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Mafia in Veneto, tentacoli ovunque

Se sia il virus troppo contagioso o gli anticorpi troppo deboli, è difficile dirlo. La diagnosi però è impietosa, il Veneto è profondamente percorso da fenomeni di malavita organizzata. Fenomeni come mafia, ’ndrangheta, camorra, da oltre un decennio, infestano il tessuto sociale e produttivo del Veneto.

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Mafia in Veneto, tentacoli ovunque

Se sia il virus troppo contagioso o gli anticorpi troppo deboli, è difficile dirlo. La diagnosi però è impietosa, il Veneto è profondamente percorso da fenomeni di malavita organizzata. Fenomeni come mafia, ’ndrangheta, camorra, da oltre un decennio, infestano il tessuto sociale e produttivo del Veneto. Era impossibile che l’enorme disponibilità di denaro nella mani della malavita organizzata non scegliesse alla fine di investire in un’economia ricca, diversificata, in crescita come quella veneta? Quando, poi, la crisi ha fatto sentire i suoi profondi effetti, azzerando la liquidità di diverse imprese, era impossibile che i capitali senza nome e senza traccia non si offrissero in prestito alle aziende venete? Forse. Per alcuni, invece, il terreno era già malato, o comunque aveva scarse difese immunitarie a causa del “professionismo dopato” - così lo chiama il giornalista Alessandro Ambrosini, puntuale cronista del fenomeno mafioso -, quella serie di avvocati commercialisti, notai, bancari che supportano gestioni non trasparenti e spesso illegali di aziende. Quelli che aiutano a fare fatture false o irregolari, che mostrano come si fanno assunzioni fittizie, alimentano truffe bancarie, animano vortici di scambi immobiliari per far perdere le tracce dei capitali.

Resta il fatto che la cronaca ci restituisce nuovi particolari di un Veneto infiltrato dalla malavita. A tutti viene in mente il caso di Eraclea, primo Comune veneto chiuso per infiltrazione mafiosa. Pare che lì i Casalesi si fossero presi tutto, anche il sindaco; così, a febbraio 2019, un’operazione della Guardia di Finanza di Trieste e della Polizia di Stato, coordinata dalla Direzione distrettuale Antimafia di Venezia ha portato in carcere 50 persone. Altre 11 persone sono state obbligate a non allontanarsi dalla loro abitazione e si è proceduto al blocco preventivo di dieci milioni di euro. L’operazione ha colpito un gruppo di Casalesi, radicati nel Veneto Orientale dagli anni ‘90. Estorsioni, usura, danneggiamenti, riciclaggio, traffico di stupefacenti, rapine, questa era l’attività del gruppo. Si racconta che addirittura funzionari pubblici fossero spaventati, controllati e fornissero informazioni preventive al gruppo.

Nel tempo la presenza si rafforza e nel febbraio 2019 le indagini della Procura distrettuale Antimafia di Venezia ricostruiscono le attività criminali, condotte con modalità mafiose, della famiglia Multari, presente nel Veronese dagli anni ’90. Una famiglia che era riuscita e intimidire i pubblici ufficiali, al punto da bloccare le vendite all’asta dei loro immobili. Inoltre aveva trovato la collaborazione di un imprenditore veneziano, Francesco Crosera, che si era rivolto a loro per far bruciare una barca per vendetta. In manette a Verona finiscono sette persone.

I numeri sono impietosi, quattrocento aziende dal 2010 sono state infiltrate dalla mafia nel Veneto. Nella sola Vicenza sono stati individuati 20 milioni di profitti illeciti legati alla malavita organizzata. In Veneto difficilmente si ammazza, si preferisce imparare il sistema e lavorare all’interno, quasi sottotraccia, ma in maniera implacabile.

Da pochi giorni, a Padova, i Carabinieri del Nucleo investigativo hanno messo sotto indagine 54 persone. L’operazione Camaleonte ha messo in luce un gruppo ‘ndraghetista. Faceva seguito a un intervento del marzo scorso che aveva già portato al sequestro di 18 milioni di euro e a 27 arresti. Tra gli indagati figura anche un imprenditore edile di Padova, coinvolto in episodi di estorsione e in grado di assumere il controllo di aziende in difficoltà. La tecnica è semplice, ci si offre di aiutare gli imprenditori nel momento della difficoltà finanziaria e si procede allo spacchettamento dell’azienda in tante piccole quote che vengono intestate a dei prestanome, che fanno riferimento alla criminalità che di fatto acquisisce la proprietà. Tra le carte dell’inchiesta si trova la testimonianza di un imprenditore che dice a chiare lettere: “Dovevo firmare altrimenti sarebbe finita male”. Un candidato sindaco alla fine confessa davanti al procuratore “Io paura ne avevo, non poca, ma tanta”.

Neppure Treviso è esente. Nel marzo scorso le forze dell’ordine hanno evidenziato l’attività di recupero crediti in edilizia portata avanti dalla famiglia camorristica De Rosa. Ci sono poi le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Emanuele Merenda, che racconta che il super latitante Matteo Messina Denaro, l’erede di Totò Riina, si sarebbe nascosto per qualche giorno anche in una cantina a Campodipietra di Salgareda. Alcuni dubitano dell’attendibilità di queste dichiarazioni, i veneti del resto, come risulta dal sondaggio condotto da “Osservatorio Nordest”, avvertono poco il problema: il 71 per cento degli intervistati ritiene che la mafia sia per nulla o poco presente nella propria zona di residenza. Anche la Regione Veneto non riesce ad essere efficace, da anni non entra a regime l’Osservatorio per il contrasto alla criminalità, un organismo i cui componenti se ne vanno continuamente e si deve procedere a continue integrazioni.

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