Società e Politica
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Il trionfo di Giorgia

Alle elezioni politiche 2022 il Veneto si conferma saldamente di centrodestra. Clamoroso che Fratelli d'Italia arrivi a "doppiare" la Lega nelle sue roccaforti. 

Il trionfo di Giorgia

Raramente le elezioni Politiche hanno dato un responso così chiaro. Il centrodestra ha vinto le elezioni, e al suo interno Giorgia Meloni, con Fratelli d’Italia, ha trionfato, “mangiandosi” in un sol boccone gran parte del patrimonio di voti della Lega. Anche, e soprattutto, nella (ex) roccaforte del Veneto. La nostra regione si conferma saldamente di centrodestra, ma è clamoroso il fatto che FdI arrivi a “doppiare” la Lega di Matteo Salvini, anche nella Marca, superando il 40%, nel nostro territorio, a Cimadol»»»»»»mo e a Loria. L’altro dato evidente, è l’aumento fortissimo dell’astensionismo, con un calo di circa 9 punti percentuali rispetto al 2018 (63,91%, contro 73,94%).

I seggi

La vittoria, grazie anche alla conquista di gran parte dei collegi uninominali, rende solida la maggioranza della coalizione, sia alla Camera (235 seggi su 400) che al Senato (115 su 200). A dire il vero, l’imprevista vittoria del M5S in Campania e in altri collegi del Sud ha attutito le dimensioni del trionfo, e rivelato che un’eventuale alleanza Pd-M5S avrebbe, forse, reso il confronto equilibrato, soprattutto in Senato.

I numeri

Per il resto, i numeri dei voti ricevuti, presi in esame al posto delle percentuali, in qualche caso rivelano dettagli non subito evidenti.

Il centrodestra, per esempio, vince nettamente, oltre che per la mancata capacità di coalizzarsi degli avversari, per l’aumento degli astensionisti, ma mantiene i voti (circa 12 milioni) del 2018, e questo vale sostanzialmente anche per il Veneto. Nella nostra regione, l’ottovolante della Lega è impressionante: 918.000 nel 2018, addirittura 1.234.000 alle Europee del 2019, 364.000 domenica scorsa. Eppure, nel 2013, la Lega guidata da Bobo Maroni e Flavio Tosi racimolò 310.000 voti.

Passando all’opposizione, si conferma la lenta ma inesorabile erosione di voti del Pd. Al suo debutto, nel 2008, sotto la guida di Walter Veltroni, prese, pur perdendo, 12 milioni di voti (curiosamente gli stessi del centrodestra domenica scorsa), nel 2018, ne conquistò poco più di sei milioni, domenica scorsa si è fermato a 5 milioni e 300 mila.

Difficile fare valutazioni sul M5S, che da quasi 11 milioni di voti passa a 4 milioni e 300 mila. In ogni caso, rispetto alle previsioni, Giuseppe Conte può dirsi molto soddisfatto:il suo movimento ha tenuto, dentro a un ricambio quasi totale di classe dirigente. Nelle regioni meridionali è, nettamente, la prima forza politica, grazie, soprattutto, alla promessa di mantenere il reddito di cittadinanza.

Lega Nord e Lega Sud

Insomma, se la Lega Nord è morta (anche se molti la vorrebbero rimettere in vita, al posto della Lega “nazionale” tutta spostata a destra voluta da Salvini), la Lega Sud è ufficialmente nata.

La nostra regione vota come il resto dell’Italia (anzi, la lista della Meloni ha qui la seconda percentuale in Italia, dopo il Lazio). E le anomalie vengono da sud. Eppure, tutte le istanze che hanno tenuto viva in questi decenni la questione settentrionale sono ancora sul tavolo, tutte irrisolte, a partire da quella dell’autonomia. Si possono fare due ipotesi:o si trattava di domande sopravvalutate, oppure il disagio riemergerà. Dalla risposta, dipende anche il futuro della Lega, che al momento sembra prigioniera di Matteo Salvini, ma che attraversa in ogni caso una crisi profonda, forse la più difficile della sua storia. In passato, anche di fronte alle sconfitte, c’era un partito vivo e radicato, con sezioni vitali. Ora le sezioni sono moribonde, e all’interno del partito volano gli stracci. Il disegno di Salvini di trasformare il partito in forza nazionale di estrema destra, si è infranto. Ma tornare indietro non è così facile, anche perché il “Capitano” ha fatto capire che non ha così tanta voglia di “sloggiare”, addossando la colpa della sconfitta proprio all’ala moderata e filo-governativa, rappresentata anche da Luca Zaia. Il Governatore del Veneto si trova di fronte a un dilemma: affrontare Salvini in mare aperto o attendere ancora, sapendo, però, di essere giunto già quasi alla metà del suo terzo mandato.

Restando nel centrodestra, Forza Italia conferma una relativa consistenza, più che altro al Sud, mentre raccolgono le briciole i Moderati, che pure avevano riunito quattro simboli, compreso quello del sindaco di Venezia Luigi Brugnaro, sonoramente sconfitto fuori dalla Laguna.

I tormenti del Pd

Il Pd, oltre che sconfitto, deve fare i conti con l’ennesimo psicodramma della sua tormentata storia. Mettere al rogo l’ennesimo segretario e vivere il lungo rito purificatore dei congressi non risolverà i problemi di un partito che, come la Lega, sta rischiando la sua stessa esistenza (del resto, analoga sorte è toccata in Francia ai Socialisti), stretto tra i centristi guidati da Carlo Calenda e la “sinistra sociale” ormai incarnata da Giuseppe Conte. Un partito, il Pd, va detto tra parentesi, nel quale la cultura cattolico-democratica è invisibile, se non in qualche contesto locale.

Le sfide del Governo

Nelle prossime settimane, insomma, si attende la nascita del Governo Meloni. L’interessata, al momento, sta dimostrando maturità e prudenza, lasciandosi alle spalle le ingombranti origini politiche e gli eccessi del passato anche recente. L’incognita, piuttosto, sta nella classe dirigente di un partito cresciuto troppo in fretta. Ma le sfide enormi che attendono il nostro Paese, spesso rimosse in campagna elettorale, meritano l’augurio che il suo Esecutivo sappia operare con efficacia e sappia unire il Paese, invece che dividerlo, come spesso è accaduto in passato. 

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