveria sta avendo”.

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