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La vera legge del mare

"Non si può lasciar morire, se si può salvare". La scelta dei pescatori di Zarzis (Tunisia) raccontata dal Giavera Festival

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salvataggio in mare

“Eravamo usciti a pesca, come al solito, quando ci accorgiamo di movimenti che non sono quelli dei pesci. Intravediamo una barca rovesciata, e diverse persone in mare. Con l’esperienza che ormai abbiamo, siamo stati in grado di salvarne 23, pakistani, bengalesi, egiziani e sudanesi. Altri due non siamo riusciti a trovarli, nonostante le ricerche compiute. Erano partiti da Zuara, appena al di là del confine libico. Adesso sono ospitati da Mezzaluna Rossa (l’analogo musulmano della Croce Rossa, ndr) in un’accoglienza a Zarzis. Purtroppo da tempo è una routine: potrebbe capitare di nuovo domani”.

E’ un fiume in piena Chamseddine Bourassine, capitano del peschereccio che il 12 ottobre scorso ha salvato la vita ai naufraghi. Zarzis, la città della Tunisia di oltre 80 mila abitanti a poca distanza dal confine con la Libia, è uno dei principali porti di pesca tunisini. I pescatori della zona si sono trovati ad affrontare questa situazione dal 2004, da quando Gheddafi aveva minacciato l’Europa di riempirla di migranti se non stava alle sue condizioni, e aveva dato il “via libera” a coloro che attraversavano la Libia per attraversare il mare, invece di trattenerli con la forza, come aveva fatto fino ad allora. La situazione era ulteriormente peggiorata nel 2011, con l’intervento armato occidentale e l’intensificarsi delle partenze da una Libia senza più governo stabile. E poiché come pescatori legalmente non avrebbero potuto impegnarsi in un soccorso umanitario, dal 2012 si sono costituiti in un’associazione che conta alcune centinaia di membri, la prima in Tunisia con ha possibilità di occuparsi di queste emergenze.

“Le pecheur, pour le developpement e l’environment”, l’associazione di cui Chamseddine è l’attuale presidente, conta parecchie centinaia di aderenti, quasi tutti pescatori di Zarzis e dintorni. E a Zarzis il GiaveraFestival lo scorso anno voleva organizzare alcuni eventi della 25ª edizione: “Le pecheur”, oltre ad impegnarsi per i migranti in difficoltà, ha progetti molto interessanti anche rispetto all’ambiente locale e alla formazione professionale e culturale.

A causa della pandemia non era stato possibile dar seguito alle iniziative già organizzate relative a incontri sulla situazione dei migranti, sull’ambiente, sulla formazione dei giovani e sullo scambio culturale. A ottobre di quest’anno alcuni del comitato organizzatore si erano recati a Zarzis per riprendere i contatti in presenza, e subito dopo è arrivata la notizia di questo ennesimo salvataggio, a cui abbiamo deciso di dar voce anche attraverso i nostri canali.
“Il mare ti fa sentire la durezza del lavoro: pescare è un lavoro duro - prosegue Chamseddine -. Ma il mare ti insegna anche l’umanità, la vicinanza a chi è nel bisogno: la legge del mare è di non lasciare affogare nessuno se puoi salvarlo”.

Grazie all’associazione hanno potuto mettersi in contatto con altre realtà anche straniere, come Medici senza frontiere, per formazioni di pronto soccorso e ottenere materiali adatti a gestire simili situazioni in mare. Sono osteggiati dalla guardia costiera libica, in quanto possono recuperare testimoni scomodi di ciò che avviene all’imbarco, e non sono supportati nemmeno dalla polizia tunisina.

“Neppure l’Italia lo vuole - continua Chamseddine -, nel 2018 sono stato in arresto per 25 giorni ad Agrigento, con il peschereccio sotto sequestro per l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, perché avevo portato in salvo 13 persone recuperate in mare appena al largo delle coste italiane. Grazie a Dio c’erano dei testimoni di quanto era veramente accaduto, e sono stato rilasciato. In ogni caso non mi hanno spaventato: se c’è qualcuno che ha bisogno di essere salvato io lo salvo”.
Ma impegnarsi in queste operazioni di emergenza non è senza costi: “Il nostro mestiere è pescare, è questo che ci dà da vivere. Noi facciamo la spesa di gasolio e di tutto quello che serve per alcuni giorni di pesca, ma se salviamo gente in mare dobbiamo poi rientrare immediatamente, e spesso a reti vuote”. Su ciò che li spinge a questi interventi di emergenza, Chamseddine vuol essere il più chiaro possibile: “Non lo facciamo per soldi, anzi, ci rimettiamo. Non lo facciamo neppure per essere trattati da eroi. Nel Corano si dice che chi salva un uomo ha salvato il mondo intero: è per questo che continueremo sempre”.

Il lavoro dell’associazione era diventato progressivamente di dominio pubblico, e nel 2015 erano stati candidati al Nobel per la pace. “Noi siamo una piccolissima realtà - afferma ancora Chamseddine -, eppure continuiamo a salvare persone. Vorremmo che queste partenze clandestine si fermassero: c’è gente che specula su queste persone, in maniera crudele, e chi rischia di affogare è un problema anche per noi, come ho già detto. Ma finché questo non viene risolto, se troviamo qualcuno che sta annegando noi dobbiamo fermarci a salvarlo. Quel che mi fa male - prosegue - è vedere che agli incontri su questi problemi si fanno tanti discorsi, parole che volano. Parlano persone importanti che non sanno niente del mare, e non ascoltano mai l’esperienza di chi si è arrischiato a salvare dal mare. E così spesso i soldi dei progetti finiscono altrove, e non si conclude nulla”.
A chi lavora su questo campo in Italia, in Europa, conclude Chamseddine, “chiediamo di farci sentire la loro solidarietà, la loro vicinanza. Chiediamo di far sapere quello che sta accadendo. Fermare chi migra non ha soluzioni facili, ma aiutateci a rispettare la legge del mare: guai non salvare chi sta annegando, se puoi farlo”. Il GiaveraFestival, anch’esso realtà piccolissima rispetto alla dimensione mondiale di queste vicende, si fa portavoce di chi si impegna con tanta determinazione, e spera al più presto di realizzare quanto già si era progettato. E sogna di poter, oltre la pandemia, prendere in affitto per un periodo una casa nei dintorni di Zarzis, come base per momenti prolungati di incontro, di scambio, di conoscenza diretta su tali problematiche.

Nel vivo di un incontrarsi che abbia sempre più il sapore di esperienze condivise, di diversità che diventano occasione creativa di riconoscimento dell’altro, dell’altra, e di progressiva scoperta di quel che è umano, entro le diversità che abitano il mondo, e che possono anche salvarlo, purché riescano ad incontrarsi.

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