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Oltre l'8 marzo: far fiorire ciò per cui sei nata

Ospitiamo in questo mese ritratti di donne che si sentono realizzate, anche a fronte di rinunce fatte. Il primo è quello di Antonia Piva, insegnante al Canova e poi dirigente al Duca, che si definisce "una filologa che di lavoro ha fatto la preside"

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Oltre l'8 marzo: far fiorire ciò per cui sei nata

Il tempo non ha velato il suo sguardo, vivace, sornione, profondamente ampio. Il modo di parlare fluente, il gusto per la ricerca della parola e il sorriso aperto, forte, sono tratti che la rendono riconoscibile da sempre. E poi quel taglio dei capelli, ora ingrigiti, che si distingue per un mix armonico di corto funzionale e un ciuffo di libertà, estroso, quasi sbarazzino.

Ascoltarla è un tuffo nel passato, alla metà degli anni Novanta in cui, da giovanissima insegnante di lettere classiche al Liceo Canova di Treviso, entrava in classe citando il “mitico” (la parola non è a caso) professore di università Carlo Odo Pavese. Il nipote di fine intelligenza, cultura e personalità del celebre autore di “La luna e i falò” arrivava nelle aule di Ca’ Foscari declamando versi omerici e scandendo che “Il greco è bello, facile, interessante”.

Lo stesso professore che di lei ebbe a dire: “E’ aristos”, cogliendo il significato più autentico del termine: colui/colei che non può prevedere se non di essere e di tendere esattamente al meglio di ciò che è e che fa. Antonia Piva sorride, consapevole che tutto, dal suo portamento al pensiero, dal modo di essere parla di classicità. Una volta, reincontrando il professore universitario, gli chiese conto di quell’aggettivo “facile” e lui rispose che forse non era appropriato. Il greco è rigore di una lingua che cerca la verità in ogni cosa, che ti fa affrontare le versioni come enigmi da sciogliere riuscendoci solo quando si perde la paura di affrontarli; che aiuta a riflettere prima di tutto su chi siamo. E per questo stesso motivo è difficile come lo è la vita; apprenderlo permette di saper maneggiare i successi e i fallimenti a testa alta.

La carta della scuola
Antonia Piva ha studiato filologia classica e paleontologia a Venezia; è stata docente di scuola superiore, poi alla scuola di specializzazione per insegnanti dell’università, preside. Dal 1990 collabora col Ministero a progetti di ricerca e formazione degli insegnanti.
Fa parte del Comitato dantesco e della commissione del Certamen Horatianum di Venosa. Ha scritto saggi e manuali a carattere pedagogico e metodologico, oltre che antologie per l’insegnamento della letteratura classica. “Mio padre era un insegnante di italiano e latino, fin da piccola ho respirato aria di classicità e di scuola”.

Al Duca degli Abruzzi arriva 16 anni fa, e nel tempo trasforma la “scuola delle maestre” nel primo liceo della città, con oltre 2.000 studenti e 5 indirizzi di specializzazione; passa attraverso momenti belli e altri critici, come quando finisce sui giornali per un docente dai comportamenti discutibili, senza contare gli ultimi anni dentro a quell’acceleratore di processi che è stata la pandemia.

Ha lavorato tenendo fermi tre principi, come spiega nella lettera di commiato citando un suo grande maestro, don Lorenzo Milani: “La cultura o è di primo piano, e dunque trasformativa, oppure immiserisce chi la pratica. I ragazzi meritano tutta la nostra passione, che non deve mai diventare abitudinaria. E la collegialità è il più grande patrimonio professionale, considerando che il tutto, se condiviso, è maggiore della somma dei singoli fattori”.

“Sono una filologa che di lavoro ha fatto la preside” dice di sé, convinta che la scuola rappresenti, di fatto, la carta che abbia estratto nella sua esistenza per realizzare ciò che è e che la filologia, la scienza della parola, ha aderito profondamente al suo modo di essere e sia diventata il filtro stesso con cui entra nella realtà. Per Antonia Piva la dimensione del “magister” - stessa radice di “magis” - e della “paideia” di socratica memoria ha incrociato la capacità di parlare, di ascoltare, di leggere i segni dei tempi con pazienza, alla ricerca della verità, dell’archetipo.

Si definisce iconoclasta e allora, inevitabilmente, passa per elitaria, per snob, nonostante tutta la sua carriera di docente e di dirigente scolastica racconti con i fatti la straordinaria capacità di essere autenticamente se stessa, di esprimerlo e per questo di diventare maestra di altri, per generazioni. “Non si impara dagli atteggiamenti, dai comportamenti, ma dall’esempio”. L’ultimo giorno, mentre si avvicinava il suono dell’ultima campanella, un suo giovane studente le ha chiesto di abbracciarla.

Bob Dylan nelle sue corde
I suoi interessi spaziano da Pasolini a Lucrezio, fa ricerche su Bob Dylan scoprendo in lui un incredibile tesoro di antichità, adora Pindaro e Orazio. Sono alcuni degli autori che più ama e più frequenta, con chiara ammirazione, convinta che la loro compagnia nutra la voglia di amare la vita, di intendere la realtà e di conoscere se stessa e gli altri. Del resto, per crescere, per amare, per sapere, per acquisire il passo della nostra libertà, i maestri sono necessari.
E’ marzo del 2016: austera dirigente, sta seduta in prima fila a un convegno di Didattica del latino all’Università d Venezia, ma è distratta e guarda il sito dell’ansa sul cellulare. Arriva la notizia: Bob Dylan ha vinto il Nobel per la letteratura e a lei si spalanca una intuizione. Da filologa, indaga la prima impronta del cantautore - lo studio del latino al liceo di Hibbing - e risale, parola per parola, alla ricerca delle fonti. Dimostra così come la modalità di scrittura di Dylan peschi moltissimo dalla tradizione: cita sapientemente Virgilio, Ovidio, Sant’Agostino e fa ampio uso del lamento dell’innamorato alla porta chiusa e della “katàbasi”: la discesa agli inferi per trarre un responso di speranza sul futuro e la rotta del proprio destino.

Diventa ciò che sei
E’ celebre la lezione di Antonia Piva sull’etimologia della parola crisi: la radice è la stessa di cerno (lat. scegliere) e di crinale. Di per sé non ha connotazione negativa perché nel significato originario vuol dire setacciare, sottoporre a scelta, proprio come l’atto del mugnaio che separa al crusca dal fior di farina. La crisi, dunque, è l’opportunità di scegliere al bivio, di non restare fermi e dunque nel disagio per tutti. “Il prezzo delle nostre scelte può essere il valore di mercato che le circostanze esterne ti impongono, ma io direi invece che è piuttosto il percorso pindarico a diventare ciò che si è, dopo averlo appreso”.

Lo insegnano i miti greci, lo descrivono bene le tragedie di Sofocle che stanno alla base archetipica della nostra esistenza. La vita è tragica, nel suo autentico significato greco, impone delle scelte e delle rinunce, chiede di diventarne un poco alla volta esperti per poter esprimere il proprio carisma.
Lo si comprende con l’esperienza, la riflessione e l’accettazione. “Dalle profondità della storia, e della poesia, Pindaro ci lancia questo paradossale invito: “Diventa ciò che sei” e, nella seconda parte della frase, ci indica la direzione da seguire: avendolo appreso”.

Per diventare se stessi, dunque, bisogna fare un cammino di autoconoscenza. Si cresce per processi imitativi, ma poi bisogna staccarsene per diventare ciò che si è, a un prezzo ed è tutt’altro che semplice.

Ma se riesci a far fiorire ciò per cui sei nato, raggiungi la serenità.

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