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Lega, è l'ora dei processi

“Parla la mia storia”, dice Fulvio Pettenà, leghista della prima ora. Intanto il consigliere regionale Marzio Favero chiede che si torni a parlare di federalismo

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Lega, è l'ora dei processi

“In ogni caso, per la gente, resto Pettenà, «queo dea Lega». Parla la mia storia, la mia faccia e resto sereno”. Fulvio Pettenà, leghista della prima ora, con una storia di numerosi incarichi nelle Istituzioni e nel partito, attende di essere “processato” dalla segreteria federale per aver infranto la regola numero uno, vigente nella Lega da decenni, vissuta in modo perfino più ferreo di quanto capitasse nel Partito comunista ai tempi di Stalin: non si critica il comandante. In questo caso, il “capitano”, Matteo Salvini.

Invece Pettenà l’ha fatto. E non torna indietro, dopo aver incassato con soddisfazione, nei giorni scorsi, la difesa di Luca Zaia, suo amico da decenni (“gli scrivo io la difesa”, ha detto il presidente): “So benissimo le regole del partito, ma una volta c’era il dibattito interno, c’erano i congressi, i segretari di partito, con i quali ti potevi confrontare o anche esprimere i «mal di pancia». Ora, invece, era doveroso manifestare un disagio che è di molti militanti, della base, cioè la nostra forza”.

Pettenà ha espresso la propria contrarietà rispetto a una linea politica ritenuta estremista e ondivaga: “Il nostro elettorato non vuole sbandare a destra, e chi vota da quella parte comincia a dire che Giorgia Meloni è più brava e parla meglio. Noi, però, qui una volta votavamo tutti Dc, siamo dei moderati. Non mi va bene saltare di palo in frasca, gli sbandamenti continui. Come è accaduto per il Covid: sindaci e presidenti di Regione spingono a tutta velocità sui vaccini, e dal partito partono i distinguo”. Forse, ammette, Pettenà, “ho un po’ esagerato quando ho invitato Salvini ad andare a lavorare in cava per sei mesi, ma del resto il lavoro è presente nel primo articolo della Costituzione”.

Sempre più, lamenta l’esponente della Lega, il partito appare scollato dal territorio, al di là del mancato congresso: “Il tema dell’autonomia è da tempo abbandonato, qui non ci si identifica più, ci saranno degli abbandoni. A Roma ci sono 55 parlamentari veneti. Io stesso, che sono un militante, fatico a ricordarmi i loro nomi, forse a prevalere sono gli ordini di scuderia”.

Tra chi ritiene che Pettenà abbia sbagliato c’è invece il consigliere regionale Marzio Favero, considerato anima “inquieta” della Lega: “Sono suo amico, però credo abbia straparlato. Ma occorre buon senso. Il suo comportamento è da cartellino giallo, e non rosso. Ha lavorato per 35 anni per il nostro movimento dall’alba al tramonto”. Favero ammette, però che “il disagio per i mancati congressi e il prolungarsi del commissariamento c’è. Dobbiamo, però, non dimenticarci che veniamo da due anni di pandemia, ora i congressi arriveranno”.
Il consigliere regionale si esprime anche sulla nuova “spina” per la Lega del Veneto: il possibile appoggio a Flavio Tosi, già leader della Lega in Veneto, nella corsa alle Comunali di Verona: “Non ricordo volentieri il periodo in cui ci ha guidato, fu una grande delusione”.

Ma a Favero sta a cuore soprattutto il dibattito nei congressi: “Quando ci sono grandi trasformazioni storiche, i partiti vivono sempre un grande travaglio. Spero che nei congressi ci sia spazio per fare una profonda riflessione, e per rilanciare il tema del federalismo. Non si tratta di una cosa in contrasto con la nuova dimensione nazionale del partito. Anzi, ritengo che essa sia necessaria per arrivare all’autonomia”.

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