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Nel segno di La Pira

Dal 23 al 27 febbraio il convegno “Mediterraneo frontiera di pace”. Primicerio: “Proporremo ai sindaci di dare vita a una rete permanente delle città del Mediterraneo, magari con un appuntamento fisso ogni 2 anni”. Auspicato anche un legame stabile tra le Chiese

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Nel segno di La Pira

Si terrà a Firenze, dal 23 al 27 febbraio, il convegno della Conferenza episcopale italiana dal tema: “Mediterraneo frontiera di pace”. In contemporanea al convegno ecclesiale - che vede la partecipazione di più di 60 delegati (vescovi e patriarchi) provenienti dai Paesi che si affacciano sul Mare Nostrum - si terrà la Conferenza internazionale dei sindaci di 20 Paesi rivieraschi nel Mediterraneo, con l’obiettivo di far risorgere come crocevia di pace un mare diventato il più grande cimitero d’Europa. La messa conclusiva nella basilica di Santa Croce, domenica 27, sarà presieduta da papa Francesco e vedrà la partecipazione anche del presidente Sergio Mattarella; Draghi, invece, mercoledì 23 porterà il suo contributo all’apertura del convegno ecclesiale.

Firenze, grazie a Giorgio La Pira, è la città che a cavallo degli anni ’50 e ’60 del secolo scorso ha saputo creare ponti tra città in un periodo in cui crescevano cortine di ferro per marcare i confini e gli Stati facevano a gara ad armarsi.

La Pira è stato convinto testimone di come le città, attraverso il loro corredo di opere d’arte, tradizioni, cultura e scambi commerciali, abbiano il compito di richiamare gli Stati ai valori della pace e della fratellanza che incarnano il pensiero della gente che le abitano.
L’incontro tra primi cittadini e vescovi sarà occasione per approfondire le molteplici tensioni che dilaniano lo spazio Mediterraneo.
Per conoscere meglio le attese di questi prossimi appuntamenti, abbiamo intervistato il prof. Mario Primicerio, presidente della Fondazione Giorgio La Pira, già sindaco di Firenze dal 1995 al 1999, e tra gli organizzatori degli incontri.

Prof. Primicerio, i “Colloqui mediterranei” condotti da La Pira 60 anni fa sono ancora attuali vista la situazione in Ucraina, ma anche i malesseri nei Balcani orientali?
Seppure ogni epoca abbia le sue caratteristiche, c’è un fatto che rimane valido a 60 anni di distanza. E cioè il fatto che le persone, i cittadini e quindi le città non possono rimanere estranee alle discussioni che riguardano problemi di carattere internazionale. La Pira diceva spesso, parafrasando Clausewitz (generale prussiano famoso per il suo trattato di strategia militare “Della guerra”, ndr) che la pace è una cosa troppo importante per lasciarla fare soltanto alle diplomazie. Naturalmente, la diplomazia è una cosa essenziale, però dev’essere accompagnata e anche stimolata dall’interesse dimostrato dai cittadini e quindi anche dai loro amministratori. Consideriamo il caso dell’Ucraina. Al di là dei comunicati che vengono emessi dalle parti, ci sono interessi legati alla politica interna, per dimostrare qualche cosa ai propri elettori e ai propri cittadini. La presenza o l’azione delle città è qualcosa che trova ragioni di tipo politico ed economico, ma al contempo tiene conto delle aspirazioni generali delle persone di vivere in pace e di assolvere ai propri diritti primari di cittadinanza.

Lei è stato anche sindaco di Firenze. Perché è ancora importante oggi che la ricerca del dialogo e della pace passi anche attraverso l’impegno degli amministratori locali e non solo dei Capi di Stato?
Spesso, la politica estera dei Governi tiene conto di una serie di condizionamenti e di ragioni che qualche volta sono distanti dall’interesse e dalle necessità degli uomini e delle donne che abitano le città. I diritti primari sono incarnati maggiormente dagli amministratori locali, che hanno la responsabilità dei cittadini che abitano le città che governano. In altre parole: le città non vogliono morire, le città non vogliono essere distrutte… Per questo hanno il diritto di proclamare ad alta voce il diritto all’esistenza e di trovare delle soluzioni ai problemi generali che affliggono le persone nella loro quotidianità. Problemi che ci dimostrano che siamo tutti sulla stessa barca come diceva La Pira e come, ad ogni occasione, ripete papa Francesco.

E’ tra gli organizzatori del prossimo incontro di Firenze tra vescovi e sindaci del Mediterraneo. Potrebbe darci qualche anticipazione sui temi che verranno affrontati?
Il fatto importante e in qualche modo inedito è che, in maniera indipendente ma coordinata, si ritrovino negli stessi giorni nella stessa città i responsabili religiosi cristiani e gli amministratori delle città del Mediterraneo. Il tema di fondo, che si articolerà in vari modi, riguarda la città come comunità di comunità particolari, tra cui i cristiani, che in alcuni contesti rappresentano una esigua minoranza. Una delle domande a cui si cercherà di rispondere è quali siano i diritti che queste realtà hanno, nella più ampia comunità della città. E poi quali sono i doveri per essere riconosciuti come parte integrante della vita cittadina, senza ghettizzarsi.

In concreto quali sono le attese da questo incontro tra i sindaci dell’area mediterranea?
Le giornate saranno un appello molto forte all’Europa, che non può disinteressarsi del Mediterraneo e che sta vivendo il momento più critico degli ultimi decenni, ma anche ai popoli che vivono sulle sponde del Mediterraneo, perché tornino a essere simbolo di unità e di fratellanza e non di confine e di rifiuto. Proporremo ai sindaci di dare vita a una rete permanente delle città del Mediterraneo, magari con un appuntamento fisso ogni 2 anni, per verificare cosa è stato fatto negli anni precedenti per migliorare i rapporti.

E per le comunità ecclesiali, cosa le sta particolarmente a cuore come possibile impegno comune dopo Firenze?
Già nell’incontro di Bari di due anni fa ci si rese conto della mancanza di legami realmente efficaci e fraterni tra le varie chiese locali che vivono intorno al Mare Nostrum. Subito dopo il convegno è venuta questa grande prova che è stata la pandemia, che ha bloccato il processo che si era avviato. La cosa importante è che questi convegni non siano degli eventi ma che rappresentino l’inizio di un cammino di maggiore conoscenza tra tutti i partecipanti. Per quanto riguarda le chiese, soprattutto nella sponda nord del Mediterraneo, c’è un’ignoranza incredibile per quanto riguarda le chiese del Medio Oriente o dell’area balcanica. La gente in genere ignora chi siano i maroniti, cosa siano i siro-cattolici e così via. Intanto conoscersi meglio, poi collaborare. In concreto auspico uno scambio di delegazioni, sacerdoti, collaborazioni tra comunità cristiane. Tutto ciò dev’essere stabile e permanente tra le Chiese. Auspico che si arrivi a formare un Consiglio permanente dei giovani del Mediterraneo, dove un paio di giovani, rappresentanti di ciascuna delle diocesi che partecipano al convegno, si incontrino con cadenza annuale con la formula di un incontro residenziale. E poi attraverso questi incontri promuova delle azioni di fraternità tra le varie chiese. Questo consiglio potrebbe avere sede a Firenze, nel segno e nella memoria di La Pira.

La sua speranza?
La speranza è che questo incontro di portata storica non resti una bella cosa di cui ricordarsi, ma che sia l’inizio di un percorso che si possa sviluppare tra credenti e comunità civile.

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