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L'indagine: in molti in questi mesi hanno rinunciato a curarsi

L'Istat ha reso noti i dati della mortalità da Covid-19 nella prima e nella seconda ondata in un incontro organizzato da Ca' Foscari. Tra i relatori Maria Masocco che ha presentato uno studio sullo stato di salute della popolazione durante la pandemia: il 54% degli ultra sessantacinquenni non ha effettuato visite o esami

L'indagine: in molti in questi mesi hanno rinunciato a curarsi

Mentre si teme l’arrivo di una terza ondata di pandemia, l’Istat ha reso noti i dati della mortalità della prima e della seconda ondata, ancora in aggiornamento. Dati presentati martedì 16 febbraio dal ricercatore Gianni Corsetti, nell’incontro organizzato dal Dipartimento di economia di Ca’ Foscari. Da marzo a maggio del 2020 si sono contati 211.000 decessi, 50.000 in più rispetto alla media dello stesso periodo nei 5 anni precedenti. Di questi, 45.000 erano relativi a residenti nel nord del Paese: in particolare, in Lombardia la mortalità è aumentata del 192,4% a marzo e del 118,5% ad aprile. Più 22% a marzo e +30,9% ad aprile in Veneto.

Gli effetti della seconda ondata di registrano già a partire dall’autunno con un aumento, tra  ottobre e novembre 2020, di 33.700 decessi. Questa volta a essere colpito non è solo il Nord Italia, ma tutta la Penisola.

Tra i relatori all’incontro online, Maria Masocco, dell’Istituto superiore di sanità, ha presentato uno studio, dal titolo “Passi” e “Passi d’argento”, promosso dal Ministero della Salute. Si tratta di un sistema di sorveglianza sullo stato di salute, anche percepita, su adulti (18-69 anni) e anziani (ultra 65enni). Indagine che fornisce moltissime informazioni anche sull’impatto che questa crisi ha avuto, non solo sulla salute fisica, ma anche psicologica. Il campione ha riguardato 2.613 adulti e 2.288, anziani. Al di là delle peggiorate condizioni economiche che molti di loro lamentano, a causa di orari di lavoro ridotti o di perdita del posto di lavoro, è interessante notare quante persone abbiano dovuto rinunciare alle cure negli ultimi dodici mesi. Tra sospensione del servizio e timore di contrarre il Covid o per altri motivi, il 54% degli ultra sessantacinquenni non ha effettuato visite mediche o esami diagnostici previsti, con tutte le conseguenze che ciò comporta in futuro per salute del cittadino.

C’è una percezione del rischio contagio piuttosto alta nelle persone, anche nelle azioni quotidiane della vita. La metà degli adulti ritiene probabile ammalarsi nei successivi tre mesi, che si abbassa al 46% tra gli anziani. Ma sono gli esiti della malattia che preoccupano in modo diverso i due gruppi: solo un adulto su tre teme esiti gravi in caso di contagio, contro il 77% degli anziani. D’altronde, i dati sulla letalità del virus Covid-19 sono lì a confermarlo: colpisce un po’ tutte le fasce, ma è letale per chi ha superato gli ottant’anni. Per questo la disponibilità a vaccinarsi raggiunge percentuali molto alte tra gli intervistati: l’84% tra gli anziani e il 71% tra gli adulti. Interessante il profilo di chi, tra gli adulti, ha risposto che certamente non si vaccinerà e che raggiunge il 13%: si tratta di persone con un basso grado di istruzione, prevalentemente donne, che non hanno mai partecipato, ad esempio, al piano vaccinale antinfluenzale. Campagna che, d’altronde, nel nostro Paese non ha mai raggiunto la soglia ottimale del 95% né quella minima del 75%. Forse questo virus servirà in futuro a convincere più persone che il vaccino non è il male, ma è la soluzione al male.

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