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LE STORIE DEL PRIMO MAGGIO. Elena, le difficoltà del settore moda e la fatica di conciliare lavoro e famiglia

Elena è impiegata nel settore della moda e racconta una crisi preoccupante del comparto, le paure per il proprio posto a rischio e le difficoltà nel conciliare il lavoro da casa con le esigenze della figlia, che fa la seconda elementare.

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LE STORIE DEL PRIMO MAGGIO. Elena, le difficoltà del settore moda e la fatica di conciliare lavoro e famiglia

Elena è impiegata nel settore della moda e racconta una crisi preoccupante del comparto, le paure per il proprio posto a rischio e le difficoltà nel conciliare il lavoro da casa con le esigenze della figlia, che fa la seconda elementare.

“Noi prima di tutto abbiamo vissuto un rallentamento negli scambi con la Cina. Le aziende con cui ci interfacciavamo hanno chiuso per il capodanno cinese e poi hanno riaperto con il contagocce. Loro sono rimasti a casa fino a metà febbraio, dopodiché è iniziata l’emergenza qui. All’inizio abbiamo continuato a lavorare come sempre, poi abbiamo cominciato ad andare in ufficio con il 50% del personale, l’altro 50% a turno era costretto a prendersi ferie. Quando hanno chiuso tutto non eravamo preparati. Ci è arrivato un messaggio il sabato dicendo che da lunedì avremmo lavorato a casa e io non ho neanche internet. Comunque mi sono stati forniti un computer aziendale e una chiavetta per la connessione. Quel lunedì, a turno, siamo andati tutti in ufficio a recuperare i materiali, ci hanno messi in cassa integrazione, ma segniamo le ore che lavoriamo da casa e vengono scalate dalla cassa. Continuiamo per avere la possibilità di riaprire quando sarà possibile. Nella moda si lavora su due stagioni all’anno, ora essendo chiusi i negozi la stagione estiva di quest’anno è andata, tra chi ha ridotto gli ordini e chi non li ha proprio fatti, le merci rimangono nei magazzini, con i conseguenti costi di affitto da pagare. Noi iniziamo a preparare la stagione invernale, sperando che ci sia qualcuno che poi acquisterà la merce, perché lavoriamo sia con i piccoli negozi che con i grossi gruppi, ma il margine lo facciamo soprattutto con i piccoli e se quelli non riaprono chiudiamo anche noi. Già le cose non andavano bene da un po’, ora è ancora peggio, i volumi sono calati, manca tutta la parte degli ordini più grossi, cerco di portarmi avanti con la stagione estiva 2021, ma finché non rientreremo in ufficio non sarà possibile fare molto”.

Nel frattempo a casa Elena e il compagno cercano di conciliare i loro tempi di lavoro con lo studio e i giochi della figlia, mentre cresce l’apprensione per un “fase due” in cui si riprende ad andare in ufficio, ma le scuole restano chiuse.

“Lavorare da casa entrambi con la bambina è stato un disastro: abbiamo cercato di gestire l’attività scolastica, considerando che le video lezioni sono fatte nello stesso computer e con la stessa connessione che io utilizzo per lavoro. E’ ancora piccola per cui bisogna seguirla per i compiti. Per la parte ludica invece si arrangia, guarda tanti cartoni, non credo sia giusto ma non ho alternative. Invece sono tremendamente preoccupata per la «fase due»: noi torniamo a lavoro, con scuole chiuse e senza nonni perché bisogna proteggerli, e magari tutta l’estate senza centri estivi. Lavoriamo entrambi perché con uno stipendio solo non ce la faremmo, ma ora come potremo gestire la situazione? Con una baby sitter? Niente nonni, ma portiamo in casa un’estranea? In più non so quanto possano coprire i buoni, se dovessi pagarla mi converrebbe non lavorare proprio”.

Di qui l’appello di Elena affinché si dia più valore alla famiglia: “Sarebbe bello che tutto questo ci aiutasse a ripensare la società, perché ci sono troppe storture, troppe cose che non quadrano. Non è giusto che tra pubblico e privato ci sia una differenza enorme di diritti. E’ necessario aiutare le famiglie con figli, conciliare le ore di scuola con quelle lavorative; smettere di discriminare i genitori sul posto di lavoro, aumentare i permessi, detassare i part time in modo tale che due persone che lavorano in quella modalità non siano più costose per il datore di lavoro rispetto al full time, invece in questo momento ci sentiamo sempre più presi in giro”.

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