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La guarigione dal Covid-19: precarietà e... grazia

Bruno Cadorin, diacono permanente della nostra diocesi, racconta la sua esperienza di malattia e guarigione, dopo 85 giorni di terapia intensiva e 193 totali di ricovero. “Mi hanno sostenuto tre cose: la fede, la famiglia e la vicinanza di tante persone. Mi ha sorpreso la forza di una comunità che prega”

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Bruno Cadorin

Alla vigilia di Natale sono tre mesi che Bruno Cadorin è uscito dall’ospedale di Montebelluna. Un percorso lungo e difficile per superare la malattia, il Covid-19. Sessantuno anni da pochi giorni, marito, padre, geometra con studio a Montebelluna, e da 5 anni diacono permanente della nostra Diocesi, in servizio a Caerano di San Marco, la sua vicenda è stata raccontata dai famigliari con un diario quasi quotidiano, che ha permesso a tanti amici e conoscenti di farsi vicini, di pregare per Bruno e per i suoi cari. Una storia che, oggi, lui può raccontare in prima persona.

Come sta, Bruno?
Abbastanza bene, considerata la gravità e la lunghezza del mio percorso di malattia e di guarigione. Fortunatamente non ho avuto la necessità di un supporto ventilatorio, una volta uscito dall’ospedale, come inizialmente si era immaginato, ma ovviamente la ripresa è lenta e graduale e i momenti di fatica non mancano.

Come definirebbe con una parola quello che ha vissuto?
Me ne conceda due: precarietà e grazia.

Può raccontarci l’inizio della malattia? Fino a quando ha ricordi precisi?
Per quanto si possa essere attenti, la malattia è arrivata all’improvviso. Già l’anno scorso il Covid-19 si era presentato nella nostra famiglia e mio figlio è stato il primo contagiato. Sintomi lievi e alcune settimane di quarantena ma noi, che abbiamo vissuto nella stessa casa, non eravamo stati contagiati. Quest’anno, a febbraio, mia figlia e il suo compagno sono stati contagiati ma erano pressoché asintomatici. Dopo un po’ è risultata positiva mia moglie e subito dopo io. All’inizio la situazione più preoccupante era quella di mia moglie, con febbre alta e difficoltà respiratorie, mentre sembrava io stessi reggendo meglio. È brutto fare esperienza della sensazione di “fame d’aria” e anche se seguiti dall’Usca a domicilio, il 13 marzo mia moglie è stata ricoverata d’urgenza in ospedale. Vederla salire sull’ambulanza e sapere di non poterla accompagnare crea un grande stato d’ansia e di preoccupazione. Dopo soli due giorni anch’io ho avvertito grosse difficoltà di respiro e il 15 marzo sono stato a mia volta ricoverato all’ospedale di Montebelluna. La situazione è precipitata e i sanitari hanno compreso subito la gravità dell’infezione. Mi ricordo l’escalation delle varie maschere per l’ossigeno, fino al traumatico casco e alla fatica che facevo per rimanere in posizione supina; ma nonostante tutti gli accorgimenti la situazione peggiorava sempre più e in fretta: sono passato dal reparto di medicina alla pneumologia per poi finire in terapia intensiva.

Che cosa ricorda del tempo della terapia intensiva?
I miei ricordi terminano con l’ingresso in terapia intensiva. Non ho quindi memoria precisa di quando sono stato intubato e degli ottantacinque giorni trascorsi nel reparto di rianimazione. Ho vissuto in quel periodo una specie di vita parallela dove a qualche ricordo reale si sono aggiunti tanti pensieri e allucinazioni. Non erano sogni, ma immagini che vagavano nella mia testa. Non avevo tempo ed energie per pensare a tante cose! Quando una persona è ammalata ha solo in mente di guarire e di uscirne il prima possibile. Mi rasserenavano le notizie che mi portavano i medici e gli infermieri riguardo le condizioni di mia moglie e il suo graduale recupero. È stato importante che il giorno prima del trasferimento in Terapia intensiva, gli infermieri abbiano portato mia moglie a salutarmi. Ricordo che l’hanno condotta con la carrozzina fino alla porta della mia camera dove abbiamo potuto vederci e salutarci. I miei obiettivi erano guarire per tornare presto ed essere pronto per il tanto atteso matrimonio di mia figlia che si doveva sposare il 9 luglio. Non potevo mancare!

Che cosa l’ha sostenuta in tutto quel tempo? Come ha superato i momenti di sconforto?
Guardavo l’orologio e sembrava fosse scarico! I minuti non passavano mai e arrivare a 193 giorni di ricovero, credetemi, è un’eternità. Quello che mi ha accompagnato e sostenuto sono state tre cose: la fede, la famiglia e la vicinanza e dimostrazione di affetto di tante persone. Non avevo in mente preghiere particolari o elaborate, ma il “Padre nostro” era un pensiero continuo, ripetitivo, magari non arrivavo nemmeno alla fine di una preghiera che subito ne cominciava un’altra. Alternavo la preghiera con l’ascolto di un lettore mp3 con registrati, oltre alle mie canzoni preferite, i saluti e gli auguri di tanti amici e conoscenti che in qualche modo volevano sostenermi. Mi emozionavo ad ascoltare le loro voci. Ma mi emozionava anche sapere quanto si sono adoperati i miei familiari e fratelli per realizzare tutto questo. Mi rasserenava sapere che i figli e i loro compagni fossero vicini a mia moglie. Non l’hanno lasciata sola un momento. Pregavano assieme e assieme si alternavano nell’assistenza.

Ha mai pensato di non farcela?
Certo, il quadro clinico era disperato e i medici non lo hanno mai nascosto alla mia famiglia. “Non illudetevi!” - quante volto lo hanno ripetuto. “Bruno è alla fine! È una candela che si sta spegnendo e ogni attimo che passa senza miglioramenti, gioca a nostro sfavore perché si sta indebolendo sempre più. I polmoni sono distrutti”. Le infezioni si susseguivano e per molto tempo sono stato sostenuto completamente dalle macchine: la dialisi, la ventilazione, l’ossigeno, la regolazione della pressione. “Bruno fa un passo da formica in avanti e passi da gigante all’indietro. Venite perché siamo alla fine, abbiamo avvisato il sacerdote...”. L’estrema unzione mi venne impartita dal vetro della porta. Se da una parte c’erano i miei cari che non volevano accettare il massacrante bollettino medico, dall’altra c’ero io che non ho mai avuto la sensazione e la paura di morire, e non perché fossi sorretto da chissà quale forza ma semplicemente perché, complice la sedazione e gli antidolorifici, non avevo una percezione chiara e realistica della mia condizione ed ero convinto di avere a disposizione ancora risorse da giocarmi.

Si è mai chiesto: perché a me? Perché a me la malattia, perché a me il dono della guarigione?
Pensando alla mia situazione non mi sono chiesto perché tutto ciò stesse capitando a me, ma più volte ho pensato che ero sorretto da una famiglia straordinaria e da Dio che nel suo insondabile disegno sta sempre progettando il meglio per ognuno di noi. Progetti incomprensibili che ci chiedono di fermarci fiduciosi davanti a quello che rimane il mistero della nostra esistenza. Mi sono chiesto, invece, quanto difficile e ansiosa potrebbe essere una vita nei suoi momenti più drammatici se non trovi nella preghiera e nell’abbandono al Padre quel “Sia fatta la Tua volontà” e con questo pensiero ti abbandoni e speri di riposare e prendere sonno.
Possiamo dire che la sua vicenda ha segnato tutta la sua famiglia, gli amici, le persone che la conoscono, la comunità dei diaconi, le sue parrocchie (di residenza e di servizio). Si è creata quasi una comunità di preghiera, di vicinanza silenziosa. Possiamo definire tutto questo un frutto prezioso? E lei sapeva che c’era, fuori, questa coralità?
La fede, la famiglia e la preghiera di tante, tantissime persone sono state le cose che mi hanno dato forza e ci hanno fatto guarire! Sì, in questa vicenda non sono guarito solo io, ma in tanti siamo guariti. Penso alla rinnovata forza che unisce la mia famiglia. Penso alla guarigione che questa prova ha portato nei rapporti con i miei fratelli e con varie persone che si sono strette attorno a noi. Mi ha sorpreso la forza di questa comunità che prega. Ho ricevuto testimonianze di affetto e vicinanza da persone distantissime, che neppure conosco, ma che si sono lasciate coinvolgere da quel diario che mia figlia scriveva giornalmente su Facebook. Anche ora leggo e trovo commenti e felicitazioni in merito alla mia guarigione. Non posso non ricordare le comunità di San Gaetano, Montebelluna, Caerano di San Marco, i confratelli diaconi, gli amici sacerdoti, il Vescovo, gli amici incontrati nel Rinnovamento dello Spirito che mi hanno sostenuto nella preghiera.

Che cosa lascia in eredità una vicenda come questa? Che “insegnamenti”?
Una volta uscito dalla rianimazione ho provato a dare un senso a questa difficile prova. Un’esperienza che non può essere liquidata solo dicendo “Sono stato fortunato. È andata bene. Sono un miracolato”, ma una prova a cui cercare di dare un senso e una prospettiva nuovi. Ho sperimentato la forza dell’Amore dei miei cari, dei miei vicini e fratelli nella fede ma anche l’Amore e la vocazione di tanti medici, infermieri, operatori socio sanitari, fisioterapisti che mi hanno accompagnato e sostenuto andando anche contro ogni logica scientifica e medica. Personale sanitario che, per esprimerlo con poche parole, mi ha voluto bene! Contemplato con questi occhi, il momento della prova diventa un momento di grazia e di senso donato a tutte le cose. Non sono ancora passati tre mesi dalla mia dimissione ma il rischio che ci si lasci travolgere dalla quotidianità e dalla solita routine è reale e devo vigilare su questo, affinché nulla di questa esperienza vada perduto.

Come trascorrerà queste feste di Natale?
Anche quest’anno, ringraziando Dio, potrò trascorrere il Natale con la mia famiglia che in questi giorni, grazie al matrimonio di una delle mie figlie, è aumentata. Lo trascorrerò come un dono che ci ricorda quanto sia importante l’amore tra di noi e lo stare assieme.

Che augurio desidera fare ai nostri lettori?
Auguro a tutti di riuscire a valorizzare ogni attimo della vita, ogni relazione, ogni esperienza, perfino ogni fatica, senza lasciarci travolgere da quel tran tran che fa correre tanto ma assopisce l’anima.

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La guarigione dal Covid-19: precarietà e... grazia
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