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Le conseguenze della pandemia: maggiore mortalità

Sono le "vittime indirette" del Covid, le persone decedute a causa di mancati controlli in campo cardiologico e oncologico

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Le conseguenze della pandemia: maggiore mortalità

Per lungo tempo si è discusso se definirli “morti per Covid” o “morti con Covid”. Sottigliezza per distinguere chi aveva già altre patologie pregresse, a cui si è aggiunto lo tsunami coronavirus.
Da un po’ di tempo, invece, l’analisi si è spostata sulle “vittime indirette del Covid”.

Chi sono? Tutti quelli che in questo periodo, volenti o nolenti, non si sono curati, non hanno potuto fare i dovuti controlli, perché gli ospedali erano dedicati al Covid , non hanno dato peso a sintomi, campanelli d’allarme, per paura di recarsi in ospedale e infettarsi. Sul sito dell’Istat, il 5 marzo 2021, sono stati pubblicati i dati relativi alla mortalità per ogni causa nel 2020. Lo scorso anno sono morte in Italia 746.146 persone, ben 110.527 in più rispetto al dato medio dei 4 anni precedenti (+15,6%). L’Istat specifica però che le morti da Covid-19 sono state 75.891. I restanti 34.636 decessi, 31%, non sono attribuibili al Covid-19, quindi l’eccesso di mortalità che ha colpito molti italiani è legato a cause diverse dal virus, ragionevolmente a malattie cardiovascolari e tumori, probabilmente per un ridotto accesso ai servizi di cura.

Tutti noi abbiamo avuto a che fare con servizi sanitari ridimensionati, riorganizzati o completamente sospesi. Dati relativi al 2020 che si riferiscono a 20 Paesi, tra i quali l’Italia, hanno evidenziato una riduzione complessiva del 37% delle prestazioni sanitarie, più alta per le visite ambulatoriali (42%) e inferiore per i ricoveri (28%), la diagnostica (31%) e i trattamenti terapeutici (30%), riferibile soprattutto ai pazienti con patologie meno severe. Tutto questo non sarà senza conseguenze per la nostra salute futura. Da aggiungere che l’essere costretti in casa per lunghi periodi non ha certo favorito uno stile di vita salutare.

Un solo esempio per le malattie cardiovascolari che sono la prima causa di morte in Italia. La Società italiana di Cardiologia, basandosi su uno studio condotto a livello nazionale in 54 ospedali, riferisce che durante il periodo pandemico si è registrata una riduzione dei ricoveri per infarto del miocardio pari al 48,4%. La riduzione ha riguardato soprattutto gli infarti meno gravi (65,4%) rispetto a quelli più gravi (26,5%) per i quali la mortalità è passata dal 4,1 al 13,7%. Inoltre è emerso il tempo notevole trascorso tra l’insorgere dei sintomi e l’intervento di rivascolarizzazione. Altri dati hanno evidenziato un aumento del 35% di mortalità per eventi cardiovascolari acuti avvenuti al proprio domicilio.

Dati allarmanti a cui si sommano quelli in campo oncologico: quali effetti può avere l’allungamento dei tempi di attesa necessari per accedere alle cure? Per ogni quattro settimane di tempo intercorso tra la diagnosi e la cura si verifica un aumento della mortalità generale pari al 6-8% per gli interventi chirurgici, 9-23% per la radioterapia e 1-28% per la chemioterapia.
Le parole di Giuseppe Curigliano, dell’Istituto europeo di oncologia a Milano e professore di oncologia medica, confermano questa preoccupazione: “Stiamo già vedendo casi più avanzati rispetto a quanto normalmente capitava fino a pochi mesi fa, in particolare per i tumori per i quali esistono screening come i tumori al seno e al colon, per non parlare del tumore al polmone. Ciò richiederà uno sforzo anche in termini di ricerca clinica per cercare di recuperare, per quanto possibile, il tempo perso a causa dell’epidemia”.

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