Società e Politica
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La politica, la guerra e la "differenza cristiana"

L'intervista. L'ex parlamentare Franco Monaco riflette sulle difficili decisioni che il Parlamento è stato chiamato a prendere nelle ultime settimane. A “prendere sul serio” le parole del Papa e a puntare sulla comune difesa europea

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La politica, la guerra e la "differenza cristiana"

C’è un punto fermo: esiste un aggressore, ed esiste un aggredito. Dopodiché, esiste un legittimo e doveroso dibattito politico sulle modalità per uscire da questa guerra, senza false certezze e senza le consuete divisioni italiche tra “guelfi” e “ghibellini”. E’ questo, di fronte al conflitto sull’Ucraina, il parere di Franco Monaco, già presidente dell’Azione cattolica di Milano e dell’associazione Città per l’uomo, ex parlamentare del Pd (vicino a Romano Prodi). Persona, dunque, in grado di esprimere un parere sulle attuali inquietudini dell’associazionismo cattolico, ma anche di quei politici chiamati a votare l’invio di armi all’Ucraina e l’aumento delle spese militari.

Buona parte della società e del mondo politico sta solidarizzando con il popolo ucraino. E’ vera compattezza? E in ogni caso ci sono a suo avviso modi anche diversi di esprimere questa solidarietà?
Sì, mi sembra sincera. Speriamo che non sia effimera, che non si dissolva con il trascorrere del tempo. Che, per esempio, l’accoglienza dei profughi, prevedibilmente protratta nel tempo, proceda nella direzione di una loro concreta integrazione. Nelle scuole, nel lavoro, nelle comunità. Con atti politico-legislativi coerenti. Penso per esempio allo ius scholae, tuttora dormiente in Parlamento. Comunque una mobilitazione solidale tanto vasta conforta in un tempo dominato dagli orrori della guerra. Ci fa consapevoli che se il male abita la vita e la storia, tuttavia gli uomini sono anche capaci di fare il bene. Come ci suggerisce il realismo cristiano: c’è il peccato, ma l’ultima parola della Rivelazione è la Risurrezione.

Di fronte a questa guerra ci sono - per tutti, ma particolarmente per chi fa politica - interrogativi in qualche caso laceranti. L’invio di armi all’Ucraina, per consentire l’esercizio della legittima difesa è uno di questi. Anche all’interno dell’universo cattolico ci sono idee diverse. Lei come la vede?
Nella discussione pubblica decisamente “militarizzata” - quasi che la guerra abbia vinto negli animi e nella cultura prima che sul terreno - dobbiamo tenere fermo un punto decisivo: c’è un aggressore e c’è un aggredito. Seguono due corollari: soccorrere la vittima e fermare il carnefice. Si discute sul come, non sul se. Di sicuro: interventi umanitari, accoglienza dei profughi, sanzioni alla Russia. Controversa la questione del rifornimento delle armi all’Ucraina. Ci si chiede se ciò concorra a una escalation (con i costi conseguenti) a discapito di una soluzione politica del conflitto auspicabilmente ravvicinata o se ciò non possa invece propiziare una pace più giusta favorita dalla resistenza ucraina. Personalmente ero più orientato nel primo senso, ma devo riconoscere che gli sviluppi del conflitto accreditano la tesi di una efficacia (inattesa) della resistenza. Sia la Costituzione che l’insegnamento sociale della Chiesa contemplano il diritto alla difesa, ma lo subordinano a precise condizioni e limiti, proporzionalità ed efficacia comprese. Del resto, anche la vecchia dottrina della “guerra giusta” mirava a fissare limiti, non a incoraggiare i conflitti. Ferma restando la inequivoca condanna della guerra moderna, che mina in radice il principio di proporzionalità, da parte di tutti i Papi più recenti, i quali hanno abbandonato certi distinguo ancora operanti sino al Vaticano II.

L’altro tema molto discusso è l’aumento delle spese per la difesa. Il Papa ha usato parole forti, facendo esplicito riferimento alle scelte del nostro Governo. I politici dovrebbero ascoltarlo? E come fare sintesi con i nostri doveri internazionali?
Sintesi difficile. Certo, non si possono esorcizzare le parole forti di Francesco con la formula secondo la quale lui fa il suo mestiere, ma la politica è un’altra cosa. Va preso sul serio. Sia chiaro: pur se “impopolare” anche la difesa è un bene pubblico che va finanziato. Ciò che non convince è l’estemporaneità di una decisione. L’incremento sensibile di un bene pubblico (per definizione a discapito di altri) meriterebbe un largo e approfondito dibattito pubblico. Ancora, esso andrebbe inscritto entro due coordinate politiche: una difesa europea ancora di là da venire e un ripensamento dello statuto e della missione della Nato, che avremmo dovuto fare da gran tempo, sin dal 1989, con la fine dell’Urss. Già trent’anni orsono Giulio Andreotti e, recentissimamente, Emmanuel Macron, prima che scoppiasse la guerra, avevano espresso la convinzione che la Nato fosse strumento datato.

Il tema della difesa europea potrebbe essere davvero quello decisivo?
Di difesa comune europea si parla da gran tempo. Il primo a prospettarla fu addirittura De Gasperi. Ma siamo ancora lontani. Sia perché la difesa comune presuppone una politica estera comune, sia perché, per perseguire entrambe, si richiederebbe una decisiva riforma delle regole Ue. A cominciare dal voto a maggioranza, anziché all’unanimità, che oggi ne paralizza l’azione. Dovrebbero iniziare, con la cosiddetta cooperazione rafforzata, i principali Paesi Ue: Italia, Francia, Germania, Spagna. In queste ore ci si compiace per la reazione unitaria dell’Europa. Ma vedremo quanto reggerà: si pensi solo ai milioni di profughi da distribuire tra i vari Paesi europei e alla loro diversa dipendenza energetica dalla Russia.

Come articolare in un contesto così difficile una autentica politica per la pace?
Oggi siamo concentrati sulla guerra nel cuore dell’Europa, ma nel mondo vi sono molte altre guerre non meno cruente e tuttavia dimenticate. Dovremmo riprendere un paio di motti che conosciamo: la pace è opera della giustizia e lo sviluppo è il nuovo nome della pace. Il pensiero corre all’Africa, al Medio Oriente e alle macroscopiche disuguaglianze tra Nord e Sud del mondo. In questo tempo nel quale, anche giustamente, rivendichiamo il patrimonio di valori dell’Occidente democratico opposto ai regimi autocratici, forse dovremmo anche chiederci se possiamo considerarci davvero il regno del bene. Qui la parola del Papa è preziosa nel richiamarci la “differenza cristiana” o anche semplicemente umana, nel farci consapevoli di quanto il nostro campo occidentale sia tutt’altro che irreprensibile, e anche corresponsabile di un assetto del mondo segnato da squilibri e ingiustizie. Per tacere delle guerre dirette e indirette ingaggiate in passato in diversi teatri con motivazioni spesso rivelatesi infondate. Merita notare come il punto di vista “altro” di Francesco, a prima vista impolitico, si sia rivelato più penetrante e lungimirante di quello di tanti osservatori politici considerati competenti: alludo alla intuizione-denuncia che egli da tempo formulava di una terza guerra mondiale “a pezzi”.

Cosa la preoccupa di più in questo momento?
Mi preoccupa lo slittamento della guerra in corso verso un conflitto di civiltà e addirittura un conflitto metafisico-religioso. Come nelle sconcertanti parole di Cirillo I patriarca di Mosca, spintosi sino a un esplicito sostegno alla guerra di aggressione ingaggiata da Putin. Una tesi blasfema che inibirebbe qualsiasi mediazione-compromesso e che già ha prodotto il risultato di dividere il mondo ortodosso e di far regredire pesantemente il dialogo con la Chiesa di Roma. Come se la storia secolare delle nefaste guerre di religione che hanno insanguinato soprattutto l’Europa non avessero insegnato niente ai cristiani, ai credenti in genere e all’umanità tutta.

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