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Non va tutto bene

La sanità regionale sta reggendo. Ma, soprattutto nel rapporto con il territorio, il modello veneto scricchiola. L'ex sindacalista Dino Bertocco avverte: "Responsabilità di tutti non dissipare ciò che abbiamo ereditato"

Non va tutto bene

Tutto vero. La qualità della sanità veneta, l’abnegazione del personale, la capacità organizzativa dei nostri ospedali sono sotto gli occhi di tutti, soprattutto se messe a confronto con altre regioni. Se il Veneto è ancora zona gialla, nonostante gli elevati numeri di contagi e di decessi, è anche per la tenuta del sistema ospedaliero e per la capacità di fare fronte all’afflusso di pazienti bisognosi di terapia intensiva. Tuttavia, è proprio in questo momento che è bene fare una riflessione sullo stato della sanità veneta. Non solo sui punti di forza, ma anche su quelli di debolezza. Ne è convinto Dino Bertocco, già dirigente regionale della Cisl, scrittore e giornalista, esperto in progetti di cittadinanza, comunicazione e partecipazione. Anche a costo di porre domande e dare risposte scomode. “Anch’io, per molti aspetti, apprezzo l’impegno quotidiano di Zaia e capisco che molti a casa, in questo momento pieno di incognite, si sentano rassicurati. Ogni giorno, però, sento snocciolare dati impressionanti. Non si può dire che in ventiquattr’ore sono morte cento persone e che va tutto bene. No, non va tutto bene. Su questo ci dovrebbe essere una maggiore consapevolezza da parte del ceto politico”.

Il confronto con la Germania
Per Bertocco vale fino a un certo punto la tesi che qui in Veneto le cose stanno andando meglio rispetto al resto d’Italia: “Le rispondo con la parabola evangelica dei talenti. Chi ha ricevuto molto, ha anche molte responsabilità. E noi questo modello lo abbiamo ricevuto dai nostri padri, non siamo chiamati a dissiparlo, e neppure a sotto-utilizzarlo”. Il confronto, anche in considerazione del fatto che da decenni affermiamo di essere un’eccellenza europea, non va certo fatto con la Calabria. “Facciamolo con la Germania, prendiamo un land come l’Assia, che ha 6 milioni di abitanti ed è confrontabile con il Veneto. 128mila casi da noi, 77mila nella regione tedesca. 19mila guariti contro 48mila, 3.200 morti contro 1.070”. E anche tralasciando i numeri, sempre opinabili, come ha fatto notare il direttore dell’Ulss 2 Francesco Benazzi (i criteri di conteggio possono essere diversi), “non c’è dubbio che i tedeschi hanno migliori performance, strutture ospedaliere più robuste, più personale, capacità di «prendere prima» i malati, un’integrazione diversa tra ospedali e residenze per anziani”.

Nodi al pettine
Certo, riconosce l’ex sindacalista, “il nostro sistema in questo momento sta tenendo, ha offerto una resilienza data da una rete territoriale storica, che ci ha evitato la débâcle lombarda”. Ma questo non significa, appunto, che vada tutto bene: “Parte della nostra sanità, soprattutto nel territorio, è stata destrutturata. Ci si è vantati di aver sistemato i conti, ma senza garantire i servizi di prima. Oggi ci accorgiamo di questo dall’incapacità di fare un tracciamento serio sulla diffusione del virus. Abbiamo depotenziato il ruolo dei sindaci. Anche in questo frangente, a parlare sono le Ulss, mentre si sarebbe dovuto dare un effettivo ruolo agli amministratori locali. La medicina territoriale non si è rafforzata. Molti medici di base operano in strutture piccole, che in questo frangente si rivelano inedaguate. Un altro problema è quello delle residenze per anziani, che si sono viste attribuire funzioni di assistenza ad anziani pluri-patologici, con strutture e organici inadeguati. E poi, ancora l’impoverimento della medicina territoriale. Il Covid-19, poi, ha una particolare «cattiveria», si insinua nella struttura fisica colpendo in modo anche molto diversificato. E amplifica questi problemi”.

Cultura della sussidiarietà
Sottolinea Bertocco: “Non è una semplice critica a Zaia, ma penso che ci sia una cultura della sussidiarietà da far camminare anche a livello sanitario. Il problema non è il singolo politico, ma come far crescere la partecipazione, le responsabilità dei cittadini. Sulla non autosufficienza, per esempio, sarà un dramma nei prossimi decenni se non attiveremo meccanismi sussidiari e mutualistici. La soluzione, insomma, è più partecipazione, non più verticalizzazione”. Come pure sta accadendo. Anche la “mitica” conquista dell’autonomia, secondo il nostro interlocutore, conterebbe fino a un certo punto: “E’ stato immaginato che Zaia faccia il presidente della Conferenza Stato-Regioni. Quello dovrebbe fare, a mio avviso, invece si limita a chiedere una fetta di polenta in più. Quando il problema, invece, è che nella sanità italiana ci sono almeno 17 miliardi di sprechi, numeri alla mano. Proseguendo con la metafora, bisogna mettere mano al menù, alla cucina e alla distribuzione dei pasti, non chiedere una fetta in più. Non bisogna separarsi, ma incidere, dare la linea, per esempio insistere sui costi standard”.
Insomma, il Veneto avrebbe tutto per mettersi alla guida di nuovi processi, “ma non è il momento di furbizie tattiche o di fare i solisti. Occorre coinvolgere i territori, i sindaci, i cittadini, una società civile che rischia di diventare atrofizzata, di riscoprire le nostre radici comunitarie e riformiste, che abbiamo ereditato da chi è venuto prima di noi”.

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