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Nuovi atlanti geopolitici

Vari vertici hanno messo a tema gli assetti globali

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Nuovi atlanti geopolitici

Nel giro di una settimana le principali diplomazie si sono confrontate più volte sui nuovi assetti globali che si stanno delineando per i cambiamenti climatici, la crisi economica e la guerra ucraina.

Vertice Ue. Dopo il vertice UE del 23 giugno il Consiglio europeo ha dato il via libera al riconoscimento dell’Ucraina e della Moldova come Stati candidati ad essere membri dell’Ue, raffreddando invece le aspettative della Georgia. Eppure tutti e tre questi paesi ex-sovietici hanno presentato quasi contemporaneamente la domanda di adesione a inizio di marzo, dopo l’invasione russa del Donbass. Al di là del giusto plauso ed entusiasmo seguiti all’attesa decisione dei 27 va chiarito che tale status non rappresenta ‘de facto’ garanzia di adesione all’Unione europea nel breve periodo. Come ben sanno Macedonia del Nord (candidata dal 2005), Montenegro (candidato dal 2010), Serbia (candidata dal 2012), Albania (candidata dal 2014), Kosovo (accordo di stabilizzazione e associazione firmato nel 2016), Bosnia-Erzegovina (domanda presentata nel 2016), il processo di adesione all’Unione europea non è semplice, non è immediato e, soprattutto, non è scontato.

E se le condizioni economiche e politiche dei tre paesi ex-sovietici risultano ancora lontani dagli standard previsti dai c.d. ‘criteri di Copenaghen’, è indubbio che la Georgia appaia oggi indebolita dal rinvio della sua candidatura e ancor di più si senta sotto minaccia di perdere la propria indipendenza rientrando i suoi confini nel disegno geopolitico di Putin della Grande Russia.

Vertice Brics. Mentre l’Europa guardava ad un suo allargamento regionale ad est, nel vertice virtuale dei paesi Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa) tenutosi il 23 e 24 giugno si discuteva di un ‘nuovo ordine mondiale’ e dell’allargamento a livello planetario dell’influenza di questi paesi emergenti. I Brics rappresentano il 41% della popolazione mondiale, il 24% del Pil e il 16% del commercio globale. Nella dichiarazione finale emerge il tentativo del gruppo di influenzare le relazioni internazionali con un modello (di potere) alternativo a quello occidentale, offrendo garanzie “economiche” sul libero scambio e il benessere globale ai Paesi più in difficoltà su questioni come l’approvvigionamento alimentare ed energetico.

Se la Russia sta cercando un riposizionamento geopolitico e strategico anche al di fuori dei propri confini (ndr è il caso della Siria, Libia e rep. Centrafricana), la Cina ha rafforzato le sue partnership commerciali, nei Paesi africani come in Asia, fino a spingersi in Europa (in Italia con la partecipazione azionaria nei porti e nella logistica). La nuova via della Seta resta l’ipoteca di Pechino sulla realizzazione di quel nuovo ordine economico globale che vede la Cina guidare gli equilibri del commercio e dell’approvvigionamento di materie prime fondamentali e a sostituire l’Europa negli scambi commerciali con Mosca.

G7 tedesco. Tra domenica 26 e martedì 28 si è svolto a Schloss Elmau, nelle Alpi bavaresi, il G7 con al centro le crescenti minacce alla sicurezza globale e gli effetti a lungo termine della crisi economica, energetica e climatica, la cui portata combinata potrebbe rivelarsi devastante. L’evoluzione del rapporto con la Cina si unisce a questa ricca rosa di questioni, da cui l’impegno a sostenere con 600miliardi di euro i paesi più poveri - come risposta alla crescente influenza economica cinese in Africa – e il riassetto delle relazioni geopolitiche russo-cinesi con il procrastinarsi del conflitto in Ucraina.

Il conflitto in Ucraina sta segnando una frattura storica a livello delle relazioni geopolitiche, proiettandoci in un mondo sempre più complesso nel quale le tensioni e i conflitti internazionali diventeranno sempre più acuti. Il G7, appena concluso, ha certificato che dietro la Russia c’è l’ombra del dragone cinese, divenendo il competitore principale dell’Occidente. Non sono giunte tuttavia decisioni riguardo all'introduzione di un tetto massimo per i prezzi del gas e del petrolio russi, ora soggetti al mercato e di molto aumentati in questi mesi.

Vertice Nato. I riflettori delle diplomazie si sono poi spostati tra martedì sera e mercoledì sul vertice Nato di Madrid, dove si è discusso sull’aumento del numero delle forze di pronto intervento da 40 mila a 300 mila unità e dell’adesione di Svezia e Finlandia all’Alleanza atlantica, rispetto alla quale è caduto il veto della Turchia. La discussione arriva dopo 4 mesi di guerra e nel contesto di forti tensioni militari con la Russia nel mar Baltico (per l’applicazione dell’embargo all’enclave russa di Kaliningrad).

Altro argomento ha riguardato l’analisi della nuova fase dei rapporti tra Cina e Nato. Pechino è tradizionalmente critica nei confronti dell’Alleanza atlantica, e per certi versi non potrebbe essere diversamente. E nel documento finale, intitolato Strategic Concept 2022 - un testo di respiro decennale finalizzato a indicare le principali sfide alla sicurezza e delineare le strategie che la Nato metterà in atto -,  Pechino viene indicata come la più seria e tangibile minaccia per il futuro dell’Alleanza atlantica accanto alla Russia.

Oriente-Occidente. I vertici di G7 e Nato hanno cominciato a disegnare le nuove «cortine di ferro» per una strategia di «contenimento» dell’asse Russia-Cina. Questa strategia ha ormai una proiezione globale, spazia dal Mar Baltico fino all’Oceano Pacifico, include le armi economiche così come le armi tout court. Se nell’Europa centro-orientale l’allargamento militare Nato annulla l’idea putiniana di una riunificazione territoriale fra Kaliningrad e il resto della Russia, dall’altro il comunicato finale del vertice G7 ha citato per ben 14 volte la Cina come paese destabilizzante dell’area dell’Indo-Pacifico in particolare su Taiwan e sul Mare della Cina meridionale. E se la Nato è sempre più un’alleanza eurocentrica, non si deve dimenticare che il G7 è nato come il club delle maggiori economie occidentali più il Giappone.

La ‘nuova’ Europa e la Turchia. Così come ha fatto tante volte con i rifugiati, anche questa volta la Turchia ha potuto ricattare la Nato trovandosi ad essere ago della bilancia nelle relazioni euro-mediterranee. I diritti umani ancora una volta risultano sacrificati avendo firmato Stoccolma e Helsinki l’impegno di consegnare dei rifugiati politici curdi per poter avere il via libera di Ankara al loro ingresso nella Nato, alleanza che nei fatti rappresenta oggi la difesa comune europea. Ora serve la ratifica da tutti i 30 parlamenti degli stati membri compresa la Turchia che potrebbe chiedere altro in cambio di questa adesione.

Erdogan in questo momento sta giocando bene le sue politiche internazionali accreditandosi come un uomo fondamentale per la politica internazionale e per un ruolo primario a livello regionale della Turchia.

Unione europea e Nato che stanno diventando de facto praticamente un ‘corpo comune’ e dove soltanto 4 paesi della Ue non fanno parte della Nato (Cipro, Malta, Irlanda e Austria). E pensare che fino a qualche mese fa l’Islanda voleva lasciare l’Alleanza ma adesso teme la Russia, e che il piano europeo Strategic Compass piano di rafforzamento della politica di sicurezza e difesa Ue approvato lo scorso 21 marzo pare già superato dal vertice Nato di Madrid

Prospettive. L’impressione di questi vertici di inizio estate 2022 che si stiano consolidando forme geopolitiche su base regionale, così come si era visto durante la pandemia. Si va verso la creazione di grandi regioni che cercheranno di stare in equilibrio ma saranno anche in competizione, sperando non in un conflitto aperto, le une con le altre. Il grande sforzo dell’Occidente è di definirsi come grande regione mondiale rafforzando la propria capacità di negoziare con gli altri Paesi e consapevole che al difuori c’è un mondo sempre più contrapposto non per forza disposto ad abbracciare i nostri valori. Emerge inoltre da parte dell’Europa la centralità della via diplomatica come quella da percorrere per ritrovare, innanzitutto, la coesione interna ed evitare, parimenti, la decomposizione dell’ordine mondiale come Pechino e Mosca vorrebbero.

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