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Per uscire dalla crisi serve solidarietà e un lavoro "nuovo"

Le Acli indicano la via per uscire dalla crisi economica e sociale causata dalla pandemia. "A fronte di una comune incertezza, il prezzo più alto è stato pagato dai lavoratori più fragili e meno tutelati. Occorre un lavoro più giusto, più dignitoso, più eguale".

Per uscire dalla crisi serve solidarietà e un lavoro "nuovo"

Fin dall’inizio della pandemia ci accompagna il pensiero che “siamo tutti sulla stessa barca”. Ora però, con l’avanzare della crisi economica e sociale, appare sempre più evidente come i passeggeri di questa simbolica imbarcazione stiano navigando in classi ben differenti.

Pur nella diversità dei nostri due territori e dei rispettivi sistemi produttivi, le realtà trevigiana e veneziana sono entrambe paradigmatiche di come la pandemia abbia accentuato le disuguaglianze, anche tra gli stessi lavoratori.

A fronte di un comune senso di incertezza e preoccupazione, il prezzo più alto è stato finora pagato dai lavoratori più fragili e meno tutelati, o perché impiegati nei settori e nelle aziende più colpiti dalla crisi, o perché titolari di rapporti di lavoro precari e non continuativi.

Come testimoniano anche i dati di accesso ai servizi Acli, la crisi colpisce soprattutto i contratti con poche tutele, che già in tempi normali generano nei lavoratori un profondo senso di insicurezza. Ora, con l’accelerazione negativa impressa dalla pandemia, il rischio è di abdicare definitivamente all’idea di poter costruire, tramite il lavoro, una progettualità per il proprio presente e per il futuro.

Ci pare quindi evidente come occorra rispondere all’emergenza, ma anche gettare le basi per un lavoro “nuovo”. Sul primo fronte, i vari provvedimenti di questi mesi hanno dato una risposta minima ma non sufficiente, come testimoniano le statistiche sull’aumento della povertà assoluta. Per questo proponiamo la via di una nuova solidarietà tra lavoratori, per contribuire a ridurre dal basso le disuguaglianze appena descritte. Attraverso un contributo volontario e libero nell’ammontare, tutti coloro che non hanno sofferto gli effetti economici del Covid possono offrire un sostegno a chi invece è maggiormente in difficoltà. Magari usando come mediazione i fondi di solidarietà istituti Patriarcato di Venezia e dalla Diocesi di Treviso a favore delle famiglie in difficoltà a causa della pandemia, in cui l’aiuto va di pari passi con il tentativo di ricucire un tessuto sociale fatalmente sfilacciato da quanto successo nell’ultimo anno. Allo stesso tempo occorre fare un passo in più e cogliere l’occasione di questo tempo di crisi per ripensare il lavoro e il suo significato, per il singolo e per la comunità. Perché se è vero che l’unica vera uscita dalla crisi è l’investimento sul lavoro, non possiamo più accettare che esso sia precario o svalorizzato a tal punto da far comunque permanere il lavoratore in uno stato di bisogno. Non possiamo accettare che si investa in strumenti e macchine senza credere e investire nel capitale umano. Occorre un lavoro più giusto, più dignitoso, più eguale. Occorre sviluppare imprenditorialità, capacità professionali, cultura del lavoro in grado di produrre valore. Perché conviene a tutti che tutti stiano bene.

Una sfida grande, una sfida di tutti, in cui come Acli, corpo intermedio fedele ai lavoratori, vogliamo metterci in gioco, stimolando il cambiamento e collaborando per la costruzione di una società migliore in cui il benessere di pochi non si basi più sulla sofferenza di molti. 

Le Acli parteciperanno alla celebrazione che il vescovo di Treviso, mons. Michele Tomasi, presiederà il 1° maggio alle 10.30 a San Giuseppe di San Donà.

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