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Il volontariato nel post Covid fra la voglia e la fatica di ripartire

Anche il non profit ha sofferto profondamente durante e dopo l'emergenza sanitaria. L'Istituto italiano della donazione ha fotografato le tre principali tipologie di dono: la donazione di capacità e tempo, quella economica e quella biologica. In ciascuno di tali ambiti, è emerso un calo generalizzato. 

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Il volontariato nel post Covid fra la voglia e la fatica di ripartire

Qual è lo stato di salute del volontariato italiano a quasi tre anni dallo scoppio della pandemia? Come parecchi altri settori, anche il non profit ha sofferto profondamente, tanto che alcuni parlano del cosiddetto “effetto long-Covid” sul volontariato in generale. Il 4 ottobre, in occasione del Dono Day, l'Istituto italiano della donazione ha presentato il suo annuale rapporto, che fotografa le tre principali tipologie di dono: la donazione di capacità e tempo (volontariato), la donazione economica (liberalità in denaro) e quella biologica (sangue, organi, tessuti, ecc.). Per ciascuno di tali ambiti, il Rapporto misura le pratiche e la propensione al dono degli italiani, con dati generali e approfondimenti da diversi punti di vista. La fotografia che ne emerge è di un generalizzato impatto negativo sulla propensione al dono dei cittadini. 

Calano le donazioni e la disponibilità

Rispetto all’anno precedente, sono in netto calo il numero di persone (- 2,3%) che nel 2021 hanno dichiarato di aver donato risorse economiche alle associazioni. I volontari fra la popolazione italiana sono scesi al 7,3%. Di contro, aumentano la raccolta fondi nelle organizzazioni non profit, con un balzo di donazioni soprattutto da parte di aziende. 

E’ evidente, il volontariato italiano nel 2021 ha subito un contraccolpo inedito, dopo aver passato quasi indenne l’anno dell’emergenza Covid. Nel 2021, invece, l’attività di volontariato è calata di 2,5 punti percentuali rispetto al 2020: se nel 2019 il 9,8% degli italiani aveva svolto volontariato in associazioni e lo stesso avevano fatto nel 2020 il 9,2% degli italiani, il 2021 ha registrato un crollo di quasi due punti percentuali, portando il popolo del volontariato ad assestarsi attorno al 7,3%. Anche l’attività gratuita svolta non all’interno di associazioni ha registrato una battuta d’arresto nel 2021, passando dal 3%  al 2,1%. Il calo è più accentuato al Nord, che pure mantiene i più alti livelli di impegno volontario. Trasversale la diminuzione per genere ed età, anche se è più accentuata tra le femmine, tra i giovani di 14-19 anni (-4,6%) e 60-64enni (-3,5%).

“E’ un effetto che ci aspettavamo - ha commentato il presidente dell’Istituto Italiano della Donazione, Stefano Tabò -, poiché anche il dono, come tutte le sfere della vita pubblica e privata delle persone, non può non aver subito contraccolpi dalle crisi che stiamo attraversando. Se i dati messi insieme mostrano una contrazione dell’impegno personale, va sottolineato però che le organizzazioni del Terzo settore dimostrano una sostanziale tenuta. Questo evidenzia la loro capacità di reagire e di praticare, se necessario, nuove strade. Ci sono tutte le condizioni per continuare a richiamare i cittadini a mettersi in gioco, per esprimere concretamente, attraverso il dono, il loro contributo”.

A Treviso, come sta il volontariato?

Abbiamo tentato, purtroppo senza riuscirci, di scattare una fotografia attuale del Terzo settore della Marca trevigiana. Al momento, però, non esistono dati aggiornati, ufficiali, capaci di restituirci un quadro completo della situazione. Ci siamo, quindi, dovuti limitare alla raccolta di alcune testimonianze, che ci hanno confermato la resilienza e la voglia di ripartire di molte associazioni di volontariato locali. La fatica è tanta, molte le problematiche da affrontare, specie dal punto di vista burocratico e della sicurezza; eppure, la voglia di ricominciare c’è. Parlando dello stato di salute delle onlus locali, qualche giorno fa Antonio Dalla Rosa, neo vicepresidente del Centro Servizi Volontariato Belluno Treviso, ha spiegato: “Molte associazioni soffrono per la mancanza di un rinnovo nei direttivi. Un problema condiviso che necessita, per provare a risolverlo, di un periodo preventivo di studio per la formazione di una nuova squadra, e della capacità di intercettare fasce d’età diverse, ma anche persone appena arrivate in un territorio e che necessitano di integrazione. Sono argomenti fondanti su cui riflettere assieme ai protagonisti del vivace mondo degli enti del Terzo settore”.

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