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Locomotiva Export

In economia e nell’esportazione di prodotti all’estero “piccolo è bello”. La sorpresa arriva dal workshop organizzato lo scorso 4 luglio presso la Fornace di Asolo dalla Confartigianato di AsoloMontebelluna, in collaborazione con l’azienda di consulenza per l’export “Seles”.

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Locomotiva Export

In economia e nell’esportazione di prodotti all’estero “piccolo è bello”. La sorpresa arriva dal workshop organizzato lo scorso 4 luglio presso la Fornace di Asolo dalla Confartigianato di AsoloMontebelluna, in collaborazione con l’azienda di consulenza per l’export “Seles”. Giancarlo Corò – professore associato presso l’Università Ca‘ Foscari di Venezia - ripercorrendo la storia dell’export negli anni passati, ha mostrato come siano proprio le piccole imprese esportatrici le protagoniste nel nuovo scenario dell’economia internazionale. Nel piccolo c’è flessibilità, velocità, adattabilità, e non solo vulnerabilità, rispetto alle richieste di un grande mercato. Lo confermano i dati forniti dal ministero dello Sviluppo economico che nei primi due mesi del 2017 parlano di una crescita del 7,2% dell’export, una crescita guidata proprio dalle Pmi.

L’export nei primi tre mesi risulta in crescita in tutte le ripartizioni territoriali: +4,4% per l’Italia meridionale e insulare, +2,5% per l’Italia centrale, +1,8% per le regioni nord-occidentali e +1,4% per quelle nord-orientali. 

Tra le regioni che forniscono il più ampio contributo positivo alla crescita tendenziale delle esportazioni nazionali il Veneto si piazza al quarto posto: Lombardia (+8,6%), Piemonte (14,1%), Emilia-Romagna (+8,9%), Veneto (+7,1%) e Toscana (+10,1%). Non dimentichiamo che lo scorso anno la provincia di Treviso fu la settima per export internazionale. L’export italiano ha raggiunto i 427 miliardi di euro: il più alto livello di sempre. Dunque siamo ormai ampiamente sopra i livelli pre-crisi. Ma dove si esporta principalmente? Verso i paesi extra-UE e più ancora in Cina +33,1%, Russia +26,8%, Mercosur +18,5%, India +10,2%. Bene anche l’export verso Stati Uniti +14,6%, Giappone +15,1%, nonché verso l’Oceania e altri paesi asiatici. In Europa, l’export italiano ha fatto molto bene verso la Spagna +15,5%, la Polonia +17,1% ed anche verso il nostro primo partner commerciale, la Germania +9,2%.

I settori del made in Italy che hanno esportato di più, sempre nel primo trimestre 2017, sono stati gli autoveicoli (+22,6% rispetto al primo trimestre dello scorso anno), la farmaceutica (+15,2%), la chimica (+11,6%), gli apparecchi elettrici (+10,4%), le macchine e gli apparecchi meccanici (+7,5%). Continuano a vendere bene sui mercati esteri i prodotti dell’agricoltura (+7,7%), gli alimentari e vini (+8%) e la pelletteria e le calzature (+7,6%), prodotti che hanno forti reti proprio nel Trevigiano e nel Veneziano. Superati gli agguerriti tedeschi: l’export made in Italy ha fatto meglio di loro sia sul mercato intra-UE (+8% l’Italia +7% la Germania) sia su quello extra UE (+12% noi contro +11% i tedeschi).

E’ questa la nuova frontiera anche per le imprese artigiane: intervista a Paolo Di Silvestre, direttore generale di Seles divisione di Everap Spa

“Non c’è dubbio che per il Veneto l’export ha rappresentato la locomotiva per la ripartenza della piccola e media industria. Un fenomeno che ha interessato tutta l’Italia, anche se il Sud in maniera assai minore”. Questo afferma Paolo Di Silvestre, direttore generale  di Seles divisione di Everap Spa, una società che seleziona venditori per l’estero e da dieci anni si occupa esclusivamente di esportazioni e di dare gambe e prospettive alle aziende grandi e piccole che vogliono proporsi sul mercato globale. 

Direttore, non è sempre stato così in Italia. Prima le aziende, in particolare quelle artigiane, vendevano soprattutto nel mercato interno.

Punto di svolta è stato il 2009, la crisi finanziaria ha fatto crollare il mercato interno, che di fatto non si è più ripreso ed è ancora fermo. Le aziende che lavoravano già con l’estero hanno sviluppato e ampliato quella quota, chi non era presente in mercati esteri ha provato ad entrarci. Oggi in Italia ci sono 200mila aziende che esportano e chi ha resistito fino al 2012 ora è piuttosto stabile.

Mi pare di capire che noi offriamo prodotti di fascia alta, è così?

Esatto. Noi esportiamo prodotti di nicchia, prodotti non di serie, di alta creatività e tecnologia. Ad esempio nelle calzature vendiamo scarpe che costano circa 400 euro al paio.

I nostri prodotti non sono di massa.

No, certo. Ed è per questo che la delocalizzazione per noi è fallimentare. Quello che noi produciamo richiede manodopera altamente qualificata, abbiamo eccellenze artigianali che non possono certo essere emulate da un operaio cinese o indiano. Nonostante tutto siamo riusciti a salvare il nostro know out. Progettisti, modellisti, prototipisti, artigiani altamente creativi sono ancora ampiamente disponibili in Italia con un’esperienza molto lunga.  

Il fenomeno si è rafforzato recentemente?

Parlerei di nuova vita dell’artigianato, di grande creatività, non solo design, ma anche capacità di inventare soluzioni e processi innovativi, capacità di andare sul mercato con cose che prima non c’erano, capacità di fare innovazione sul mercato. Si pensi alla pasta artigianale, alle aziende vitivinicole che hanno investito in immagine, diventando visibili al mercato, penetrandolo con grande efficacia. Capacità che soprattuto il Nord est ha manifestato.

Esistono delle criticità per queste aziende, in fin dei conti sono tutte realtà piccole.

Si può resistere anche da piccoli. Un’azienda piccola può operare oggi a livello globale. L’obiettivo non è il mercato di massa, ma quello delle grande qualità. Il pericolo più grande invece è la fragilità intrinseca delle piccole aziende, esposte ad acquisizioni esterne, alla fragilità finanziaria, alla difficoltà di fare squadra o rete, a trattenere le competenze nella loro struttura e infine spesso c’è il problema della successione generazionale, sempre un passaggio critico.

Quali contromisure proponete alla Pmi?

Occorre fare squadra, strutturarsi in distretti e comparti. Un esempio è costituito dal Consorzio del prosecco che ha dato energia e forza a centinaia di piccole aziende. Se non ti aggreghi, non trattieni le professionalità, ti esponi alle acquisizioni e si rischia di perdere prezioso know out. Bisogna creare anche strumenti finanziari condivisi sul territorio. Già oggi stanno nascendo nuovi distretti come quello dell’abbigliamento e dell’arredamento e dei sevizi, una vivacità che fa ben sperare.

Proponete anche nuove professionalità per penetrare i mercati esteri?

Lo facciamo da una decina d’anni. Riusciamo a mettere a disposizione un export manager, una figura di alta professionalità, di lunga esperienza, ma costosa per il piccolo imprenditore. Così è nato il “temporary export manager”, in grado di guidare lo sbarco sul web, di creare immagine e comunicazione, di parlare le lingue del paese a cui ci si propone, insomma una figura molto flessibile ma che offriamo a tempo e distribuendo il costo su più realtà.

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