Società e Politica
stampa

Il salario minimo non basta

Il dibattito sul tema si è acceso, dopo la presentazione di varie proposte di legge in Parlamento e l'audizione delle parti sociali.

Parole chiave: salario minimo (1), buste paga (1), dibattito (1), lavoro (241)
Il salario minimo non basta

E’caldo nel nostro Paese il dibattito sul salario minimo che trova la sua fondatezza nell’articolo 36 della nostra Costituzione: “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. Buste paga non dignitose, oltre la soglia dello “sfruttamento”, un problema generale di salari bassi che negli ultimi dieci anni, considerando l’inflazione, sono diminuiti del 2%, mentre ad esempio in Germania e Francia sono aumentati dell’11% e del 7% (fonte Confederazione europea dei sindacati) hanno acceso il dibattito. Certo sapere che un lavoratore tedesco guadagna in media 910 dollari in più al mese rispetto a un italiano, un francese quasi 600 in più, e perfino il lavoratore spagnolo porta a casa 150 dollari in più (fonte Ocse) rinforza la necessità di intervenire. Ma come? In 22 Paesi europei esiste una legge ad hoc, in altri no, soprattutto laddove è forte la contrattazione collettiva nazionale. In Italia, sotto la soglia di 9 euro - il livello lordo cui, secondo la proposta presentata dal M5S, si dovrebbe collocare il salario minimo - si trova il 28,9% dei rapporti di lavoro: in totale 4,3 milioni. E’ il dato presentato la scorsa settimana dal vicedirettore dell’Inps, Ferdinando Montaldi, nell’audizione alla Camera sulle risoluzioni in materia di retribuzione minima oraria. I dati, aggiornati al 2017, mostrano che per i dipendenti di aziende private non agricole l’incidenza scende al 25,9%. Inoltre, una percentuale tra 10 e il 15 della popolazione lavorativa non sarebbe coperta dalla contrattazione nazionale. Alla Commissione Lavoro della Camera dei Deputati sono stati ascoltati, il 24 giugno, anche i rappresentanti di Cgil, Cisl e Uil, soddisfatti di poter intervenire su “come meglio tutelare i salari dei lavoratori italiani e più in generale su come rilanciare una azione per il loro incremento”. In effetti, se tutti sono concordi nel dire che in Italia esiste una questione salariale, le soluzioni non trovano d’accordo la platea degli interessati. “Cgil Cisl e Uil ritengono che il dibattito sul salario, e la conseguente adozione di provvedimenti congrui ed efficaci, debba assolutamente basarsi sulle caratteristiche peculiari, anche nel panorama europeo, del sistema di contrattazione collettiva vigente in Italia”. In questo modo l’adozione del salario minimo andrebbe a tutelare quelle “quote del mercato del lavoro non coperte dalla contrattazione salariale o per affrontare situazioni di minimi estremamente bassi. Nella maggior parte dei casi la legislazione sui minimi si è sviluppata in paesi dalle relazioni deboli, e una delle richieste è che i Governi si avvalgano sempre della partecipazione delle Parti sociali nei processi di questo tipo”. Perché c’è il rischio che, anche fissando a 9 euro lordi la paga oraria al di sotto della quale non si può scendere, non si ponga effettivamente un argine significativo e concreto allo sfruttamento lavorativo. Infatti, i sindacati portano avanti un altro tipo di denuncia. “Dobbiamo denunciare come si stia affermando la proliferazione contrattuale, la diffusione di contratti poco e per nulla rappresentativi e in dumping (anche dal punto di vista retributivo) rispetto ai contratti stipulati dalle parti sociali maggiormente rappresentative. Questo è il vero problema, insieme alla evasione contrattuale e al crescente sommerso in molte attività, che affligge la regolazione salariale in Italia”. Servono “controlli più puntuali e interventi correttivi”, anche sul fronte dell’evasione contrattuale. Perché il timore è che il salario minimo legale, anche se approvato, non porterà a mitigare questi aspetti.

"Il riferimento deve essere la contrattazione collettiva" afferma Antonella Candiotto, vicepresidente di Assindustria Venetocentro con delega alle Relazioni sindacali. "Siamo convinti che il salario minimo legale non sia uno strumento utile allo sviluppo e alla competitività delle imprese perché, ciascuna azienda e ciascun settore, hanno delle loro specifiche esigenze (di costi, di organizzazione, di mercato, …) che non possono essere ricondotte a un meccanismo “mediano” uguale per tutti. Un salario minimo pari a 9 euro, come è in discussione, determinerebbe un maggior costo del lavoro compreso tra 4,3 miliardi e 6,7 miliardi (senza alcuno scambio in termini di maggiore produttività). Secondo Confindustria, si potrebbe assumere, a riferimento per la determinazione del salario minimo e per il suo adeguamento, il sistema della contrattazione collettiva, espresso dalle organizzazioni maggiormente rappresentative sul piano nazionale. Questo escluderebbe anche il fenomeno dei cosiddetti  “contratti pirata” (firmati da soggetti non rappresentativi) che producono l’unico effetto di moltiplicare i contratti collettivi e realizzare “dumping” (procedura di vendita di un bene o di un servizio a prezzo più basso, ndr) retributivo. Va ricordato, infatti, che i contratti collettivi, firmati dalle organizzazioni più rappresentative, non contengono solo valori salariali, ma anche tutta una serie di altri istituti economici e normativi (ferie, permessi, malattia, e ora anche welfare), spesso molto più rilevanti del contenuto salariale, come costo per l’impresa e come valore per il lavoratore. Ed è l’incentivo all’aumento della produttività che consente di guadagnare competitività, sviluppo e nuova occupazione".

Tutti i diritti riservati
Il salario minimo non basta
  • Attualmente 0 su 5 Stelle.
  • 1
  • 2
  • 3
  • 4
  • 5
Votazione: 0/5 (0 somma dei voti)

Grazie per il tuo voto!

Hai già votato per questa pagina, puoi votarla solo una volta!

Il tuo voto è cambiato, grazie mille!

Log in o crea un account per votare questa pagina.

Non sei abilitato all'invio del commento.

Effettua il Login per poter inviare un commento