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Il moglianese Francesco De Rovere nel disabitato Artide

Assieme al dottor Massimiliano Vardè e ad altre due ricercatrici dell'Università di Helsinki conduce attività di ricerca alla base del Cnr "Dirigibile Italia"

Il moglianese Francesco De Rovere nel disabitato Artide

Quando telefono sono appena rientrati da una lunga giornata di lavoro in mezzo al ghiaccio. Scavare trincee e prelevare campioni dai diversi strati superficiali. “Pronto. Buonasera. Base Dirigibile Italia?”. Pronta la risposta dall’altra parte. Sembra di telefonare al vicino di casa. L’audio è perfetto, siamo praticamente alla stessa longitudine e c’è solo un piccolo ritardo nel segnale audio. “Buonasera”, risponde all’altro capo il dottor Francesco De Rovere, station leader, trevigiano di Mogliano Veneto, dottorando in Scienze polari all’Università Ca’ Foscari Venezia. “Come mai è lassù?”, gli chiediamo. “Il Cnr ci dà la possibilità di fare un paio di mesi di training alla base per capire come funziona. Ho il compito di pensare alla manutenzione e di intrattenere i rapporti con le basi della altre nazioni e con la società norvegese che si occupa della logistica. Siamo un centinaio di persone in quest’area. Con me c’è il dottor Massimiliano Vardè, esperto ricercatore del Cnr e due ricercatrici dell’Università di Helsinki”. 

De Rovere ha studiato Scienze ambientali e attualmente si occupa di Oceanografia artica. Analizza i dati oceanografici e atmosferici acquisiti a Kongsfjorden, il fiordo in cui è situato l’insediamento di Ny-Alesund. “A livello oceanografico il fiordo sta diventando da artico ad atlantico. Le sue acque sono più calde, il volume e la temperatura delle acque atlantiche sta aumentando e sciogliendo la calotta polare. A questo si aggiunge il fenomeno della «convenzione profonda»: le acque si raffreddano più lentamente, quando cala la loro temperatura diventano più dense e scendono in profondità, creando un moto che ora è più lento, in sostanza le acque atlantiche tornano indietro più lentamente”.

I ricercatori si occupano anche della raccolta di campioni di neve e ghiaccio che verranno esaminati a Venezia, alI’Istituto di Scienze polari, una campionatura che diventerà memoria storica di quello che sta avvenendo al Polo. 

“Dottor Vardè lei è un chimico e ha nel mirino una sostanza molto inquinante”, chiediamo al docente. “Si, io da anni seguo il mercurio e le conseguenze della sua dispersione nell’ambiente. Si tratta di un elemento tossico, che a contatto con l’ambiente subisce una serie di trasformazioni. Per controllare il mercurio, dal 2017 esiste una convenzione mondiale, che prende il nome dalla città di Minamata in Giappone, che subì, a partire dal 1938, lo sversamento di mercurio a opera di un’azienda chimica: la conseguenza fu una malattia mortale, la Sindrome di Minamata. Con l’acqua del mare il mercurio si trasforma in metilmercurio, molto tossico. Qualsiasi attività umana può liberare nell’atmosfera mercurio, questo si trasforma e si ritrasforma e viene trasportato, come altri elementi, dalle masse d’aria che funzionano come una specie di rullo. Oggi l’attività illegale di estrazione dell’oro è una della cause principali di rilascio in atmosfera del mercurio”. Sono 125 i Paesi che hanno firmato la Convenzione. Nel novembre del 2019 la terza Conferenza tra le parti ha stabilito l’inventario dei rilasci di mercurio nel suolo e nelle acque. 

Prima di salutare, chiediamo ai ricercatori cosa possiamo fare per l’ambiente. “Serve un cambiamento repentino - afferma De Rovere - nei nostri stili di vita e utilizzare meno energia possibile. Usare la bici o i trasporti pubblici, acquistare prodotti realizzati nelle vicinanze. Speriamo in una transizione energetica, niente energia fossile, petrolio e gas naturale, ma solo fonti rinnovabili: l’eolico, il fotovoltaico, il solare e quello che la ricerca ci metterà a disposizione”.

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