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Nasce Confindustria Veneto Est: "Se ti unisci, conti di più"

Il politologo Paolo Feltrin, intervistato in merito al voto plebiscitario di fusione fra Assindustria VenetoCentro (Padova e Treviso) e Confindustria Venezia e Rovigo, valuta molto positivamente il processo di aggregazione. "E' la strada giusta, per massimizzare i risultati, anche se la dimensione ottimale di questa operazione sarebbe quella regionale". 

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Nasce Confindustria Veneto Est: "Se ti unisci, conti di più"

"Che si tratti di un’aggregazione positiva lo dice il voto plebiscitario da parte degli imprenditori”. Il prof. Paolo Feltrin, già docente di Scienza della Politica all’Università di Trieste, non ha dubbi che l’aggregazione delle associazioni industriali di quattro province venete, con la nascita di Confindustria Veneto Est, vada nella strada giusta, anche se la dimensione ottimale di questa operazione sarebbe l’intera regione. Ma si tratta di un processo in evoluzione, che risponde a una doppia esigenza generalizzata: quella di “accorpare” le strutture, per ridurre i costi e quella di avere più “potere politico”, senza però perdere nella vicinanza ai territori.

Un processo positivo e irreversibile, dunque?

Direi di sì. L’obiettivo è quello di massimizzare i risultati, creando strutture organizzative a rete, meno costose. Lo fanno le imprese, ma anche le banche, i servizi, i supermercati. Tutti sono interpellati: anche la politica, e, aggiungo, perfino le strutture ecclesiali. Nessuno è escluso da questo processo, il tema è attualissimo.

Perché, allora, gli industriali riescono là dove la politica fallisce, o comunque fatica?

Banalmente, perché in un’impresa decide uno, nella politica le cose sono un po’ più complesse. E poi bisogna stare attenti a non generalizzare. Un conto è aggregare, un altro è unificare quando non serve. Per esempio, non credo alla tanto decantata PaTreVe, al fatto di unire in un’unica città Padova, Treviso e Venezia. Nessuna area metropolitana nel mondo procede in questo modo. Ci sono cose più semplici e utili che si possono fare. Per esempio, i Comuni hanno smesso di “farsi” le carte d’identità in casa. Ora il documento è elettronico e prodotto attraverso un unico processo industriale. Si fa economia di scala, ma il cittadino continua a rinnovare la carta d’identità dove abita.

Perché, in definitiva, queste aggregazioni sono vantaggiose?

Lo sono, appunto, a una condizione: quella di riuscire a tenere insieme l’ottimizzazione della struttura e la vicinanza al territorio, la prossimità alle persone e alle imprese. Non è solo una questione di riduzione dei costi. Se ti unisci, sei più influente, conti di più. Tutti hanno sottolineato che Confindustria Veneto Est sarà la seconda associazione imprenditoriale territoriale d’Italia, dopo Assolombarda. Il problema è, appunto, garantire poi i servizi sul territorio.

Venendo a Confindustria, cosa pensa dell’assetto a quattro province?

Mi pare sia un processo in evoluzione, un cammino lungo. C’era la possibilità di mettere insieme quattro province, e lo si è fatto. Dopo di che, penso che l’assetto ottimale sia quello regionale. Per esempio, ora Belluno dove la mettiamo? Perché non c’è? E ha senso dividere la regione in due macro-aree in contrapposizione tra loro?

Resta il fatto che ognuno si è fatto un’aggregazione a sua misura. Gli industriali hanno unito quattro province, la Camera di commercio, ma anche Cisl e Ascom, solo Treviso e Belluno, altri hanno mantenuto il livello provinciale… Non si crea confusione?

Può esserci una certa ridondanza di servizi, ma non mi sembra che questo sia il problema principale. Non si deve fare confusione tra il livello organizzativo e quello operativo. Faccio un esempio, la contrattazione, che avviene su quattro livelli: aziendale, provinciale, regionale e nazionale. L’attuale assetto “variabile” mette in discussione l’operatività delle trattative contrattuali? Direi proprio di no. Ripeto, siamo dentro a un lungo processo, la perfetta coerenza è impossibile.

Anche a Padova, in occasione dell’assemblea costitutiva di Confindustria Veneto Est, si è assistito a qualche slogan che potremmo chiamare “venetocentrico”… Della serie: noi veneti siamo i più bravi. Una retorica rispetto alla quale lei, professore, è notoriamente allergico. Non le sembra un possibile limite?

Quando si parla, si dicono tante cose e un po’ di retorica va messa in conto. A me pare che il senso dell’operazione non sia di tipo isolazionista, ma abbia invece l’obiettivo di contare a livello nazionale. Invece di avere quattro associazioni provinciali di dimensione media o relativamente piccola, ne hai una di grande. Questo assetto aiuta a ragionare in termini nazionali.

Come le è sembrato l’intervento della premier Meloni?

Da sempre, gli industriali sono filo-governativi, è fisiologico. La cosa interessante è che lei abbia accettato di intervenire all’assemblea. Di sicuro non avrebbe partecipato all’assemblea provinciale di Treviso, o di Padova, e così via. E’ una conferma a quanto stavo spiegando.

Dagli industriali sono arrivati dei chiari paletti alla premier rispetto a una forte collocazione europea…

Certamente, e anche questo conferma che l’operazione di fusione è un antidoto contro un localismo miope e aiuta a ragionare in grande.

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