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L'analisi: la testa di Tosi sul vassoio

Zaia non voleva un'altra legislatura con il fiato sul collo degli uomini vicini al Sindaco di Verona. A Salvini fa comodo sbarazzarsi di un pericoloso rivale, che ha una linea opposta dalla sua. Ma ora il Carroccio rischia.

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L'analisi: la testa di Tosi sul vassoio

A brigante, brigante e mezzo, diceva spesso Sandro Pertini. Cioè il vecchio rendere pan per focaccia, dove il pan sta nella cacciata di Flavio Tosi dalla “sua” Lega Nord (una militanza ultraventennale), la focaccia nell’intenzione di candidarsi alla presidenza della Regione con il vero obiettivo di far perdere Luca Zaia, quindi Matteo Salvini e quella Lega a trazione lombarda che ha appunto cacciato il sindaco di Verona.

Clamoroso, ma non inatteso. Sulle Regionali di maggio (10 o 31, ancora non si sa) s’è consumato il rapporto tra Tosi e la Lega, la “sua” Lega visto che dentro questo partito c’è stato per un quarto di secolo. Matteo Salvini ha ricandidato Luca Zaia alla poltrona di presidente regionale; il trevisano ha accettato, ad una condizione: la testa del sindaco di Verona sul vassoio. Nessuna voglia di fare un’altra legislatura come quella conclusa, con Tosi ad eterodirigere la sanità veneta (e il 75% del budget regionale) e Zaia a fare l’uomo-immagine. Nessuna voglia di vedere una Lista Tosi e una serie di consiglieri e assessori che facessero riferimento a Verona più che al presidente, se eletto.

A Salvini, la testa di Tosi andava più che bene su quel vassoio. Quando Bobo Maroni s’è ritirato dal vertice della Lega per rimanere solo presidente regionale lombardo, ha preso i due ragazzi più promettenti della covata – Matteo e Flavio – e ha stipulato con loro un accordo: a Salvini il partito, a Tosi la candidatura alle eventuali primarie nazionali per guidare un nuovo centrodestra, alla vigilia dello sfacelo del vecchio e con Berlusconi in attesa di sentenza penale (poi arrivata).

Ma nel frattempo le cose sono cambiate. Salvini ci ha preso gusto, ha virato il partito dal federalismo al lepenismo, dal localismo al populismo contro tutto e tutti, pascolando consensi nel territorio rapidamente abbandonato da Grillo e i suoi. Berlusconi s’è arroccato con le unghie e i denti a quel che resta di Forza Italia, e quindi niente primarie, niente nuovi centrodestra. Insomma, per Tosi è finito il campo da gioco.

Da qui il tentativo di contare almeno in Regione, da qui il durissimo scontro con Zaia, spalleggiato da Salvini. Da qui, la cacciata dalla Lega decisa senza in realtà cercare nessun compromesso con Tosi: perché la verità è che in gioco c’era appunto la sua testa, e non un compromesso politico.

Sempre in verità, la scusa buona Salvini ce l’aveva in mano. Il sindaco di Verona da un paio d’anni sta creando gruppi politici da lui emanati – i Fari sparsi ovunque in Italia – dietro ai quali c’è una Fondazione che deve portare loro benzina, gestita dal suo braccio destro Fabio Venturi. Un partito tosiano cresciuto dentro la Lega, dopo la già discussa Lista Tosi in Comune e in altri paesi della Provincia?

I malumori stavano crescendo pure a Verona, ultimamente. Vecchi amici diventati nemici o staccatisi dal suo progetto; dirigenti perplessi; base disorientata. Insomma, il modo ha creato molte perplessità (e ha dato il destro a Salvini per cacciare il sindaco dal partito), ma la questione vera era tutta politica, oltre che di battaglia di potere.

Salvini appunto ha messo sulla sua scrivania la foto di Marine Le Pen: battaglia contro l’Europa unita e contro l’euro, contro l’immigrazione e contro l’islam, insomma contro tutto e tutti, salvo magari allearcisi (vedi Forza Italia) per il voto regionale in Veneto. La strategia sta elettoralmente pagando – è il leader più in vista nel centrodestra, crescono i consensi pro-Lega – ma ha un problema alla radice: si confina all’opposizione permanente, così il centrodestra non tornerà mai al governo.

Il Matteo lumbard non è d’accordo con questa visione (cita appunto i lepenisti ormai forza maggioritaria in Francia, e la vittoria di Tsipras in Grecia) e quindi non è d’accordo con la strategia tosiana di fondare un nuovo centrodestra federalista e nazionale dentro il quale far confluire anche la Lega. Tosi guarda al voto moderato, sa che mezza Italia abbondante voterebbe volentieri dalla sua parte, capisce che il vuoto lasciato da Berlusconi e Bossi sta per essere riempito da un Matteo Renzi che tra i moderati non trova alcuna concorrenza: «Così lasciamo Renzi al governo per i prossimi vent’anni», ripete il sindaco di Verona come un mantra.

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