Società e Politica
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L'appello ai liberi e forti risuona ancora

Cento anni fa, il 18 gennaio 1919, nasceva con l’appello ai “liberi e forti” il Partito popolare italiano. Nasceva la lunga stagione d’impegno dei cattolici nella vita politica del Paese. Ripercorriamo il valoree l’attualità delle intuizioni di don Luigi Sturzo, che ben distingueva tra “popolarismo” e “populismo”, con l’on. Flavia Piccoli Nardelli, già segretario esecutivo dell’Istituto Sturzo: “Quelle parole conservano ancora una forza e un’efficacia pazzesca”.

L'appello ai liberi e forti risuona ancora

“E’ un documento che ha ancora una tale forza, di un’efficacia pazzesca, non c’è niente di retorico, si può leggere senza cambiare una virgola”. E’una “innamorata” dell’appello di don Luigi Sturzo ai “liberi e forti” l’onorevole Flavia Piccoli Nardelli. Fin da bambina è cresciuta a “pane, Sturzo e De Gasperi” nel suo Trentino, essendo figlia di Flaminio Piccoli uno dei principali esponenti della Democrazia cristiana. Ha poi avuto a che fare a lungo, con la figura di don Luigi Sturzo, dal punto di vista culturale, in quanto segretario esecutivo dell’Istituto Luigi Sturzo di Roma. In anni recenti, ha cercato di portare l’ispirazione sturziana nell’impegno politico diretto. Eletta nel Pd, nella passata legislatura ha presieduto la Commissione Cultura della camera ed è stata rieletta in Parlamento alle ultime elezioni politiche.
A lei abbiamo chiesto di ripercorrere e, se possibile, attualizzare il Manifesto del 18 gennaio 1918, il famosissimo appello ai “liberi e forti” attraverso il quale don Sturzo lanciò la proposta, per la prima volta nell’Italia unita, di un partito “di cattolici”.
Fu davvero un appello dirompente?
Sì, è molto emozionante leggere il manifesto originale, conservato all’istituto Sturzo, con qualche correzione scritta di suo pugno da De Gasperi... E’ un’opera collettiva, non solo di don Sturzo, di grande efficacia e fascino. Sturzo porta con sé una tradizione culturale di decenni, la stagione del cattolicesimo sociale. Ma c’è anche tutta la consapevolezza della situazione in cui si trovava l’Italia dopo una guerra sanguinosissima, che lasciava aperti grandi problemi. Il fondatore del Partito popolare si fa carico di questa frustrazione, cerca di dare una prospettiva di speranza, pur nelle difficoltà...
Quello che manca oggi...
Sì, noi non abbiamo vissuto una guerra ma ci troviamo in un momento di grande cambiamento, proprio come cento anni fa. Sturzo cerca di interpretare il sentimento popolare e al tempo stesso di ricostruire, valorizzando ciò che poteva tenere insieme la società, cercando una sintesi tra i bisogni delle persone e le risposte che si potevano dare. Il Partito popolare non nasce in modo astratto, ma per dare risposte alla crisi del Paese.
Cento anni fa fu un successo. Come mai?
E’ vero, il partito nasce nel gennaio del 1919 e a novembre, alle elezioni politiche, conquistò cento parlamentari. Il partito decolla grazie a una rete diffusa su tutto il territorio nazionale e molto radicata a livello locale: la stampa cattolica - lo voglio ricordare oggi, mentre si assiste a un attacco contro i piccoli giornali locali -, le casse rurali, la presenza dell’universo cattolico. L’appello viene appeso su tutti i muri di Roma, ma in poco tempo si diffonde nel Paese, trova consenso anche per la sua dignità e chiarezza. Ebbe un ruolo importante l’esperienza di don Sturzo come sindaco di Caltagirone, ma anche come vicepresidente nazionale dell’Anci. Quella di Sturzo, che aveva studiato anche la realtà del Triveneto, fu una proposta nazionale. Al tempo stesso seppe essere un partito, come è noto, non “cattolico” ma “di cattolici”, non populista, ma realmente popolare.
Però durò poco, il fascismo lo spazzò via...
Dura sei anni ma scava dei segni profondissimi, si può dire che il Partito popolare rimane latente e riemerge nel 1943 e poi nel 1946, anche se la nuova forza politica si chiamerà Democrazia cristiana.
Ci fu un altro momento in cui l’intuizione del popolarismo sembrò risorgere. Nel 1993, al posto della morente Dc, rinacque il Partito popolare. Perché a suo avviso quell’esperienza fallì?
Ricordo bene quel momento, l’annuncio venne dato nella sede dell’Istituto Sturzo. C’era grande entusiasmo, ma a mio avviso è mancato il tempo per radicare nuovamente l’ispirazione cristiana. E poi bisogna dire che erano cambiate tante cose, e che anche lo stesso mondo cattolico aveva iniziato a vivere un momento di maggiore difficoltà.
In che cosa il Partito di Sturzo fu “popolare” e non “populista”?
Era fondamentale il primato dei cosiddetti corpi intermedi, il primato della società civile rispetto alla politica. Di conseguenza, non si rivolgeva indistintamente al popolo, ma anzitutto a delle persone, che erano collegate tra loro in una rete solidale e fittissima. Sturzo, insomma, non pensava a una realtà di popolo genericamente intesa, il popolo è fatto di persone ed è articolato. Me lo faccia dire, Sturzo è l’antitesi del populismo.
Il centenario arriva proprio in un momento in cui il populismo sembra trionfare...
E non è un caso che questo avvenga dentro una difficoltà del nostro mondo e dentro un attacco a quelli che sono sempre stati considerati i “corpi intermedi” della società, pensiamo a quelli rivolti di recente alla stampa locale, o al terzo settore. Certo, oggi le intuizioni di Sturzo sembrano essere in controtendenza. Ma, forse, la lezione valida oggi è che Sturzo cento anni fa, in una situazione difficilissima, è riuscito a fare una cosa straordinaria! Le operazioni straordinarie a volte riescono.

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