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In fuga dalla guerra

Il primi profughi ad arrivare nella Marca sono scesi a Conegliano, dopo un lungo tragitto in pullman. Vito Battistuzzi, proprietario dell’omonima ditta di autotrasporti, ha messo a disposizione il mezzo. Ecco il resoconto del viaggio, reso possibile dalla solidarietà tra imprenditori e cittadini ucraini

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In fuga dalla guerra

“C’è un’immagine che non dimenticherò mai. Un papà ucraino carica sul pullman la giovane moglie e un bambino di un paio d’anni: scende e con il dito disegna un cuore sul finestrino davanti ai loro volti (nella foto a destra, ndr). E poi lo bacia decine di volte, incurante del vetro sporco. Appena partiamo, rientra in Ucraina a piedi, per andare a difendere il suo Paese”. Quando c’è da dare una mano, Vito Battistuzzi, titolare con il padre Adriano dell’omonima ditta di autotrasporti di Conegliano, non si tira mai indietro. Allo scoppio della pandemia, offrirono trasporti gratuiti ai Comuni con i quali lavorava. Ora, la guerra in Ucraina: è loro il primo pullman partito dalla provincia di Treviso per recuperare profughi.

“L’altro giorno abbiamo visto un nostro dipendente, vittoriese, molto agitato - racconta Toni Franceschet, titolare con i figli Marco e Stefania della Ristorazione Ottavian - : ci ha chiesto qualche giorno di ferie e aiuto a trovare un pulmino. Voleva andare a prendere la famiglia della moglie ucraina. Abbiamo capito che non potevamo lasciarlo solo: abbiamo contattato i Battistuzzi, che hanno subito raccolto il nostro appello, mettendo a disposizione un pullman da 80 posti”.

“Con Roberto (un suo autista, ndr) siamo partiti domenica mattina alle 9 - racconta Vito Battistuzzi -, e senza soste siamo arrivati alle 3 di lunedì mattina in un paese al confine tra la Polonia e l’Ucraina. Qui, in una grande piazza stanno affluendo migliaia di ucraini in fuga. Olena e Maxim, ucraini che vivono a Vittorio Veneto da anni, che coordinavano il nostro viaggio, avevano una lista di persone da trovare: un’impresa, in quella moltitudine di persone”.

“Sono persone che non conosciamo - spiega Olena, il volto sfigurato dalla stanchezza di 48 ore senza dormire, appesa al cellulare -, ma contatti di contatti. Da tutta Italia ci stanno chiamando pregandoci di portare in Italia familiari”.

“Olena e Maxim, rischiando grosso - continua Battistuzzi -, hanno oltrepassato più volte il confine per tutta la notte per recuperare persone e portarle al pullman. Appena si è riempito, siamo subito ripartiti. I parenti di Olena, non sono ancora riusciti ad arrivare al confine, quindi non sono rientrati con noi...”.

Il pullman si riempie di donne e bambini. “Gli uomini non possono: sono tutti reclutati, dai 16 ai 60 anni. Ho visto donne arrivare al confine spingendo carrelli della spesa con una coperta attorno e i bambini dentro; abbiamo caricato una donna incinta, una con una gamba rotta, una con un figlio di due anni che è arrivata dopo due giorni di cammino, mamme con figli neonati. All’inizio in pullman il clima è molto pesante: le donne sono stremate, i bambini terrorizzati. Col passare del tempo si rilassano, si scaldano, dormono. Si rifocillano con i nostri viveri portati dall’Italia. Chiedono tè caldo: la macchinetta del pullman fa solo caffè, non fa acqua calda, la manomettiamo per ottenerla, e così si scaldano pure lo stomaco. I bambini giocano tra loro, le mamme riposano e puliscono continuamente il pullman in segno di riconoscenza”.

Lungo la strada del ritorno, a Cracovia si caricano altre persone. “Erano lì anche all’andata: li abbiamo invitati a salire subito, per approfittare del caldo: pur di non tornare verso il confine ucraino, hanno preferito attendere altre 12 ore all’addiaccio in una piazza”.

In Italia un controllo della polizia, che stava aspettando il pullman di cui ormai tutti stavano parlando. E poi dritti verso Conegliano, alla Zoppas Arena per il tampone. Una pratica complicata dalla necessità delle forze di polizia di riconoscere e registrare le persone che arrivano da fuori Ue. Alcune sono positive, e vengono trasferite verso un albergo Covid. Le altre proseguono il loro viaggio.

“Sulla strada del ritorno - continua Vito Battistuzzi - ho registrato un videomessaggio di Olena, che rivolgeva un appello concreto: servivano, fin dall’arrivo del pullman, pannolini e mascherine. E poi passaggi verso le stazioni per raggiungere varie mete, un aiuto per comprare i biglietti del treno, ma anche semplicemente per farlo, perché sono donne giovani, stanche, impaurite e che non sanno la nostra lingua e spesso nemmeno l’inglese”.
E la solidarietà sboccia. Forte, impetuosa. Con semplicità, molte persone, anche giovani, avendo visto l’appello video di Olena, si sono presentate e i passaggi sono stati subito trovati.

E ora? “A Olena - ammette Vito Battistuzzi - ho detto che per guidare altri 2.500 km in 48 ore ci serviva qualche ora di riposo e di sonno, che non si poteva ripartire subito, come lei invece avrebbe voluto. Ma ha vinto lei: ho fatto il pieno, ripulito il pullman, trovato altri due autisti e partono stasera. Con Olena e Maxim”. “Che farei, a casa?”, sussurra Olena.

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