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La nuova rubrica di Vita del Popolo: "Condannati a vivere"

L'iniziativa ha lo scopo di "aprire una finestra" sul mondo del carcere. Gli interventi saranno curati dalla Cappellania penitenziaria. Presentiamo il progetto attraverso l'intervista al direttore della Casa circondariale di Santa Bona a Treviso, Alberto Quagliotto

La nuova rubrica di Vita del Popolo: "Condannati a vivere"

“Condannati a vivere” è il nome scelto per questa striscia mensile. Il significato è presto detto: di fronte a una persona che ha commesso un reato, la legittima richiesta di giustizia fa dire: “deve essere condannato”. Tuttavia, di fronte alla propria vita chiusa tra le sbarre di un carcere ciò che si desidera è trovare il modo di “tornare a vivere”. Partendo da ciò, ci si propone, dunque, di porre lo sguardo sul dramma subito dalle vittime e dai familiari “fuori”, ma anche sul necessario e difficile cammino di chi è “dentro”.

Condannati a vivere! Chi è fuori, con quel torto subito, affrontando la lotta contro la vendetta e la faticosa strada del perdono. Chi è dentro, cercando di conciliare l’onestà del riconoscimento della colpa e il bisogno di speranza per una buona vita. (La Cappellania penitenziaria di Treviso)

Abbiamo chiesto al direttore della Casa circondariale di Treviso, il dott. Alberto Quagliotto, di aiutarci a fare un primo passo all’interno di questo mondo. Un mondo che spesso rimane sconosciuto alla maggioranza dei cittadini, scucito dalla quotidianità di chi sta “fuori”.

Direttore, ci racconta cosa significa dirigere un carcere, quali sono le complessità che si incontrano?
Io ero stato qui 25 anni fa come vicedirettore, poi sono tornato circa due anni fa. Ho fatto appena in tempo a conoscere la struttura, poi è scoppiata la pandemia, ho dovuto subito gestire una situazione di emergenza. Le attività per le persone detenute sono state quasi del tutto cancellate, ridotte all’essenziale. Abbiamo sospeso i colloqui in presenza e avviato le videochiamate. Ora per fortuna le visite stanno riprendendo, grazie al fatto che gran parte del personale e dei detenuti sono vaccinati. All’inizio abbiamo posto grandissima attenzione a non far entrare il virus da fuori, e devo dire che siamo stati bravi e fortunati. Per i lavoratori è stato difficile dal punto di vista psicologico, come per tutti: la nostra società non era preparata ad affrontare questo clima di tensione.

E al di là della pandemia?
In generale comunque il carcere è un’organizzazione dove deve essere preminente l’elemento umano, inteso come gestione delle persone. Un direttore coordina polizia penitenziaria, amministrazione, psicologi, educatori, tante professionalità diverse che devono lavorare insieme per un unico scopo. Dall’altro lato c’è la popolazione detenuta; le diversità culturali e caratteriali sono la cosa più complessa da gestire: ogni individuo ha la sua storia personale, diverse prospettive, ed è costretto a passare ore e ore a contatto con persone molto diverse. Alle volte penso che la coabitazione diventi una pena aggiuntiva alla privazione della libertà. Questo problema si fa sentire ancora di più se pensiamo a persone con disagi psichici, in quei casi le difficoltà di convivenza con gli altri sono enormi. Si tratta di persone che non hanno una diagnosi certificata, per le quali ci sono strutture a parte, ma che si trovano in una “zona grigia”, presentano tratti psichiatrici, e tuttavia sono costretti a condividere gli spazi con gli altri.

La funzione del carcere non è solo quella punitiva, ma anche rieducativa, come scritto in Costituzione, che percorsi possono intraprendere le persone detenute per cambiare la propria vita?
Vorrei in primo luogo sfatare un mito: non si può delegare al carcere il conseguimento di obiettivi che altre agenzie educative non sono riuscite a ottenere. Come facciamo in pochi anni a ottenere ciò che è mancato per una vita? La Costituzione parla di rieducazione, e si tratta di un processo complesso, non è come fare una lavatrice. In primo luogo c’è la libertà personale di ogni individuo di aderire o no a nuovi modelli di vita. Noi possiamo indicare una strada, ma poi è il libero arbitrio delle persone a decidere. Inoltre la nostra competenza finisce “al di là del portone”. C’è da dire anche che a Treviso, solo la metà dei detenuti sconta pene sopra i cinque anni, quindi dobbiamo fare i conti anche con il tempo a disposizione per costruire un progetto individuale, non sempre ci si riesce, a volte è troppo breve. Il nostro obiettivo è quello di rendere il tempo dell’esecuzione penale il più fruttuoso possibile. L’approccio ai problemi deve essere realistico, perché non c’è nulla di più reale e allo stesso tempo misterioso di una persona.

Le realtà complesse vanno trattate come tali, ma noi possiamo dare un’occasione di ripartenza. Ci è difficile avere un riscontro di ciò che facciamo, non abbiamo “feedback”, come si suol dire, ma quando incontro in strada delle persone che si ricordano di me e mi salutano, questo riconoscimento mi dice che non hanno voluto dimenticare l’esperienza fatta, che qualcosa è stato smosso. I numeri comunque sono bassi, dobbiamo sempre guardare alla complessità della persona, non è possibile pensare al carcere in maniera ideologica.

Qual è per lei il percorso educativo più rilevante?
La formazione professionale. Acquisire competenze è fondamentale ed è su questo che si sta concentrando la mia azione. Il lavoro ha fatto grande il nostro territorio, l’intelligenza e il lavoro. Ci vuole una società di artigiani, per poter andare avanti. Vorrei far attivare anche un corso di cucina. Dopo questo tipo di formazione le persone ricevono, dalla Regione o da altro Ente che li ha organizzati, una qualifica spendibile ovunque, dove non è specificato il luogo nel quale hai ottenuto la certificazione. Ho visto che è una cosa che funziona.

Sente che la realtà del carcere sia integrata nella società o la percepisce più isolata?
Sicuramente la ricucitura con la società va implementata, ritengo però che sia positivo che quello di Treviso sia ben visibile in città, non isolato come altri, così ricorda a tutti la sua presenza. Inoltre bisogna sapere che nel mondo carcerario sono coinvolte molte più persone di quanto si pensi, oltre ai detenuti e al personale, fuori ci sono le famiglie.

Nelle settimane scorse sono usciti dei video che testimoniavano le violenze subite nell’aprile dell’anno scorso dai detenuti del carcere di Santa Maria Capua Vetere da parte di alcuni agenti di polizia penitenziaria. Cosa pensa dell’episodio, ci sono state tensioni nella Casa circondariale di Treviso durante il primo lockdown?
Le immagini lasciano poco spazio alla fantasia. Si tratta di un episodio ingiustificabile, rimane l’amarezza, si tratta di un’eccezione, non certo della prassi, ma rimane l’amarezza. Quando succede qualcosa, la reazione a un detenuto violento deve sempre essere proporzionata all’offesa e avvenire nell’immediatezza. Reazioni successive non sono legittime. A Treviso c’è stato un giorno di proteste pacifiche a marzo 2020, per richiamare l’attenzione sulla sospensione dei colloqui. Sono andato di persona a parlare e a spiegare la situazione, ci siamo compresi, il dialogo molto spesso risolve tutto.

Maggiori approfondimenti sul numero di Vita del Popolo in uscita l'11 luglio

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