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Le api non fanno più miele

L’apicoltura è in forte crisi, con un crollo al 30 per cento rispetto alla precedente produzione di miele. Colpa delle piogge primaverili, ma soprattutto dell’inquinamento e dell’uso di fitofarmaci in agricoltura.

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Le api non fanno più miele

“Quest’anno la produzione si è ridotta a un quinto - spiega sconfortato Mario Ziliotto, uno degli apicoltori storici di Borso del Grappa -, hanno tenuto solo gli alveari che avevo collocato a Castelcucco vicino a un bosco di castagni. La lotta contro la malattia del castagno sul Grappa comincia a dare i suoi effetti. Per il resto invece è terra bruciata. Il dolcissimo miele di acacia è ormai ridottissimo: la causa più evidente sono le abbondanti piogge durante la fioritura in primavera. Poca produzione anche per il millefiori”.
Tanti apicoltori usano le parole di Mario, dal Grappa al Montello fino a scendere nelle pianure del Veneziano e del Padovano, la voce è unica. Da anni la produzione di miele cala e quest’anno è crollata andando ben oltre il drammatico 2008, quando furono evidenti i danni derivati dall’introduzione in agricoltura dei neonicotinoidi, antiparassitari per la coltura del mais. Per il miele d’acacia biologico quest’anno si è passati dalle 437 tonnellate del 2015 a solo 184 tonnellate in tutto il territorio nazionale, il miele di agrumi biologici da 54 a 35 tonnellate, per quelli convenzionali il calo è simile. Alcune aziende riescono a mantenere gli standard produttivi solo moltiplicando il numero degli alveari: per il miele d’acacia biologica siamo arrivati a 22mila alveari dai 19mila del 2015, per quello convenzionale 15mila contro i 13mila del 2015.
Se questo è stato un anno terribile i precedenti non sono stati migliori, salvo il 2015 il calo è stato costante. Le api da sempre sono delle bio sentinelle e svolgono la fondamentale attività di impollinazione, la  loro crisi è un segnale di scarsa salute del territorio. Preoccupa in particolare le difficoltà che attraversano in territori come il Grappa, il Montello, i Colli Euganei, la costa lagunare dove non sembrano esserci segnali evidenti di inquinamento. E’ un fenomeno subdolo, nascosto, non evidenziato da drammatiche morie di api, ma piuttosto dalla loro scarsa produzione di miele e dalla minore capacità riproduttiva.
Ma quali sono le cause di tutto ciò? Ci si concentra sul clima e l’uso dei pesticidi in agricoltura. In effetti la piovosità dell’ultima primavera è stata deleteria, ma il primo rapporto Onu sulla biodiversità redatto dall’Intergovernamental Science-policy platform on biodiversity and ecosystem services (Ipbes) apre uno scenario di pericolo per gli impollinatori vertebrati, come uccelli e pipistrelli, e invertebrati, api e farfalle. Il 90 per cento delle piante selvatiche e il 75 per cento delle colture alimentari dipendono dall’impollinazione delle api che però sono a rischio, solo in Europa il 9 per cento delle specie  di api e farfalle è in via di estinzione. L’Ipbes, creato nel 2012, indica come cause di questa situazione siano l’agricoltura intensiva, l’uso di pesticidi, l’inquinamento, l’arrivo di specie provenienti da diversi parti del mondo, le malattie, l’uso di colture geneticamente modificate e il cambiamento climatico. Facile pensare per il Veneto e, segnatamente, per le province di Treviso, Venezia e Padova alle vaste coltivazioni di mais e allo sviluppo ormai impetuoso dei vigneti, coltivazioni che richiedono continui trattamenti con pesticidi.
La conseguenza più immediata sarà l’aumento dei prezzi del miele, lo sviluppo di forme nuove di sofisticazioni, ma più di tutto spaventano la Conapi, il Consorzio nazionale apicoltori, le triangolazioni tra Cina e paesi Europei che potrebbe portare in Italia miele non proprio di ottima qualità, in Cina infatti il miele viene addizionato con zucchero di riso. A lungo termine invece c’è la sorte del nostro ecosistema che potrebbe perdere le sue sentinelle più instancabili, le api appunto.

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