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Licenziamenti: non sarà un'ecatombe

Le reazioni di sindacati e industriali veneti dopo la fine del blocco

Licenziamenti: non sarà un'ecatombe

Il blocco ai licenziamenti ha i giorni contati? Il punto di domanda è d’obbligo: le ultime norme stese dal Governo Draghi dicono di sì, lo sblocco scatterà il 1° luglio - con relativi scontri verbali e polemiche che hanno riempito gli spazi mediatici nelle scorse settimane - la dinamica partitica nella maggioranza invece lascia aperte altre prospettive, vedi la ritrovata armonia tra il segretario del Pd Enrico Letta e quello della Lega Matteo Salvini, che in un’intervista al Corriere di lunedì si è detto convito che il blocco si possa prorogare. Non c’è altro da fare che attendere gli eventi, sapendo che prima o poi bisognerà tornare alla normalità: questo provvedimento straordinario ha letteralmente congelato l’intero mercato del lavoro.

Ma prima di capire quale piega prenderanno gli eventi, è bene fare un po’ di chiarezza. C’è un punto su cui sindacalisti e industriali - apparentemente divisi su tutto - vanno in realtà a braccetto: se le aziende a fine mese si riprenderanno la facoltà di licenziare, non assisteremo alla temuta ecatombe di posti di lavoro. Non in Veneto, almeno. Ci sono ragioni oggettive: anzitutto le piccole e piccolissime aziende, che per legge non alimentano il fondo per la Cassa integrazione ordinaria, non potrebbero in ogni caso licenziare prima di ottobre; mentre per le aziende dei settori più colpiti (come ristorazione e turismo) il blocco rimarrà comunque in vigore fino al 31 dicembre. E poi ci sono delle previsioni: i dati contenuti nel rapporto congiunturale per il primo trimestre 2021 di Assindustria Venetocentro (Padova e Treviso) non farebbero temere lo tsunami occupazionale.

Per fare un passo avanti, tornano utili i numeri della Bussola di maggio di Veneto Lavoro - il report attraverso il quale l’agenzia della Regione Veneto ogni mese misura lo stato di salute del mercato del lavoro di casa nostra. Nei primi quattro mesi del 2021, il saldo tra assunzioni e cessazioni ha segnato un dato positivo per 18 mila unità; siamo lontani dal 2019 quando l’aumento di occupazione era stato di 44 mila contratti, ma la situazione è molto migliorata rispetto al 2020, quando si è registrato un meno 9.300. Le assunzioni nel primo quadrimestre 2021 sono un terzo in meno rispetto al 2019 (- 34 per cento).

Hanno fatto molto rumore nei giorni scorsi alcuni articoli di stampa in cui si denunciavano i “licenziamenti fantasma” avvenuti nel 2020 nonostante il blocco. Francesco Seghezzi su Domani citava le 550 mila Comunicazioni obbligatorie al Ministero del Lavoro registrate lo scorso anno (erano 900 mila nel 2019), comparandole appunto a licenziamenti. Ma le cose non funzionano così: al Ministero infatti va comunicata ogni cessazione di rapporto di lavoro, comprese le dimissioni, i pensionamenti, le aziende che chiudono o i contratti a tempo determinato che scadono. Il blocco infatti riguarda solo i licenziamenti di tipo economico, ma quelli di tipo disciplinare o altri non sono mai stati vietati dai decreti legati alla pandemia. Ecco perché nelle tabelle di Veneto Lavoro si legge per esempio che nel quarto trimestre 2020 sono cessati ben 138 mila rapporti di lavoro, contro i 168 mila del medesimo periodo del 2019.

Per quali ragioni dunque i sindacati confederali chiedono con forza la proroga del blocco dei licenziamenti? “La strada scelta dal Governo di rendere accessibile e gratuita la Cassa integrazione per le aziende che non licenzieranno non ci convince - spiega il segretario generale della Cisl del Veneto, Gianfranco Refosco - . Temiamo che dopo possano verificarsi licenziamenti collettivi nella grande industria. Chiediamo una proroga fino a ottobre per puntare sul lavoro: in altre parole, chiediamo alle istituzioni, come la Regione, di avviare tavoli di mediazione con il sindacato e le associazioni datoriali, specie per i settori più colpiti, e qualche passo su moda, ristorazione e turismo si è già fatto. Ma soprattutto chiediamo a Confindustria di indicare le filiere che non riescono a soddisfare il bisogno di manodopera e di fornire un elenco di figure necessarie, in modo da riqualificare i lavoratori che in questo momento potrebbero essere esclusi dal mondo del lavoro”.

Una risposta possibile viene ancora una volta dal report congiunturale di Assindustria Venetocentro e riporta sempre al tema riqualificazione. Si tratta della transizione digitale delle imprese che Covid-19 ha accelerato: le aziende che corrono sono quelle che si sono riconvertite al digitale e oggi hanno necessità di operatori in grado di gestire le nuove tecnologie. Anche gli industriali puntano, quindi, alle politiche attive per migliorare l’occupabilità dei lavoratori che rimangono in azienda.

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