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Parte degli ecocentri il racket dei rifiuti elettronici

Il fenomeno si ripete sempre più spesso negli ecocentri trevigiani: persone, quasi sempre nordafricane, chiedono agli utenti di consegnare loro i rifiuti, soprattutto tecnologici. A volte gli operatori vengono minacciati. Inizia da qui una catena, un redditizio gioco criminale, che transita per improvvisati depositi, passa per i porti e arriva nel terzo mondo.

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Parte degli ecocentri il racket dei rifiuti elettronici

Un’auto arriva all’ecocentro - fino a qualche tempo fa si chiamava “Cerd” - gestito da Contarina, in un paese della Marca trevigiana. Il guidatore scende ed inizia a sistemare le cose che ha portato con sé negli spazi appositi, perché vengano correttamente smaltiti. Ha con sé anche degli oggetti tecnologici - una stampante e un lettore dvd - e un paio di pentole ormai rovinate. Ma non appena cerca di orientarsi viene avvicinato da un nordafricano che, con fare circospetto, chiede se può portarsi a casa queste cose. Gli operatori sono molto occupati, è sabato mattina, ci sono auto in coda, utenti che hanno bisogno di essere orientati.
La scena appena descritta si sta ripetendo molte volte, sempre più spesso, negli ecocentri trevigiani. Con possibili diverse reazioni e alcune “varianti”. Già, la risposta dell’utente non è scontata. In fin dei conti il suo obiettivo è di liberarsi dei “rifiuti”. Considera tali una padella ormai rigata e scrostata, un dvd che funziona ad intermittenza, una stampante ancora abile all’uso ma ormai superata. E quindi cosa interessa a lui se il rifiuto finisce nelle mani di un’altra persona invece che su un container? Ma il bravo cittadino-utente può anche essere consapevole che se porta una cosa all’econcentro è perché dev’essere buttata. Se avesse voluto fare della beneficenza di sarebbe comportato in altro modo. E’ facile, quindi che sia infastidito dalla richiesta e che risponda negativamente. L’atteggiamento del nordafricano, poi, può anche risultare fastidioso, o perfino molesto e aggressivo.
Gioco criminale
E’ difficile, comunque, che il cittadino-utente sospetti di trovarsi dentro un gioco più grande, un gioco criminale. Meglio: un vero e proprio racket. L’anonimo nordafricano non è un povero diavolo che “gioca in proprio”, ma l’ultimo anello di una catena che parte dall’ecocentro, transita per il porto di Genova o di Venezia e finisce nel terzo mondo. Per questo lo “strano” interesse intorno agli ecocentri - diversi sono stati anche gli episodi di furti notturni di materiale tecnologico - comincia a suscitare l’attenzione di molti, oltre che la protesta crescente di sindaci e cittadini. “E’ vero - conferma il direttore del consorzio di bacino Priula Paolo Contò -. Siamo di fronte ad un racket, come c’è quello della droga o della prostituzione. Il traffico di rifiuti, soprattutto tecnologici, è molto redditizio. I cittadini non sempre sono consapevoli che non è consentito loro di consegnare materiale a terze persone dentro il perimetro degli ecocentri. Gli operatori sono ben formati, ma non sempre riescono ad intervenire. Molto spesso vengono minacciati, ci sono stati un paio di episodi gravi. Noi abbiamo rafforzato la nostra vigilanza, ci sono due auto che girano costantemente. Abbiamo fatto decine e decine di denunce”. Ma dalle Forze dell’ordine, costantemente sotto organico, non sono al momento arrivate risposte che indicano la volontà di affrontare il fenomeno nella sua globalità.
Una rete pericolosa
La filiera inizia dai “pesci piccoli”, quelli appunto che stazionano negli ecocentri o appena fuori. Prosegue con i depositi sparsi in molti paesi, a volte quasi alla luce del sole, ce ne sono a Carbonera, a Castagnole, a Caerano. Poi c’è il trasporto verso i porti, soprattutto quello di Genova. “E’ un vero e proprio traffico illecito di rifiuti”, conferma Contò. Con rischi concreti di inquinamento. “Spesso vengono abbandonati residui, scarti, mentre le cose che servono o le materie più costose e rare, che abbondano ad esempio negli smartphone, sono portate via. E’ il fenomeno della cannibalizzazione dei rifiuti tecnologici, ad esempio i frigoriferi sono privati del compressore del fluido. Anche noi paghiamo costi consistenti: vigilanza, denunce, pulizia di rifiuti”. L’organizzazione, è composta da manovalanza straniera, ma spesso le menti sono italiane. Le rotte più frequenti sono quelle della Cina, dell’Africa, dell’Est Europa. Se si considera che imbarcare un container costa circa 4mila euro, è evidente che il traffico per essere redditizio deve muovere parecchi soldi.
Una situazione che sta diventando, insomma, insostenibile. Cresce la protesta dei cittadini e in particolare all’ecocentro di San Giuseppe, l’unico della città, la situazione sembra ormai fuori controllo. Una situazione che rischia, tra l’altro, di vanificare gli sforzi fatti finora per avvicinare i cittadini alla differenziata e anche alla frequentazione degli ecocentri. “Andare al Cerd” è diventata una consuetudine per tante famiglie trevigiane, come si può leggere nella scheda qui sotto. Ed è bene creare le condizioni perché lo possano fare in modo tranquillo.
Bruno Desidera

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