Società e Politica
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"Non rubateci il futuro"

Che sia per le (mancate) scelte in tema ambientale o per il sistema di welfare che si va delineando, per le politiche inadeguate sulla famiglia o per l’enorme, insostenibile, immorale debito pubblico che non accenna a diminuire, la domanda rimane la stessa: “Stiamo rubando il futuro ai nostri figli?”. “La domanda usa il tempo sbagliato, perché già oggi facciamo pagare loro i conti con una società che, in nome della sicurezza, li ha bloccati nel percorso di assunzione di responsabilità e di libertà - risponde Johnny Dotti, imprenditore, pedagogista, docente all’Università Cattolica di Milano.

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"Non rubateci il futuro"

Che sia per le (mancate) scelte in tema ambientale o per il sistema di welfare che si va delineando, per le politiche inadeguate sulla famiglia o per l’enorme, insostenibile, immorale debito pubblico che non accenna a diminuire, la domanda rimane la stessa: “Stiamo rubando il futuro ai nostri figli?”. Diciamo di amarli più di ogni cosa, e invece loro pagheranno l’inerzia degli adulti di fronte al cambiamento climatico, le decisioni a volte poco lungimiranti in materia di welfare, lo scarso interesse educativo a permettergli di superarci.

“La domanda usa il tempo sbagliato, perché già oggi facciamo pagare loro i conti con una società che, in nome della sicurezza, li ha bloccati nel percorso di assunzione di responsabilità e di libertà - risponde Johnny Dotti, imprenditore, pedagogista, docente all’Università Cattolica di Milano -. Escono di casa in media a 34 anni. A quell’età sono «finiti», hanno bruciato nel nulla le loro energie migliori”.

Li abbiamo già fregati, insomma?

Assolutamente, dentro a una struttura sociale bloccata, dove non c’è mobilità e dunque non ci sono prospettive. Se poi consideriamo che gli over 60 oggi superano in numero gli under 30, capiamo il peso inedito sulle spalle dei giovani di oggi. La nostra generazione non consegnerà una condizione di vita materiale quantitativamente superiore ai figli. Sarebbe il caso allora che si impegnasse a formulare e fare esperienza di percorsi di vita diversi per qualità. Noi genitori facciamo fatica a traghettare i valori nel futuro, ma possiamo imparare dal padre di Gesù. Senza cedere al gioco del “senso di colpa”.

Un saccheggio, insomma, una nostra responsabilità…

Diciamo che non si muovono, che non si attivano, ma fin da bambini li portiamo in giro come pacchi postali per paura che possa accadere chissà cosa. Il problema siamo noi adulti, che non li spingiamo ad assumere delle responsabilità, non li educhiamo a sperimentare il rischio. Ma la vita è rischiosa! Crediamo che il processo sia: imparo come si fa e poi faccio. Invece no, non funziona in questo modo. Abbiamo sostituito la Provvidenza con la tecnica ma i risultati sono il controllo che non permette la libertà di evolvere.

Cosa ci aspetta allora nel futuro imminente?

Sono fiducioso, cose belle, se saremo capaci di diventare responsabili della nostra libertà. Non so se questo accadrà in un Occidente, ormai evidentemente in declino, o piuttosto energie e rinnovamento giungeranno da altrove, ma sarà così. In fondo, il mondo è molto grande e noi non possiamo continuare a guardare solo il nostro piccolo orto. Quel che è certo è che i giovani dovranno trovare delle alleanze con gli adulti, altrimenti non ce la possono fare. E si confronteranno con nuove forme dell’abitare, dell’economia, della politica…

Vede esperienze significative in giro per l’Italia, che danno speranza?

Si, trovo che ci sia molta brace anche se poca legna. Trovo che ci siano progetti innovativi, idee costituenti per nuove forme di sviluppo, di innovazione. Ad esempio, credo che dentro alla Chiesa questo sia il tempo dei laici, meglio se dei giovani laici, che nello spirito del Concilio Vaticano II sappiano diventare responsabilmente protagonisti di apertura, testimoniando una fede autentica radicata sulla concretezza della vita.

E la politica?

Il discorso è analogo. Non finirà la democrazia, certo evolverà in nuove forme che oggi non conosciamo. E per farlo saranno necessarie esperienze importanti sul significato di giustizia, di equità, di comunità. Lo stesso welfare non è più quello spazio dove ci possiamo prendere vicendevolmente cura di noi. Dentro la comunità dobbiamo giocare il rischio della nostra esperienza.

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