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Ospedali veneti: meno letti, più reti

Ci sono tagli e nuove organizzazioni, ci sono interi territori che vedono ridisegnata la rete degli ospedali, sempre più integrati e divisi tra strutture spoke (centri periferici) e hub (centri di eccellenza per malattie complesse). Ad essere preoccupati sono sindacati, Comuni e volontariato, ma la Regione replica: il confronto continua

Parole chiave: sanità. ospedali (1), veneto (411), regione (296)
Ospedali veneti: meno letti, più reti

Che la si voglia leggere come una redistribuzione o come un taglio, i numeri in sostanza non cambiano. Le nuove schede ospedaliere, redatte dalla Regione Veneto e rese note nelle scorse settimane, ridisegnano la sanità fino al 2023: vanno a sforbiciare, spostare, ripianificare i posti letto anche nel trevigiano, nel veneziano e nel padovano; potenziano le alte specializzazioni degli ospedali; rafforzano il collegamento con il territorio attraverso strutture di ricovero intermedie (almeno sulla carta) e l’integrazione tra sanitario e sociale.

 

Una nuova geografia

I sette ospedali della Marca, Treviso, Oderzo, Conegliano, Vittorio Veneto, Montebelluna, Castelfranco e Motta di Livenza conteranno in tutto 105 reparti per 2.380 posti letto, più i 397 delle strutture private convenzionate (con 39 posti per pazienti extra regione) per un totale di 2.777. Di fatto, si perdono complessivamente 74 posti letto, ma i tagli non sono lineari e nel confronto emerge che Ca’ Foncello ne guadagna 72 rispetto al passato e Motta 24, mentre Castelfranco “rinuncia” a 131 accorpati dallo Iov (Istituto oncologico veneto), Conegliano a 22 e Vittorio a una ventina.

“Registriamo una perdita complessiva nel pubblico di posti letto - ha denunciato subito l’Anaao, sindacato dei medici dirigenti -, mentre in questa ripianificazione è il privato a spuntarla, con un aumento di una quarantina di posti letto”; a beneficiarne sono l’ospedale San Camillo di Treviso, la casa di cura Giovanni XXIII di Monastier, il Park Villa Napoleon, a Preganziol. Le schede, hanno ribadito dal sindacato, condividendo la preoccupazione della Cgil, non tengono conto della grave carenza di personale che sta creando situazioni drammatiche all’interno delle strutture; motivo per cui bisognerebbe rimettere mano alla rete ospedaliera obsoleta e incapace di rispondere alle necessità odierne, dato che almeno una decina su 68 in Veneto sono le strutture sanitarie che dovrebbero essere riconvertite (per esempio il Punto nascite di Vittorio Veneto, che con meno di 500 parti l’anno è sotto la soglia minima di garanzia di sicurezza).

Diversa, ovviamente, la posizione del direttore generale dell’Ulss 2 Francesco Benazzi: “Non c’è stato un calo dei posti letto ma solo una redistribuzione a vantaggio delle aree medica e chirurgica”, ribatte.

 

La mappa di Treviso

Con le nuove schede dunque il Ca’ Foncello diventa Hub provinciale con 1.010 posti letto. C’è la Brest unit, centro multidisciplinare per il tumore al seno, la struttura di riferimento per le malattie rare del sistema immunitario e dell’apparato respiratorio, il centro regionale per la chirurgia epato-bilio-pancreatica, il centro traumi specializzato e l’anatomia patologica su cui converge anche l’Ulss 1. Treviso è anche ospedale di riferimento per la fase acuta della neuroriabilitazione, cerebrolesioni acquisite e mielolesioni.

Oderzo invece è nosocomio di base con attività di procreazione medicalmente assistita e ortopedia a indirizzo protesico. Conegliano è spoke con Vittorio Veneto, centro traumi di zona e sede per la procreazione medicalmente assistita. Per la rete emodinamica è prevista attività h24 e l’unità ictus di primo livello. Vittorio Veneto è confermata struttura di riferimento regionale per il tumore alla laringe; viene potenziata l’attività di week e day surgery. Montebelluna è ospedale spoke e centro trauma di zona. Castelfranco avrà l’attività h24 di emodinamica e preparazione farmaci antitumorali; viene prevista l’attività chirurgica d’urgenza per il territorio di riferimento, supportata dallo Iov. Motta diventa struttura riabilitativa regionale e polo di coordinamento.

 

In terra veneziana

Non se la passa meglio l’entroterra della Serenissima: il taglio più grave è quello di Dolo, con 104 posti letto in meno, ma anche Chioggia con una riduzione di 55 mentre Mirano ne perde 49. Tagli che riguardano soprattutto le aree chirurgica, materno infantile e medica, a cui si aggiungono la cancellazione totale dei 25 posti di lungodegenza, dei 20 di recupero e riabilitazione funzionale e dei due rispettivi primari e dell’ospedale di comunità di Cavarzere. L’ospedale di San Donà è spoke con Portogruaro con attività di pneumologia, di emodinamica h24 e unità ictus di primo livello. E’ anche centro traumi di zona.

“Avevamo già denunciato che con l’accorpamento delle Ulss era iniziata una polarizzazione dei servizi a Mestre che avrebbe depotenziato le aree periferiche di Dolo, Mirano e Chioggia – commentano i consiglieri del Partito democratico Bruno Pigozzo e Francesca Zottis -. Purtroppo le schede lo confermano e, anzi, lo incentivano. Sono il frutto di una decisione unilaterale da parte della Giunta Zaia, che deve essere assolutamente rivista”.

 

Si apre il confronto

“Ora trasmetteremo l’intera documentazione in Consiglio regionale per il proseguimento dell’iter e il confronto con i consiglieri e i gruppi, che sarà attento e approfondito - ha sottolineato il presidente della regione Luca Zaia -. Con questo atto si chiude di fatto una complessa opera di riprogrammazione pluriennale della sanità veneta”.

“Le schede confermano 68 ospedali, 754 reparti, 19.800 posti letto complessivi, e la strutturazione in rete Hub &  Spoke - ha spiegato l’assessore alla sanità Manuela Lanzarin -. Le schede guardano anche in concreto alla prospettiva della nascita del nuovo ospedale di Padova con valenza almeno nazionale e con l’integrazione con l’Università”.

“La scelta proposta dalla riforma sanitaria, che mira a ospedali ad alta specializzazione e ad altri per patologie meno importanti, può essere buona, se saranno curati maggiormente gli aspetti logistici come i trasporti degli utenti - commenta Alberto Franceschini, presidente di Volontarinsieme – Csv Treviso -. Si possono cogliere in modo esplicito - o sottintese - linee di politica generale volte a superare l’universalismo del Servizio sanitario nazionale, a delegare al privato interi pezzi di assistenza, a marginalizzare il sociale e il ruolo dei Comuni, a scaricare sul cittadino costi insopportabili. In sostanza a superare il «modello Veneto», senza dirlo esplicitamente”.

Restano, dunque, tanti nodi da sciogliere: come sarà realmente perseguita l’integrazione tra sanitario e sociale? Che ne sarà degli ospedali di comunità - a oggi ancora mai partiti – che avrebbero dovuto accogliere pazienti dopo la fase acuta, ma non ancora in grado di essere dimessi? E’ davvero rinvigorito il privato in termini di posti letto ma anche, per esempio, di “acquisto” di visite per snellire le liste di attesa, e con quali prospettive? Quanto verranno coinvolti realmente i Comuni, i distretti, i soggetti sociali che da più parti hanno sollevato critiche? Come si farà fronte alla gravissima carenza di personale sanitario, medico e  infermeristico, stimato oggi in 1.295 medici in Veneto a cui si sommano i 357 dei posti non ricoperti dai concorsi?

La partita, come per molte altre questioni collegate al piano, dalla non autosufficienza ai servizi sul territorio, è ancora aperta.

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