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Molestie verbali e apprezzamenti non richiesti: comportamenti intollerabili

Sono molte le situazioni in cui le donne si sono sentite minacciate da comportamenti maschili poco rispettosi. Donne che non sono più disposte ad accettare e cominciano a denunciare, nonostante una visione sociale che ha ancora a che fare con il dominante del maschile nei confronti del femminile, come spiega la sociologa Barbara Poggio, dell’Università di Trento

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Molestie verbali e apprezzamenti non richiesti: comportamenti intollerabili

In queste settimane le cronache italiane si sono riempite dei racconti e delle denunce delle molestie subite da molte donne durante l'adunata degli alpini a Rimini. Non è la prima volta che accadono fatti di questo genere e non sarà l'ultima. Se ne parla oggi proprio perché la sensibilità su questi temi sta cambiando, ma i contesti in cui questi comportamenti maschili violenti vengono messi in atto sono tanti e diversificati. Probabilmente ogni donna nella sua vita ha subito molestie verbali, apprezzamenti non richiesti o si è sentita in qualche modo minacciata da dei comportamenti maschili poco rispettosi. Spesso, tuttavia, questi atteggiamenti di prevaricazione e mancanza di rispetto nei confronti delle donne vengono non solo tollerati, ma anche giustificati e legittimati.

Abbiamo cercato di comprendere le dinamiche alla base di tutto ciò con l'aiuto della professoressa ordinaria di Sociologia del Lavoro e prorettrice alle politiche di equità e diversità dell'Università di Trento, Barbara Poggio.

Professoressa, ci spiega come nascono questi comportamenti?
Sono atteggiamenti che nascono in contesti a dominanza maschile e in cui, oltre a incontrarsi molti uomini, vige anche un modello di maschilità tradizionale. Per cui, certo, parliamo di contesti militari solo di recente aperti al mondo femminile, ma anche di dinamiche da spogliatoio o che si innescano in luoghi come bar o locali. Sono comportamenti che, in realtà, non hanno nulla a che fare con il corteggiamento, ma finalizzati all'esibizione in gruppo di un certo tipo di maschilità tradizionale.
Un modello ancora ampiamente accettato e legittimato, nonostante manchi di rispetto a chi lo subisce...
Parliamo di una cultura sociale, ancora ampiamente radicata nella società italiana, di una visione che ha a che fare con il dominante del maschile nei confronti del femminile e con un atteggiamento di sopraffazione e dominio dell'uomo nei confronti della donna. Questi atti vengono minimizzati, ma hanno la stessa radice culturale delle più gravi violenze sulle donne, fisiche, sessuali e psicologiche fino all'epilogo del femminicidio.

Eppure alcuni di questi sono stati normati di recente, come lo stalking, altri come le molestie di strada non lo sono ancora...
Infatti, battute offensive e molestie verbali non sono reati in Italia, non ci siamo ancora arrivati, mentre in altri Paesi, alcuni molto vicini a noi come la Francia, oppure molto lontani, anche culturalmente, come le Filippine, questi tipi di comportamenti sono già puniti dalla legge. E qui si apre un altro tema, quello della denuncia. Alle donne che hanno raccontato le violenze subite è stato rinfacciato di non aver denunciato i loro aggressori, ma qui i problemi diventano molteplici. In primo luogo, come abbiamo visto, alcune molestie non costituiscono reato. Ma anche per i reati veri e propri subentrano altre dinamiche che spingono le vittime e rinunciare alla denuncia, primo fra tutti il biasimo sociale, la vittimizzazione secondaria. Quando anche le forze dell’ordine che dovrebbero raccogliere la denuncia minimizzano, allora la vittima si sente ferita due volte, e pur di risparmiarsi un’umiliazione non denuncia. Inoltre, in mezzo alla folla, si tratterebbe di denunce contro ignoti, e molto difficilmente si potrà risalire ai reali autori di reato. Terzo, e forse più grave in assoluto, è la presa di posizione pubblica di numerosi politici e istituzioni che minimizzando l’accaduto legittimano la cultura per cui alle donne deve piacere essere vittima di certe attenzioni e se non piace, sono comunque in qualche modo complici della violenza, se la sono andata a cercare.

Si tratta di una questione meramente culturale?
C’è una cultura tradizionalista di fondo che legittima gli uomini nelle loro azioni, mentre l’opinione pubblica li assolve minimizzando il problema.
Tra i tanti commenti alle molestie c’è chi consiglia alle donne di “imparare a difendersi”, perdendo di vista il fatto che se le venisse portato rispetto una donna non avrebbe nulla da cui difendersi…
Questo è interessante, perché chi dice così già ammette che ci sia qualcosa da cui le donne devono difendersi, in sostanza già ammette che c’è un problema. Ma poi torniamo sempre lì, se alle donne accade qualcosa è colpa loro, è sempre lo stesso tipo di cultura. C’è anche da dire che stiamo parlando di comportamenti messi in atto in gruppo, quando non è facile difendersi e che si commettono su ragazzine molto giovani o su soggetti più vulnerabili, isolati, a tarda notte magari.

Come se ne esce?
Ci vogliono sicuramente delle norme ad hoc, ma non basta, bisogna partire dal Paese, dalla cultura, lavorando sull’educazione e sulla sensibilizzazione. E’ necessario un lavoro educativo al rispetto con i ragazzi, fin dai più piccoli. Bisogna proporre un modello di maschilità diverso, che riconosca l’alterità. I ragazzi devono comprendere che si può essere uomini al di là di modelli maschili tradizionali, anche senza imporre identità dicotomiche, contrappositive e violente, e orientando invece all’accettazione delle differenze. Spesso è, infatti, proprio una pressione al conformismo che perpetua questi modelli, un’adesione al branco, il timore del giudizio degli altri. Ci si adegua perché si teme di essere messi in discussione come maschi e di essere a propria volta vittime del branco. Il tutto perché prevale questo modello culturale, se si lavorasse sul modello, si potrebbero creare degli anticorpi.

Un esempio concreto?
E’ necessario che i ragazzi comprendano che il loro sguardo è parziale e che il maschile e il femminile hanno uguale valore. Che non esiste un modello unico di mascolinità e che “l’uomo che non deve chiedere mai” come diceva una pubblicità, è tossico. Bisogna insegnare loro che la gentilezza, le espressioni di affettività, il prendersi cura degli altri sono dimensioni che possono appartenere tanto al femminile quanto al maschile, senza insensati timori omofobici. In Italia ci sono gruppi e associazioni che aiutano in questo, come Maschile plurale o i corsi antiviolenza per uomini maltrattanti. Così si superano le paure. I politici in tutto ciò, inoltre, hanno una responsabilità importante, le loro parole possono influire sull’opinione pubblica. Vorrei infine far notare una cosa.

Prego…
Questo modello di maschilità non fa male solo alle donne che subiscono molestie e violenze, ma sono tossici anche per gli uomini, a cui non è permesso sviluppare certe parti della loro personalità. Così sono sottoposti a un’enorme pressione sociale, che incide anche sui tassi di suicidio: non mostrarsi mai deboli e vulnerabili espone a maggiori rischi di crisi. Lavorare sull’educazione, dunque, fa bene agli uomini quanto alle donne.

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