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Il cibo della vergogna, voci di donne sfruttate

Dopo aver letto “Oro rosso” non sarà più possibile aprire una confezione di pomodori o fragole senza pensare alle storie che nel libro sono state raccontate con onestà e senza cadere mai nello scabroso da Stefania Prandi, giornalista, fotoreporter, scrittrice, ospite la scorsa settimana del 4° convegno “Non si tratta” a Treviso, organizzato da Caritas, Centro missionario e varie realtà diocesane.

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Il cibo della vergogna, voci di donne sfruttate

Dopo aver letto “Oro rosso” non sarà più possibile aprire una confezione di pomodori o fragole senza pensare alle storie che nel libro sono state raccontate con onestà e senza cadere mai nello scabroso da Stefania Prandi, giornalista, fotoreporter, scrittrice, ospite la scorsa settimana del 4° convegno “Non si tratta” a Treviso, organizzato da Caritas, Centro missionario e varie realtà diocesane. “Anche se i singoli comportamenti dei consumatori da soli non bastano, purtroppo, a cambiare le cose, sono senza dubbio un importante punto di partenza – commenta a margine dell’incontro -. Credo che la domanda: cosa possiamo fare? sia necessario rivolgerla ai sindacalisti, ai politici, alle istituzioni, alla grande distribuzione, ai consumatori”.

Il suo è, dunque, un reportage sulle donne che raccolgono e confezionano il cibo che arriva sulle nostre tavole. Il racconto si snoda in tre Paesi affacciati sul mare Mediterraneo, Italia, Spagna e Marocco, tra i maggiori esportatori di ortaggi e frutta in Europa e nel mondo. Qui, le braccianti, non solo sono pagate meno degli uomini e costrette a turni estenuanti, ma vengono molestate sessualmente, ricattate, subiscono violenze verbali, fisiche e stupri. Nelle pagine, le vite delle molte lavoratrici che i media ignorano: la sopravvivenza quotidiana, la resistenza alla violenza, il coraggio delle denunce che, malgrado gli sforzi, cadono nel vuoto. Il libro è il risultato di un lavoro di inchiesta e documentazione durato più di due anni, con oltre centotrenta interviste a lavoratrici, sindacalisti e associazioni.

Donne sfruttate, violentate, che vivono in condizioni drammatiche. Ma che adottano strategie di “ribellione quotidiana”…

Le braccianti sono sottoposte a una doppia oppressione, di classe (sfruttamento del loro lavoro a condizioni indegne) e di genere (molestie e violenze sessuali). In realtà, però, molte delle donne che ho incontrato hanno denunciato i loro caporali o hanno trovato delle modalità per sopravvivere in queste condizioni difficili: cercano di mantenere alcune abitudini di vita “normale”, sono accoglienti, vogliono parlare ed avere giustizia anche se non sanno come. E’ chiaro che hanno paura, i datori sanno di essere impuniti. Considerano le lavoratrici loro proprietà. Per le donne è difficile dire di no perché per farlo hanno bisogno di rendersi conto subito di quello che sta succedendo. Purtroppo la violenza può arrivare alla fine di un’escalation di fatti apparentemente tollerabili. Inoltre, bisogna sapersi difendere e avere un’alternativa per salvarsi.

Qual è l’atteggiamento dei sindacati, delle associazioni di tutela, delle comunità?

Dipende dalle zone. In Puglia, ad esempio, c’è una parte della società civile che vorrebbe un cambiamento e anche parte del sindacato. In Sicilia ci sono persone come don Beniamino Sacco che da anni denuncia gli abusi, nonostante le critiche. Inoltre, è stata approvata la legge anti-caporalato che dal punto di vista formale fornisce uno strumento importante per la punibilità di caporali e proprietari che compiono i crimini. Certamente tutto questo non è ancora abbastanza. A frenare le spinte di cambiamento ci sono fattori socioculturali e un mercato del lavoro deregolarizzato, dove non ci sono diritti per i più deboli, ma vige la legge del più forte. E’ incredibile come in Italia decenni di conquiste sul lavoro siano state spazzate via in pochi anni e a pagarne le conseguenze siano proprio le classi meno abbienti e le donne.

Dentro a questo mondo, di fatica, sfruttamento, miseria, hai trovato segni di speranza?

Oltre a piccoli gesti quotidiani che profumano di umanità, mi pare importante sottolineare anche alcune forme di protesta importanti. A poche settimane dalla pubblicazione del libro in Spagna è scoppiato il caso. Politici e pubblici ministeri, appellandosi all’inchiesta, hanno fatto aprire delle indagini sulla situazione delle braccianti di Huelva. Le donne migranti vivono a gruppi di 20, 50, anche 100, in casolari fatiscenti in mezzo alla campagna, in container immersi nelle serre, in alcuni casi circondati dal filo spinato e dalle guardie. Ogni anno nella provincia di Huelva si fatturano oltre 320 milioni di euro, un giro di denaro tale che benché tutti sappiano degli abusi, nessuno voglia parlarne. Poi diverse braccianti della zona, straniere e spagnole, hanno sporto denuncia e 400 marocchine sono scese in piazza spontaneamente a manifestare appoggiate dal Sat, Sindicato Andaluz de Trabajadores.

Anche nei tuoi prossimi lavori ti occuperai ancora di donne. Perché questo interesse?

Per motivi di studio, personali, e perché penso che le molestie sessuali siano un abuso di potere e contribuiscano a mantenere le donne in una posizione subordinata. Non vanno interpretate come incidenti isolati e personali, ma come una questione sociale che riguarda sette donne su dieci nell’arco della vita lavorativa. Le donne vengono molestate in quanto donne, cioè appartenenti al genere femminile. Questo fa sì che le molestie siano una vera e propria discriminazione sessuale. Lavorare è fondamentale per essere indipendenti, e le molestie sessuali penalizzano l’accesso al reddito da lavoro delle donne.

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