Società e Politica
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Mattarella cala il jolly

Dopo il fallimento dei partiti il Presidente della Repubblica conferisce l'incarico di provare a formare un nuovo Governo a Mario Draghi, già alla guida della Banca d’Italia e, poi, della Banca centrale europea (Bce), persona apprezzata in tutto il mondo e considerato il “salvatore” dell’Euro negli anni della crisi economico-finanziaria

Mattarella cala il jolly

Il drammatico messaggio consegnato dal presidente Sergio Mattarella a tutti gli attori politici e a tutti gli italiani, martedì scorso, ha messo finalmente un punto fermo, si vedrà in queste ore se decisivo, alla crisi di Governo dopo le dimissioni del Governo Conte. In un solo colpo, il Capo dello Stato ha fatto esplodere la bolla in cui erano cadute le forze politiche, interrompendo la loro danza spregiudicata sulla pelle di un Paese esausto; ha indicato una direzione, l’unica che non faccia a pugni con la logica e con la realtà, una via praticamente obbligata, anche se spetta al Parlamento dire sì o no; si è giocato, con un tempismo che ha spiazzato i partiti, il pesante jolly di Mario Draghi, già alla guida della Banca d’Italia e, poi, della Banca centrale europea (Bce), persona apprezzata in tutto il mondo e considerato il “salvatore” dell’Euro negli anni della crisi economico-finanziaria. Insomma, Mattarella ha fatto una scelta coraggiosa e opportuna per evitare che il fallimento del sistema politico diventi anche il fallimento dell’intero Paese. Questa è infatti, oggi, la posta in gioco. Vale la pena di ripercorrere come si è arrivati a questo punto. Come è logico, la maggior parte delle critiche è rivolta a Matteo Renzi (che, curiosamente, è il vincitore di questa battaglia, se il Governo Draghi nascerà) e alla sua spregiudicata scelta di far cadere il Governo in piena pandemia.

L’egocentrico leader si è esercitato, grazie al fiuto politico che nessuno gli nega, nello sport che più lo appassiona: assassinare politicamente qualunque premier che non sia lui. Bisogna dire, però, che l’ex “rottamatore” ha potuto agire indisturbato.

Nel 2018, da segretario del Pd, ben sapendo che era finito l’idillio con gli elettori, ha scelto di blindarsi nel “palazzo”. Le candidature al Senato furono fatte in modo scientifico, per consentirgli di avere un manipolo in grado di condizionare la legislatura. Cosa puntualmente avvenuta. Dopo aver impedito, subito dopo le elezioni, la nascita di un Governo giallorosso guidato da Fico, è stato l’artefice del Governo giallorosso poco più di un anno dopo. Insomma, “ha fatto tutto lui”.

Per questo, molte colpe ricadono anche sulle altre forze politiche: sulle divisioni e sull’incapacità di governo del M5S, incapace di custodire e valorizzare la grandinata di voti presi alle Politiche; sull’immobilismo del Pd e del suo segretario Nicola Zingaretti; sullo sterile vociare di Matteo Salvini e Giorgia Meloni; infine, sulle scelte e sull’atteggiamento del premier Giuseppe Conte. Quest’ultimo non ha compreso che alla stagione dell’uomo “solo al comando” di fronte all’emergenza, doveva fare seguito un rilancio dell’azione politica. Non ha capito che non basta saper prendere i 209 miliardi del Recovery Fund dall’Europa; bisogna anche saperli spendere, con un piano coinvolgente e di ampio respiro. Il ritardo, su tale aspetto, è sotto gli occhi di tutti.

Di fronte a una politica in stallo, avvitata su se stessa, come detto, si è stagliata la figura di Sergio Mattarella, che in queste settimane ha assistito a qualunque cosa, compresa la banalizzazione e strumentalizzazione del suo appello ai “costruttori”, lanciato a Capodanno. Non si poteva indugiare, concedere un altro “teatrino”. E’ toccato al Capo dello Stato indicare una via e spiegarla, da maestro diligente che sa di rivolgersi a scolari negligenti. Senza la garanzia di essere ascoltato.

Difficile dare torto a Mattarella, i motivi che sconsigliano una sanguinosa campagna elettorale ed elezioni anticipate sulla pelle del Paese sono del tutto ragionevoli e condivisibili. E’ difficile immaginare di bloccare il Paese per sei mesi, mentre c’è da elaborare il Recovery Plan, scade il blocco dei licenziamenti, c’è una campagna vaccinale in corso. Del resto, se si parla con la gente si vedrà facilmente che di tutto hanno voglia gli italiani, fuorché di andare a votare, quando ogni giorno vivono incertezze e interrogativi pesanti sul proprio futuro. Oltre a tutto, una campagna elettorale solo virtuale allontanerebbe ancora di più la politica dalla gente.

Se proprio un consiglio possiamo dare al nuovo premier incaricato, diremmo piuttosto che, se gli verrà “consentito”, oltre all’emergenza e alla ripresa, bisognerà porre mano all’annoso tema dell’equilibrio istituzionale e delle “regole del gioco”. Questa, infatti, non è soltanto una crisi di Governo, ma ben di più. Anche per questo, il Capo dello Stato è dovuto intervenire e si è rivolto a tutte le forze politiche. Anche alla Lega, che farebbe bene ad ascoltare la sua base elettorale al Nord, che chiede buon governo, un solido ancoraggio all’Europa e non cerca avventure. Certo, è curioso che una legislatura iniziata con un Parlamento tendenzialmente “sovranista” e “anti-europeista”, finisca, forse, con il “bere” la medicina Draghi, il simbolo dell’europeismo. Un esito che assomiglia a un vero e proprio contrappasso dantesco, che deve però far riflettere. Su quella che è, e rimane, la profonda vocazione del nostro Paese.

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