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Non si tratta: ora a rischio anche i profughi ucraini

Il 17 marzo scorso si è svolta l'edizione 2022 di "Non si tratta". E' intervenuto il docente e giornalista Marco Omizzolo con un'attenta analisi sulle dinamiche che alimentano le agromafie. Nel 2020 in Italia erano 450 mila le persone che vivevano sfruttamento lavorativo e disagio abitativo

Parole chiave: non si tratta (2), tratta (39), sfruttamento (13), diritti umani (17), agromafie (4)
Non si tratta: ora a rischio anche i profughi ucraini

Singh è un giovane bracciante indiano schiavizzato nei campi dell’agropontino. Dodici, quattordici ore al giorno, compreso sabato e domenica, in ginocchio senza guanti o scarpe antinfortunistiche a raccogliere ravanelli o pomodori per pochi euro e continue minacce e ricatti. Ha rischiato la pelle più di qualche volta, andando con la sua sgangherata bicicletta al lavoro, venendo derubato nel giorno della paga dai figli del padrone. A un certo punto conosce il gruppo di Marco e della cooperativa “In Migrazione”, partecipa agli incontri e ai corsi di italiano, e inizia il suo percorso di autodeterminazione e di liberazione. A distanza di qualche anno, diventa “caporale”.

“C’è anche questo nel nostro impegno quotidiano per contrastare ogni forma di schiavitù e discriminazione messa in atto dalle agromafie nel territorio di Latina e in tutta Italia - mi racconta Marco Omizzolo, ricercatore Erispes, intervenuto la scorsa settimana al convegno “Non si tratta 2022” -. C’è la triste possibilità di dover accettare che ciascuno, della propria libertà, possa poi disporre come crede e che la pedagogia del padrone è entrata nella loro carne”. Non ci si fa mai, per davvero, il “pelo sullo stomaco” quando si vive e lavora come Marco, docente universitario, giornalista per numerose testate nazionali importanti, ma prima di tutto sociologo sul campo che ha scelto di operare non “per” i migranti, ma “con” i migranti.

Una grande differenza di prospettiva. Cosa significa nel concreto?
Bisogna avere il coraggio di superare ogni deviazione caritatevole, solidaristica o ideologica per costruire approcci innovativi e relazioni orizzontali. L’italiano si impara leggendo la propria busta paga, perché è utile per loro, anzi necessario. E i corsi non possono essere organizzati al giovedì pomeriggio in città, perché per un lavoratore indiano che si muove solo in bicicletta ed è costretto a vivere in condizioni di segregazione, rimettersi in cammino per recarsi in centro e rendersi visibile a tutti, magari ascoltando una docente che non conosce la cultura indiana o la storia del Punjab incide poco sulla sua vita. E via cosi….

Il tuo libro “Sotto padrone” è del 2019. Nel frattempo è cambiato il mondo. Quali elementi nuovi trovi nel sistema delle agromafie in Italia?
Nel 2018 erano 140 mila le persone in condizioni paraschiavistiche in agricoltura nel nostro Paese. Nel 2020 sono 180 mila, ma se si considera coloro che vivono lo sfruttamento lavorativo e il disagio abitativo si passa a 450 mila. Un business da 25 miliardi di euro, pari quasi a una finanziaria. Il sistema si è evoluto, è più organizzato, è sistemico, è costruito tra le piaghe delle prassi vigenti, con una rete di connivenze che regolarizzano rapporti e posizioni. E come ogni fenomeno di questo genere è resiliente, capace di rinnovarsi in base al modificarsi dei contesti. Per esempio nel Pontino, dopo lo sciopero del 18 aprile 2016 che portò in piazza 4.000 persone, in prevalenza indiani, si sparse la voce che loro erano riottosi al lavoro e che andavano sostituiti con persone più “docili”. Gli ultimi tra gli ultimi si trovarono allora tra gli africani accolti nei cas (centri di accoglienza straordinaria, ndr) del territorio.

Due anni di pandemia hanno inciso su questa piaga della nostra democrazia?
La filiera agricola è sempre rimasta aperta e i braccianti hanno continuato a lavorare. Tuttavia sono stati sospesi pressoché del tutto i controlli e quindi si è diffusa maggiormente la violenza e la discriminazione. Oltre alla assoluta mancanza del rispetto delle norme sanitarie.

Noi in Veneto ci accorgiamo della presenza del fenomeno quando i giornali raccontano di indagini e arresti...
Questo vulnus è sistemico, va dove ci sono i soldi e le possibilità. La Dia ha scoperto cellule originarie di sistemi mafiosi nella vostra regione. I fatti di cronaca raccontano di uno sfruttamento in tanti settori dalla cantieristica alla logistica, dall’agricoltura al badantato. Pensate ai fatti di Cessalto dello scorso anno, o a quelli ben più noti che hanno coinvolto un colosso dell’editoria. Ma ci sono anche le cooperative senza terra, nella sinistra Piave per raccogliere le uve nei vigneti, o la manodopera schiavizzata nelle coltivazioni agricole. Le mafie si comportano come vere e proprie aziende, qui conoscono le norme e gli strumenti da utilizzare per bypassarle.

La guerra in Ucraina inciderà sul fenomeno della tratta a fini di sfruttamento?
Assolutamente. Abbiamo notizia di trafficanti e sistemi criminali che si stanno organizzando per gestire i migranti e ingabbiarli nella rete del traffico di esseri umani. La tratta nei contesti migratori è molto più che semplicemente un rischio. Per i minori poi questa allerta è ancora più alta, l’allarme lo hanno lanciato diverse organizzazioni umanitarie. I responsabili del traffico di uomini sfruttano il caos dei grandi movimenti di popolazione e con più di 1,5 milioni di bambini fuggiti dall’Ucraina come rifugiati dal 24 febbraio, e innumerevoli altri sfollati a causa delle violenze all’interno del Paese, la minaccia per i bambini è reale e crescente.

I nostri sistemi di protezione agiscono per reprimere. Ma cosa si dovrebbe fare per prevenire?
Serve conoscere, passare da consumatori a cittadini consapevoli, informati, attivi. Lo sfruttamento è la falla della nostra democrazia. Ricordiamo sempre una cosa: i braccianti indiani in rivolta, come quelli di Rosarno, del Metaponto, di Castel Volturno, e di qualunque altro posto nel mondo, lottano non solo per sé, lottano per noi. Lottano per allargare il campo dei diritti di tutti, per stabilire verità e giustizia laddove domina prepotenza, sfruttamento e catene. Anche questo è investire nella democrazia.

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