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Padre Gigi Maccalli: "L'altro non è un nemico"

E’ il messaggio del missionario, vittima di un rapimento durato oltre due anni, nel deserto del Sahara. Il religioso è stato ospite lunedì scorso a Maerne. “Il deserto interroga molto. Mi sono posto tante domande e sperimentato il totale affidamento”. Non senza vivere il perdono e seminare fraternità

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Padre Gigi Maccalli

“Dopo averli perdonati, o, almeno, spero di esserci riuscito, nel momento in cui stavo per diventare libero, ho detto a uno dei miei carcerieri: «Che Dio ci faccia capire un giorno che siamo tutti fratelli». Lui, in quel momento, ha risposto di no, che solo i musulmani sono fratelli tra loro. Ma in questo tempo ho capito che la proposta del Vangelo è seminare fraternità”. Padre Gigi Maccalli, missionario della Società missioni africane (Sma) risponde alle nostre domande poco prima di incontrare la comunità di Maerne, in una serata che si è svolta lunedì 13 dicembre (foto Giorgio Scaramuzza). Il suo è il racconto del lungo rapimento, di cui è stato vittima per due anni e tre settimane, un periodo trascorso sempre all’aperto, in mezzo al deserto, tra Niger, Mali e Algeria, in mano a un gruppo di estremisti islamici. Il diario di quel lungo periodo è diventato un libro, “Catene di libertà” (Emi), che il religioso sta presentando in queste settimane.

Soprattutto, quella di padre Gigi è una testimonianza di Vangelo, nella sua essenzialità. Una testimonianza purificata da un’esperienza, davvero, di deserto, fisico ed esistenziale. E ulteriormente rielaborata, dopo la liberazione, in un periodo fatto di “incontro con la Parola di Dio, letture, camminate”.
Spiega padre Maccalli: “Il deserto interroga molto, mi sono posto tante domande, sulla sofferenza innocente, mi sono sentito come il biblico Giobbe, ma anche in comunione con le sofferenze del mondo. Certo, quanto mi è accaduto ha rappresentato un cambiamento totale”.

A partire dal rapporto con Dio, come emerge nel libro da una intensa “lettera”: “Il deserto era fuori di me, ma anche al mio interno. Mi sono sentito abbandonato, dopo 21 anni di servizio missionario bello, ho vissuto un combattimento con Dio. Ma ho iniziato a scavare, ad andare in profondità, a sperimentare il totale affidamento. Ho capito che Dio è totalmente altro, è al di là della Parola, che essa si nutre proprio del silenzio. Gesù stesso, nel silenzio, di notte, si ritrovava unito al Padre”. Il filo, del resto, non si è mai interrotto, e padre Gigi ha continuato a celebrare la messa, “offrivo la mia vita spezzata. La messa non è un semplice rito, è una vita donata”.

Ma l’esperienza del rapimento ha purificato, nel missionario, anche le relazioni con i fratelli: “Non parlerei immediatamente di fraternità. Di fronte ai miei carcerieri, ho cercato di partire dall’idea che tutti sono persone, di costruire un dialogo sull’umanità. Di fatto, è quello che ho vissuto nella mia esperienza missionaria: umanizzare le relazioni, nella vita quotidiana, nella speranza che poi l’altro si apra alla domanda. La relazione nella vita è essenziale. Così, ho curato il mal di denti di un mio carceriere, a un altro ho insegnato il francese. E questo senza disconoscere il crimine grave di cui ero vittima. Non mi pare di essere stato coinvolto nella «sindrome di Stoccolma» e di essermi legato ai carcerieri, ma devo riconoscere che essi stessi sono vittime di ferite e ingiustizie, in fin dei conti i veri ostaggi sono loro”.

E’ così che, pur in un’esperienza tremenda, non è venuta meno in padre Maccalli la convinzione che il dialogo sia alla base della convivenza: “Purtroppo, ora avanza un islam radicale, anche nell’Africa sub-sahariana. Però, non dimentico che ho avuto amici musulmani che hanno pregato per la mia liberazione. Tutte le guerre finiscono, e lo scontro non è la strada. Serve ascolto, non armi e bombardamenti. Un ascolto lungo e faticoso. Nessuno nasce violento”.

A partire da questo atteggiamento, nasce il perdono sincero: “L’ho detto e offerto anche a loro, convinto che non sanno quello che fanno”.
La testimonianza di padre Maccalli, che dopo qualche minuto è risuonata nella chiesa di Maerne, fa capire le parole pronunciate da papa Francesco: “Noi ti abbiamo sostenuto con la preghiera, ma tu hai sostenuto la Chiesa”.

Il missionario conclude con un augurio: “Natale significa accogliere il principe della pace. Nasce da relazioni disarmate, capaci di perdono. Significa essere messaggeri di pace e fratellanza. Durante la mia prigionia sono stato in catene, ma non torturato. Eppure, mi hanno ferito profondamente gli insulti. Dopo essere tornato in Italia, ho ascoltato parole violente, nella politica, nello sport, in altre situazioni. Questo il mio invito in occasione del Natale: se vogliamo disarmare le mani, disarmiamo le parole, il cuore, gli sguardi. L’altro non è un nemico”.

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