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Lega, svolta a sorpresa

Salvini dà un calcio a sovranismo e anti-europeismo per entrare nel nuovo Governo Draghi. Il parere del sociologo, docente all'Università di Padova e direttore di Community Media Research Daniele Marini

Lega, svolta a sorpresa

Stiamo assistendo a “un rovesciamento totale”, e in questo contesto il fatto più clamoroso è “quella che non si può far altro che definire una giravolta”. Parola di Daniele Marini, docente all’Università di Padova e direttore di Community Media Research, da molti anni attento analista dei mutamenti sociali, politici ed economici del Veneto.

Il “rovesciamento totale” è la prospettiva politica innescata dalla formazione del Governo presieduto da Mario Draghi, che sta prendendo forma con il sostegno, più o meno entusiasta, della maggior parte delle forze politiche. La “giravolta” è quella di Matteo Salvini, passato dal sovranismo anti-europeista all’appoggio incondizionato al più europeista dei premier possibili. “Ovviamente - commenta Marini - stiamo a vedere come questa vicenda va in porto, dato che qui tutto è in divenire”.

Dunque, professore, perché parla di rovesciamento totale?

Totale e, aggiungerei, iconico. Mario Draghi è una figura diversa, opposta, rispetto a ciò a cui abbiamo assistito negli ultimi anni. Ricorda lo slogan “uno vale uno” tanto caro al Movimento 5 stelle? L’idea che la competenza fosse un optional? Ebbene, Mattarella ha conferito l’incarico all’emblema della competenza, al “numero uno”, verrebbe da dire. Negli ultimi anni, ancora, abbiamo assistito a una politica fatta sui social. Draghi non ha profili social, parla poco e a voce bassa. Ma non diciamo che è un tecnico, perché ha avuto ruoli politici, è stato dentro i Ministeri, il mondo politico lo conosce bene.

In questo quadro, come valuta la clamorosa conversione europeista di Matteo Salvini?

Credo, senza dubbio, che sia venuta in questo senso una spinta dai territori, soprattutto del Nord, da quella componente che si identifica in Giancarlo Giorgetti. Una appello a cercare di non perdere questo treno. Draghi è visto come una personalità quasi salvifica, come un interlocutore di rango nei confronti dell’Europa. Non a caso, i primi punti della sua agenda, pensiamo alle riforme della Giustizia e della Pubblica amministrazione, vengono chieste da anni con insistenza da Bruxelles. Certo, è una giravolta, non c’è alcun dubbio, e l’unica spiegazione è appunto questo tipo di pressione. Si tratta anche di una scelta destinata a disorientare alcuni amministratori e parti di elettorato. Fino a poco tempo fa Draghi era visto come un “uomo nero”. Sarà interessante vedere se Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, dall’opposizione, riuscirà a guadagnare alcuni di questi consensi.

Questa corsa di quasi tutte le forze politiche a entrare nel Governo è, a suo avviso, legata ai soldi del Recovery Plan che sono in arrivo?

Anzitutto, è chiaro che i 209 miliardi messi a disposizione dall’Europa sono una specie di Piano Marshall. Proprio per questo, non si può non citare l’ormai famosa distinzione di Draghi tra “debito buono” e “debito cattivo”. Sarebbe drammatico se i soldi non venissero spesi per investimenti virtuosi, dato che il debito graverà sulle generazioni future. Io spero che tutti siano consapevoli di questo. E che, quindi, questa corsa a entrare nel Governo non sia strumentale.

Ritiene che questo Governo si ponga come un intermezzo, buono per elaborare il Recovery Plan e fare qualche riforma, rispetto alla normale dialettica tra partiti, o che esso sia il primo passo di una fase politica completamente nuova? E’ la “safety-car” che entra durante il Gran Premio di Formula 1, o ci troveremo con una griglia di partenza tutta nuova?

Come dicevo, stiamo assistendo a una rivoluzione totale rispetto al paradigma politico degli ultimi anni. In Italia c’è questa tendenza ad affidarsi al “salvatore della patria”, più che alla politica nel suo complesso. Tuttavia, rispetto all’interrogativo se questo Governo darà vita a nuove scomposizioni e ricomposizioni politiche, rispondo che è probabile di sì. Del resto, è dal 1994, cioè da quasi 30 anni, che assistiamo a continue scomposizioni, scissioni, ricomposizioni, nuove forze politiche, nuove leggi elettorali. Non abbiamo ancora sedimentato e risolto il “trauma” del 1994. Alcuni effetti li vediamo già, penso a quanto accade nel M5S, nella Lega, e non solo.

Renzi, che ha in qualche modo avuto un ruolo decisivo nell’affossare il Governo Conte e nell’avvento di Draghi, non pare contare molto nel nuovo quadro. Non è paradossale?

Constato che Renzi si è incautamente intestato la soluzione Draghi, del quale in realtà di parlava da due anni. Certamente, la sua mossa ha reso possibile che siamo arrivati a questa situazione, ma non penso che avesse previsto l’impostazione data da Mattarella: quella di un Governo sganciato dalle logiche dei partiti. Ora, certamente, non potrà più fare l’ago della bilancia. Per il futuro, si vedrà dai nuovi assetti e dalla possibile nuova legge elettorale.

Nel consenso dato a Draghi e nella svolta di Salvini quanto pesa la sconfitta di Trump? Il sovranismo sta declinando?

Non vedo un legame diretto, anche se in parte c’è magari anche questo elemento. A mio avviso, è stato soprattutto il virus, che non guarda alle frontiere, ad aver dato una bella batosta alla prospettiva sovranista.

A parte le richieste che continuano ad arrivare da Luca Zaia, l’autonomia delle Regioni non sembra più al primo posto dell’agenda politica. E’ così?

E’ una domanda interessante... Da un lato è vero, sicuramente in questo momento non sembra la priorità. Tuttavia, credo che la pandemia ci imponga anche di rivedere i rapporti tra Stato e Regioni. La domanda è: si può gestire una pandemia regione per regione? La risposta l’abbiamo davanti a nostri occhi. Quindi è probabile che su questo si torni a riflettere, ma anche che il Veneto non porti a casa tutto quello che ha chiesto. Quanto stiamo vivendo ci fa capire che le regie nazionali servono, non solo sull’emergenza sanitaria, ma per esempio sulle infrastrutture, materiali e digitali.

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