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"Il futuro che vogliamo": da Limena si alza una voce

Oltre 150 firme da tutto il Veneto: preti, laici, docenti universitari, operatori sociali, sindacalisti. Cristiani uniti da una comune visione di futuro, mentre “stiamo vivendo tempi fuori dall’ordinario”. E dalla volontà di “reagire” di fronte al diffuso clima di diffidenza e paura.

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"Il futuro che vogliamo": da Limena si alza una voce

Oltre 150 firme da tutto il Veneto: preti, laici, docenti universitari, operatori sociali, sindacalisti. Cristiani uniti da una comune visione di futuro, mentre “stiamo vivendo tempi fuori dall’ordinario”. E dalla volontà di “reagire” di fronte al diffuso clima di diffidenza e paura.

Nasce così un manifesto, già battezzato “documento di Limena” (dove si sono svolti gli incontri preparatori), che viene presentato sabato 6 aprile alle 9.30, in un forum che si terrà a Limena nel centro parrocchiale e che sarà aperto al pubblico.

“Paura, diffidenza, individualismo; politicamente poi un crescente distacco dalla fiducia di poter veramente contare, di avere gli strumenti per incidere su progetti e scelte; a ricaduta, l’allontanamento dalle istituzioni, il rifiuto implicito della democrazia, il ripiegamento su categorie identitarie ristrette, che mettono fortemente in crisi la dimensione europea della convivenza. Ancora, il silenzio, la mancanza di confronto, le divisioni subite senza un’assunzione di consapevolezza palese, anche nella Chiesa”. Questo il quadro descritto dai firmatari in un comunicato che riassume il documento.

Sia chiaro: “Non è tutta responsabilità o colpa dei cittadini: i governanti (nel senso ampio di chi ha responsabilità e ruolo pubblico) hanno contribuito in maniera marcata al crescente disincanto nei confronti dell’agire e del vivere politico”. Le conseguenze di tale stato di fatto sono evidenti: “democrazie traballanti, la facilità con la quale si invocano muri più che ponti, la cultura del «contro» più che dell’incontro, il declino della compassione, non come virtù eroica ma più semplicemente come capacità di cogliere e farsi partecipe del dolore degli altri”.

Immersi in tali, talora tragiche, circostanze, le risposte che si profilano o si cerca di dare, si legge ancora, “sono spesso precarie, improvvisate, figlie del timore più che del coraggio. D’altra parte i fenomeni di questo tempo sono complessi e non certo immuni dalla violenza, sia del profitto, che del potere. Di fronte alla quale si sono cercati antidoti non sempre partecipati, all’insegna del buon senso più che della competenza, dell’accattivante populismo più che del bene comune”.

Anche “la Chiesa, che per missione e opportunità potrebbe avere un ruolo significativo in un praticato e diffuso discernimento, in questi anni è parsa poco attenta ai segni dei tempi; più preoccupata dei problemi interni (pochi preti, pratica a picco, riorganizzazione pastorale inderogabile...) che non di allestire una relazione feconda con il mondo di cui è comunque partecipe, pur se non sempre protagonista”. Un silenzio che “ha coinvolto anche le Chiese del Nord est”.

Come, dunque, reagire? Il documento di Limena individua “alcuni nodi tematici su cui anche la responsabilità dei credenti deve manifestarsi in maniera puntuale, con una progettualità di valore, ma anche di sostanza, concreta”. Dai problemi dell’ambiente e salvaguardia del creato, per cui va perseguita la logica di uno sviluppo realmente sostenibile, al tema dell’eguaglianza e una più equa distribuzione del reddito, al contrasto alla povertà, per quello che è, non per quello che si immagina sia.

Di primaria rilevanza la questione demografica: la bassa natalità va contrastata, con un fisco e servizi veramente a misura delle nuove generazioni e dunque delle famiglie con figli; come il tema della produzione (vanno sostenute e irrobustite imprese in grado di creare posti di lavoro qualificati), le emigrazioni (per contrastare l’emorragia di giovani verso l’estero, va creato lavoro all’altezza delle aspettative delle nuove generazioni). Un occhio di riguardo al fenomeno delle immigrazioni: quelle provenienti dai paesi poveri derivano anche da una richiesta di manodopera per lavori che gli italiani rifiutano e di cui ci sarà inevitabilmente bisogno anche nei prossimi decenni; andrebbe perciò posto fine ai meccanismi prevalenti di ingresso irregolare in Italia, riaprendo i canali di immigrazione regolare.

Per quanto riguarda i richiedenti asilo, quelli rimasti andrebbero stabilizzati, secondo i firmatari. Infine i temi dell’integrazione (specialmente per le seconde generazioni – i figli degli immigrati – vanno migliorati i percorsi di inclusione, attraverso la scuola, le associazioni della società civile e forme di riconoscimento simbolico come la cittadinanza); in fine le tematiche della cooperazione internazionale e dell’educazione, invertendo la prolungata tendenza a lasciare indietro la scuola nell’ordine delle priorità pubbliche.

Tutto questo, tale bagaglio di proposte, “si inserisce a pieno titolo in una visione di Europa comunità di popoli. Del resto, tutti i grandi problemi della nostra epoca non possono essere affrontati se non in una dimensione sovranazionale. E’ vero: in questi anni di crisi i cittadini hanno sentito l’Europa incapace di entrare nelle loro vite come una presenza che protegge; l’hanno percepita come lontana e poco democratica.  A questo bisognerà porre rimedio attraverso un rilancio della politica sociale europea, non con la sua liquidazione”.

Per tutte queste ragioni, “una politica orientata a ridimensionare il progetto europeo è rischiosa perché farebbe inevitabilmente emergere le antiche divisioni nazionali e regionali (una tendenza già in atto), pericolosa perché condurrebbe a un impoverimento generale e suicida”.

Perciò “è necessario richiamare l’attenzione di tutti, e specialmente dei cattolici, sull’importanza della prossima scadenza elettorale del maggio 2019 e sulla necessità di prendervi parte in modo informato e consapevole della posta in gioco”.

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