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In carcere si moltiplicano le povertà

L’appuntamento con la rubrica “Condannati a vivere” vuole spingere la comunità alla riflessione e al dibattito sui temi legati alla detenzione. Invitiamo chiunque volesse intervenire ed esprimere la propria impressione a inviare il proprio contributo all’e-mail: cappellania.penitenziaria@diocesitreviso.it

Parole chiave: vulnerabili (2), carcere (49), povertà (110), migranti (204), fragili (17), disturbi psichici (1)
In carcere si moltiplicano le povertà

In carcere si moltiplicano le povertà. Tra le persone recluse, molte sono quelle che vivono ai margini della società. Individui fragili, vulnerabili, indigenti, dipendenti da sostanze o con disturbi psichici. A raccontarlo è don Pietro Zardo, cappellano del carcere maggiore di Santa Bona, che spiega: “Spesso le persone che incontro in casa circondariale non hanno commesso grossi reati, ma tanti di lieve entità”.

Cerchiamo, dunque, di comprendere chi siano “i detenuti” al di là di numeri e categorizzazioni.
“La fisionomia dei detenuti - racconta il cappellano - è molto cambiata rispetto al passato. Nei primi anni 2.000 il reato più comune era lo spaccio, ora si assiste a un moltiplicarsi delle presenze straniere all’interno del carcere, migranti che subiscono le conseguenze della fuga dai loro Paesi di provenienza per motivi sociopolitici o religiosi. E’ vero che i numeri ci dicono che la popolazione carceraria trevigiana è composta per la metà da cittadini italiani e per l’altra metà da stranieri (90 stranieri su 188 detenuti), ma è anche vero che i cittadini di origine straniera non sono la metà della popolazione, per cui in proporzione la loro presenza in carcere è molto più significativa di quella italiana. Guardare ai numeri, tuttavia, non è sufficiente, è necessario far parlare questi numeri, e allora bisogna chiedersi cosa hanno fatto queste persone per essere recluse. Chi sono questi individui”.

E don Pietro, dunque, prova a illuminare la situazione: “Si tratta di piccola delinquenza, di sprovveduti che, una volta arrivati in Italia, non sanno come affrontare il loro futuro, vengono soprattutto dal Medio Oriente, sono irregolari, ma anche richiedenti asilo, spesso senza documenti, in attesa di un permesso di soggiorno, scivolano nelle maglie dell’illegalità. Allora dovremmo compiere uno sforzo per dare una lettura umana alla loro presenza in carcere, hanno pene brevi, una accidentale necessità nella loro strada, ma una volta entrati in carcere il loro destino è segnato, la loro strada per l’integrazione nel nostro Paese diventa un percorso in salita con la pioggia”.

Tra le persone detenute nella casa circondariale di Santa Bona, vi è, inoltre, una percentuale consistente di uomini con problemi psichici, a volte dovuti all’abuso di sostanze, che ne hanno deteriorato le capacità cognitive: “Per coloro che hanno problemi psichici - spiega don Pietro - non ci sono luoghi di cura appositi, alla terapia prevale il contenimento con i farmaci, viene così meno la funzione riabilitativa che il carcere dovrebbe avere. Inoltre la coabitazione con chi ha questo genere di disturbi è complessa, e le altre persone detenute ne soffrono”. “Il carcere di Treviso - prosegue don Pietro - in passato era delegato ad accogliere individui con problematiche psichiatriche, e ancora oggi ne ospita diversi, poiché con la chiusura definitiva degli Opg (ospedali psichiatrici giudiziari), non c’è un altro posto dove far scontare la pena a queste persone, che invece avrebbero bisogno di aiuto e di seguire percorsi di cura appositi”.

Dal 2015 gli Opg sono stati sostituiti dalle Rems (Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza). In tutta Italia, secondo dati della associazione Antigone, aggiornati a novembre 2020, ce ne sono solo 31, di cui una in Veneto, a Nogara, in provincia di Verona, con la capacità di 40 posti letto. In totale i ricoverati in queste strutture in Italia erano 551. “Si tratta - scrive l’associazione nel suo rapporto - del dato più basso della storia delle misure di sicurezza detentive dal Dopoguerra a oggi”. E gli altri? Spesso ospitati nelle normali carceri italiane, assieme ai detenuti comuni. “Parliamo di un ambiente e di personale non adatto ad affrontare problematiche così complesse - prosegue il cappellano - e così si punta sul contenimento farmacologico più che su un percorso terapeutico adeguato”.

“Questo diventa un problema enorme - denuncia il sacerdote -, sia per la convivenza all’interno della casa circondariale, sia perché alle volte queste persone vengono pesantemente sedate, affinché non arrechino «disturbo». Senza contare che la maggior parte ha commesso piccoli reati, ma «infastidisce» la società, per cui permane in carcere anche per lungo tempo, come se le carceri servissero a compiere una «pulizia sociale»”. “In Veneto - conclude don Zardo - si sarebbe dovuta realizzare una struttura per le persone con problemi più gravi, ma ancora non esiste. Non voglio dire che bisogna tornare agli Opg del passato, sia ben chiaro, in quei luoghi la società aveva perso la misura dell’umano e si viveva in condizioni inimmaginabili, ma è necessario che vengano create esperienze diverse, più adatte a prendersi cura delle persone. Cosa può fare una struttura carceraria standard per una persona con problemi psichici o con una dipendenza?”.

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