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L'imperatore in salsa bavarese

L'analisi del voto dopo il successo del governatore uscente Luca Zaia alle elezioni regionali del Veneto: gli elettori sembreno aver "dato vita" a un partito "bavarese", regionale e federato con le forze nazionali più vicine

L'imperatore in salsa bavarese

Un risultato senza precedenti. Comunque lo si voglia leggere, il trionfo di Luca Zaia alle Regionali del Veneto è indubbiamente straordinario. Come è noto, tre elettori su quattro, tra quanti si sono recati al seggio il 20 e 21 settembre, hanno messo il proprio segno sul nome del presidente uscente. Nel nostro territorio, supera l’80 per cento in buona parte dei Comuni, con punte dell’89% a Ormelle e Cimadolmo.

Anche in termini di voti assoluti, i cui numeri è sempre bene guardare prima ancora che le percentuali, la vittoria di Zaia è eloquente: 1.883.959 voti, quasi la metà dell’intero corpo elettorale (poco più di 4 milioni di cittadini). Cinque anni fa, complice anche l’alta astensione, erano stati 1.107.454, (50,08%), nel 2010 1.528.382 (60,15%), mentre Giancarlo Galan, 15 anni fa, aveva conquistato 1.359.879 voti, con il 50,58%.
Un successo di queste proporzioni rivela che Zaia è stato votato anche da elettori che tradizionalmente scelgono altri partiti. E’ stato percepito come una guida moderata, che si pone in continuità con la tradizione veneta. Significativo anche il risultato della sua lista, quasi tre volte di più rispetto alla Lega a livello regionale. Clamoroso che in provincia di Treviso il secondo eletto della lista salviniana, il sindaco di Montebelluna Marzio Favero, ce l’abbia fatta solo per un quasi casuale gioco di incastri, mentre la Lista Zaia ha eletto 5 consiglieri.

Qualcuno dirà che, in ogni caso, tutti confluiranno nel gruppo consiliare della Lega. Ma allora non si capisce perché i vertici di partito, in piena campagna elettorale, abbiano diramato una circolare agli iscritti chiedendo di sostenere solo la lista ufficiale. Un clamoroso autogol, che ha in effetti alimentato le voci di un dualismo tra la linea di Matteo Salvini e quella di Zaia. Al di là, infatti, delle smentite di rito, le differenze sebrano ormai evidenti. Salvini ha puntato tutto sulla “spallata” al Governo, perdendo le battaglie campali di Emilia e Toscana. E sulla trasformazione della Lega (non più Nord) in un partito nazionale sovranista, con accenti di estrema destra, capace di sfondare al Sud. Invece, nonostante gli iniziali buoni risultati (come la “simbolica” conquista di Lampedusa), la sfida è ben lontana dall’essere vinta.

Si può ben dire che Salvini “si è fermato a Eboli”, anzi, si è fermato già prima di Caserta. Ben diversa l’idea “autonomista” di Zaia. Certo, l’eccezionale risultato, come spiega qui a fianco il professor Feltrin, si spiega anche con la gestione del Covid-19 e con la capacità comunicativa di Zaia.
In ogni caso, però, gli elettori sembrano aver “dato vita” a quello che la stessa Lega non ha mai voluto fare esplicitamente: un partito “bavarese”, regionale e federato con le forze nazionali più vicine. Oggi, più che mai, la Lega del Veneto è vicina a questo modello, certo con le debite differenze. Il passo successivo (ed è un’altra ragione della vittoria di Zaia) è dare concretizzazione alla richiesta di autonomia.

Il governatore pare voler puntare sul dialogo con il Governo e sui toni soft. Ma molto del futuro politico di Zaia passa per la gestione di questo dossier. Per il resto, il presidente del Veneto saprà bene che una vittoria di queste proporzioni non è facile da gestire e che prossimamente sarà atteso da scelte impegnative. Tra cinque anni non potrà più ricandidarsi e molti lo stanno “spingendo” a contendere la leadership nazionale a Salvini. Si vedrà. In Baviera a Franz Josef Strauss hanno dedicato l’aeroporto di Monaco (a Venezia sembra difficile far sloggiare Marco Polo), ma quando il leader della Csu si è candidato a fare il cancelliere, è stato sconfitto (ha fatto, però, più volte il ministro). Le scalate, in politica non sono mai automatiche. E questo Zaia lo sa bene.

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