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Medici di medicina generale, l'annus horribilis

Mancano specialisti per sostituire chi va in pensione. Chi rimane si assume una mole di lavoro non sostenibile. Ne parliamo con il dottor Brunello Gorini, della Fimmg. In calce all'intervista i dati sulla situazione nell'Ulss 2

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Medici di medicina generale, l'annus horribilis

Il 2021 è “l’annus horribilis” per i pensionamenti dei medici di medicina generale. Un’intera generazione è pronta a godersi i frutti degli anni di lavoro, ma manca personale specializzato che possa sostituirli nel loro fondamentale lavoro. Abbiamo affrontato il problema con il dottor Brunello Gorini, segretario provinciale della sezione trevigiana della Federazione italiana medici di medicina generale che denuncia con vigore la mancata programmazione degli ultimi 15 anni sul tema e rivendica il ruolo chiave che hanno ogni giorno i medici di famiglia nel rapporto con i loro assistiti e che hanno avuto come presidio sul territorio a contrasto della pandemia. Il crescere continuo della mole di lavoro, dovuto alla mancata organizzazione, rischia di ripercuotersi sulla salute di tutti i cittadini.

Dottor Gorini, qual è la situazione oggi?
I medici di famiglia per contratto vanno in pensione a settant’anni, ma è possibile anche anticipare il pensionamento. La legge, a livello nazionale, prevedeva che il rapporto ottimale fra medico e numero di assistiti fosse di 1.200, 1.300 in Veneto, con la possibilità di arrivare fino a 1.500. Il principio alla base di questa possibilità di aumento era quello di favorire una certa concorrenza fra i professionisti e spingere a fornire un servizio sempre più efficiente. Tuttavia questo principio, “nell’annus horribilis” per i pensionamenti, si è trasformato in una mole di lavoro sempre più intensa per tutti i medici di medicina generale, fino ad arrivare oggi a definire che ogni specialista può scegliere di prendersi carico di altri 300 assistiti, spostando il limite a 1.800, per il tempo necessario all’arrivo dei sostituti. Il carico lavorativo tuttavia già ora è talmente pesante che non ti permette di farlo. E’ da considerare che al medico arrivano 300 persone in più, tutte in blocco, da un collega che è andato in pensione. 300 persone a cui dedicarsi, creare una cartella clinica, con cui, se necessario, iniziare percorsi di cura, per poi sospendere tutto fra qualche mese quando arriveranno i nuovi medici specialisti di medicina generale. Quelli che finiranno i tre anni di scuola di specialità alla fine del 2021. Si tratta di lavoro perso, per questo il sovraccarico è accettato solo da pochi.

Come siamo arrivati a questo punto?
18 anni fa, quando ero presidente dell’Ordine dei medici, presentai un report alla Regione Veneto dove si diceva che nel giro di 15 anni saremmo rimasti senza medici di famiglia e che era necessario aprire più posti di specializzazione. Non è stato fatto. Anzi, tre anni fa proprio la Regione Veneto si oppose all’aumento dei posti. Si tratta di una errata programmazione, di una mancata programmazione, o, a pensar male, di un disegno volto a favorire i medici dipendenti rispetto a quelli in convenzione. La responsabilità è politica e amministrativa: la burocrazia, infatti, è diventata talmente pesante che tanti medici, esasperati, preferiscono il prepensionamento.

Quali le conseguenze, dunque?
In primo luogo ne consegue un danno per la popolazione: il medico di famiglia prescrive tutti gli esami necessari senza dover rendere conto a un superiore. Un dipendente al contrario ha un referente a cui rendere conto delle prescrizioni che fa, c’è il rischio che non si facciano fare tutti gli accertamenti necessari. In seconda analisi sembra che si possa mettere chiunque a fare il medico senza che sia necessaria una specializzazione, che invece deve esserci. Se il medico di famiglia non è uno specialista si crea un ulteriore danno al cittadino, e anche al Sistema sanitario nazionale, perché la mancanza di competenze specifiche rischia di incidere sulle diagnosi e se si cura male un paziente poi bisogna sostenere ulteriori spese per risolvere il problema. Infine, più pazienti si hanno più si è costretti a fare le cose di fretta, ma la fretta causa errori, noi siamo responsabili delle persone che ci affidano la loro salute, parliamo della loro vita, così si rischia di andare incontro a situazioni orribili dal punto di vista umano.

Da tempo si parla di medicine di gruppo integrate che non decollano, è un problema? Potrebbero aiutare a risolvere la situazione?
In Italia c’è la moda di continuare a cambiare le strutture anziché i contenuti. Il vero problema non è lavorare in gruppi di 3 o di 10, ma la mancanza di una strumentazione adeguata. Se ho gli strumenti per fare una diagnosi precisa posso curare il paziente al meglio, implementare la telemedicina, avere apparecchi per l’elettrocardiogramma, ecografi palmari, questo sarebbe di aiuto a tutta la categoria, possibile che in farmacia si possa misurare la glicemia con una semplice puntura e in uno studio medico no? Benissimo le medicine di gruppo integrate, ma è necessario che le aggregazioni arrivino dal basso e non siano imposte.

I medici di medicina generale sono il primo presidio per la salute dei cittadini, anche durante la pandemia non hanno mai smesso di lavorare...
Tutte le statistiche ci dicono che tra i sanitari il medico di famiglia è quello con un indice di gradimento più alto. Non siamo un “ricettificio”, basta guardare i dati: nel 2020 c’è stato un aumento di accessi ai medici di famiglia del 10% rispetto al 2019; oltre 20.000 accessi al giorno in provincia di Treviso. Durante il lungo periodo pandemico i medici di famiglia di questa provincia hanno eseguito oltre 25.000 tamponi, oltre 10.000 test sierologici agli insegnanti, oltre 50.000 tracciamenti di contatti con relativi certificati, 3.800 vaccinazioni anti Covid a pazienti over 80 “non responders”soprattutto a domicilio. Il carico di lavoro con il Covid è talmente aumentato che i colleghi non riescono a starci dietro, ma siamo l’unico servizio che ha sempre funzionato, con le dovute cautele e pagando a caro prezzo in termini di vite umane l’aver continuato a lavorare. Abbiamo inventato il triage telefonico, il televideoconsulto su piattaforme criptate che io stesso ho progettato e dato gratuitamente a tutti i medici d’Italia.

Che soluzioni ci sono, nell’immediato, alla carenza di medici di famiglia e alle carenze di organici nei servizi di continuità assistenziale?
Semplicemente ci vorrebbe una maggiore organizzazione. Abbiamo chiesto due cose all’azienda sanitaria un mese fa, e non abbiamo ancora ottenuto risposta. In primo luogo di incentivare l’assunzione di personale di studio che ora è in larga parte a carico nostro. Qualcuno che faccia il lavoro di segreteria, e infermieri che possano occuparsi dell’assunzione dei primi dati sul paziente, dando così più tempo al medico per le visite. Si è parlato di un’indennità per questo, ma non è ancora stato discusso un importo. Inoltre abbiamo proposto all’azienda sanitaria di chiedere ai medici che vanno in pensione di rimanere alcuni mesi in più, per non affidare ad altri temporaneamente i pazienti finché non arriverà il sostituto definitivo. Si tratta di pochi mesi, fino alla fine dell’anno, perché a inizio 2022 dovrebbero iniziare a lavorare gli specialisti che escono dalla formazione. Inoltre, già da tempo, avevamo proposto un collegamento informatico fra i medici di medicina generale e quelli di continuità assistenziale, in modo tale che le cartelle mediche fossero condivise, e i tempi delle visite ottimizzati. L’organizzazione permetterebbe a tutti di lavorare meglio e con più serenità.

Infine, com’è invece la situazione dei pediatri?
Per i pediatri va leggermente meglio che per i medici di famiglia, c’è una carenza, ma non così accentuata. Forse perché pediatria è una specialità universitaria e come tale i posti sono programmati dall’università e non dalla Regione come quella per i medici di medicina generale.

I DATI DEL CENTRO STUDI DELLO SPI CGIL DI TREVISO E DEL DIRETTORE GENERALE FRANCESCO BENAZZI SULL'ULSS 2

Nell’Ulss 2 Marca Trevigiana mancano 74 medici di medicina generale. Secondo i dati forniti dall’azienda sanitaria e rielaborati dall’Ufficio Studi dello Spi Cgil di Treviso tra il 2011 e il 2021 i medici presenti sul territorio sono calati di 185 unità (35%).

Oggi, inoltre, l’età media dei 511 medici di famiglia trevigiani è di 52 anni, il che significa che diversi sono quelli prossimi al pensionamento.

Nel frattempo il numero di assistiti che può seguire ogni medico è passato dai 1.000 del 2009 ai 1.800 nel 2021. Il quadro disegnato dalla ricercatrice Anna Rita Contessotto si presenta anche peggiore rispetto a quella nazionale.

Nell’Ulss 2 il 72% dei medici ha più di 1.500 assistiti (In Italia il 34%).

Il direttore generale dell’Ulss 2 Francesco Benazzi ha fornito i dati relativi alle strutture sanitarie: non mancano infermieri e oss, mentre le criticità arrivano quando si parla di personale medico.

Sono 32 in meno gli specialisti nel 2021 rispetto al 2019 e non se ne trovano, poiché le scuole di specializzazione formano troppo poche figure. Ora i posti sono stati aumentati, ma i risultati li vedremo fra 5 anni.

Alle carenze di organico si aggiungono le sospensioni del personale non vaccinato: sono 11 i lavoratori già sospesi, 2 medici e 9 infermieri, mentre si valutano altre 40 sospensioni.

“Questo comporterà un po’ di sofferenza - spiega Benazzi - fino a novembre dovremo appoggiarci a esterni in libera professione, poi dovemmo riuscire ad assumere 70 persone. In ogni caso il personale sospeso dovrebbe rientrare in servizio dal primo gennaio, con l’obbligo di tampone, perché il 31 dicembre, salvo proroghe, scade il decreto”.

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