Società e Politica
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La notte delle adozioni

Un’inchiesta giornalistica sconvolge un mondo che già era in crisi. Svelandone il lato oscuro. Vi spieghiamo le falle del sistema, che cosa non funziona e perché questa resta una scelta generosa e da incoraggiare.

Parole chiave: abbandono (6), adozioni (20), adozioni internazionali (5), cai (7), accoglienza (169), minori (51), famiglia (273)
La notte delle adozioni

E’caos nel mondo delle adozioni internazionali in Italia e la recente inchiesta giornalistica di Fabrizio Gatti su L’Espresso “Ladri di bambini” è stata solo il detonatore di una conflittualità caotica che da tempo vedeva contrapposti alcuni enti autorizzati e Cai, organo di controllo e garanzia in questo delicato settore.
Che pure non fosse tutto cristallino è cosa nota, eppure la questione stavolta è diventata più grave perché ad essere coinvolta è Aibi, una tra le più grandi realtà italiane che si occupa di adozione internazionale, di forte ispirazione cattolica ed anche di peso “politico”, che ha fatto della trasparenza e del rigore – a partire dai bilanci – la sua bandiera. Gatti ha raccontato di 5 bambini sottratti ai loro genitori in Congo, quindi non adottabili; nella sua ricostruzione parla di “omissioni di denuncia da parte di Aibi che avrebbe fornito informazioni non corrispondenti al vero e, attraverso i propri assistenti locali, addirittura ostacolato la partenza di decine di bimbi mettendo così a rischio il trasferimento di tutti i 151 minori adottati in Congo da famiglie italiane”. Il motivo sarebbe stato una sorta di ritorsione dell’ente, sotto osservazione della Cai a causa di gravi irregolarità, per guastare i buoni rapporti tra i due paesi. Aibi, di fatto, ha risposto punto su punto contestando la ricostruzione dei fatti.
Ora le indagini giudiziare seguiranno il loro corso, quel che è certo è che l’inchiesta ha scosso profondamente il nostro sistema adozioni, già provato da diversi problemi: il forte calo di coppie disponibili, il depotenziamento della Cai, la divisione fra gli enti autorizzati, il mancato lavoro diplomatico che sta alla base di accordi bilaterali utili ad avviare progetti di cooperazione e, successivamente, adozioni. E dire che il modello italiano in questo ambito è stato considerato uno dei migliori e più raffinati al mondo, almeno sulla carta. Cosa ha portato dunque alla confusione attuale, ad una sorta di resa dei conti? Proviamo ad individuare qualche pista, grazie anche alle informazioni raccolte in un’intervista con il referente (che chiede di restare anonimo, tanto il tema è “caldo” ndr) di un ente accreditato che già prima del 2000 – anno in cui in Italia si è legiferato in materia - operava nelle adozioni internazionali.
Bimbi davvero adottabili?
Il punto centrale, il cuore del sistema attorno al quale tutto (compresa la nostra legislazione) ruota è la condizione dello stato di abbandono e dunque il principio di adottabilità del minore, sancito con la Convenzione dell’Aja. Se questa manca, nel senso che un Paese non l’ha ratificata, e se appositi accordi bilaterali non sono stati siglati, la questione si complica. Che quindi fosse l’Africa – stavolta – a far emergere situazioni quantomeno poco chiare era prevedibile, anche considerando che negli anni più recenti proprio dal Congo i bambini adottati da coppie italiane sono passati da meno di 10 a quasi 200. Del resto l’Etiopia è chiusa ed anche il Benin è in una situazione di stallo.
Lo stato di abbandono, preludio ad una possibilità di adozione, è poi davvero un tema complesso perché le situazioni sono tante, diverse e spesso al limite, soprattutto quando gli orfanotrofi vivono grazie ai contributi occidentali o i minori stessi vengono lasciati lì da un parente perché “in quella fase di vita” la famiglia non ce la fa.
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Oggi dunque ci preoccupiamo per l’affaire Congo, ma non è un mistero il fatto che in molti paesi, per esempio dell’Europa dell’Est da cui vengono tanti bambini adottati in Italia, sono richiesti doni  o soldi per i funzionari, i direttori degli istituti, i giudici, i medici. Qualche famiglia che ha vissuto l’esperienza dice di essersi sentita un bancomat. E pensare che nel 2008 la Cai aveva emanato delle linee guida in cui si stabiliva che tutti i pagamenti inerenti una adozione internazionale sarebbero dovuti avvenire tramite transazione bancaria. Ne seguì un vigoroso dibattito che portò ad una posizione più conciliante: nel caso non sia possibile la tracciabilità, l’ente deve certificare la somma versata dalla famiglia.
La resa dei conti?
In Italia, dunque, funziona così: le famiglie con il decreto del Tribunale dei minorenni in mano incaricano un ente, scegliendo tra i circa 70 accreditati dallo Stato, di procedere per loro conto presso il Paese estero mentre la Cai, emanazione della Presidenza del Consiglio dei Ministri, controlla e verifica l’intero processo. Non solo, nei suoi compiti c’è anche, in accordo con il ministero degli Esteri, quello di svolgere attività diplomatica, mantenere e coltivare le relazioni internazionali con i paesi d’origine dei bambini, favorire progetti di cooperazione.
Per ragioni economiche e politiche queste fondamentali funzioni si sono perse nel corso degli anni, tanto che ad oggi la Cai è un organismo con poco personale e scarse risorse, a detta degli stessi presidenti che si sono succeduti recentemente: solo per citare qualche esempio al numero verde non risponde nessuno; i parziali rimborsi per le spese adottive delle famiglie sono fermi al 2011; è difficile anche solo fissare appuntamenti per incontri con referenti istituzionali di altri Paesi; dal 2014 non si sono più tenuti i periodici incontri tra enti e commissione, ora si dice per scongiurare la possibilità che trafugassero notizie sulle indagini in atto in Congo. In effetti, racconta chi c’era, l’ultimo incontro si risolse in un burrascoso botta e risposta tra presidente Cai e Aibi su argomenti non troppo lontani da quelli che oggi leggiamo.
La caduta verticale di interesse sul tema, unita all’alternanza tra presidenti “tecnici”, magistrati di lungo corso come Daniela Bacchetta, a nomine “politiche” ha fatto il resto.
C’è futuro?
Tutto questo non inficia il “buono” che c’è, il lavoro di tanti enti ed operatori che ogni giorno hanno a che fare con paesi “ballerini”, il senso stesso dell’accoglienza di un bambino nato altrove, la ricchezza e la profondità che queste esperienze portano non solo alle famiglie che scelgono l’adozione per diventare madri e padri ma alla società tutta.
Tuttavia chi opera da anni nel settore sostiene che continueremo ad assistere ad una importante contrazione dei numeri delle famiglie adottive, per motivi diversi in parte anche positivi come il fatto che molti paesi stanno legiferando in materia di adozioni nazionali. Sarà richiesto sempre di più alle coppie di essere preparate e consapevoli, perché le situazioni dei minori adottabili sono via via sempre più complesse: bambini “grandi”, malati, “scartati”, gruppi di fratelli. Del resto, questa è la vera sussidiarietà dell’adozione. E qui sta il suo significato di autentico dono.

Ulteriori approfondimenti sul numero settimanale della Vita del popolo di domenica 24 luglio.

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