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Piano casa 3: Veneto “a tutto volume"

Il terzo Piano casa della Regione continua a puntare su ampliamenti e ristrutturazioni, con il plauso degli artigiani e le perplessità dei sindaci, visto che i Piani regolatori comunali vengono di fatto “zittiti"

Parole chiave: Edilizia (29), Piano casa (8), Virginio Piva (1), Regione Veneto (196)
Piano casa 3: Veneto “a tutto volume"

aSi gioca tutto sulla volumetria il Piano casa del Veneto. Si tratti di ampliamenti, ristrutturazioni, recuperi: la compensazione (e il vantaggio per il proprietario) va tutta su un aumento del volume edificabile. Compensazioni che hanno consentito incrementi in ogni dove, purché non venisse violato il codice civile. Per quanto riguarda il risparmio fiscale ci ha invece pensato lo Stato che anche per il 2015 ha previsto uno sconto fiscale, spalmato in 10 anni, del 50 per cento (65 per cento per interventi di risparmio energetico). Si è temuto e si teme ancora una specie di Far West urbanistico, visto che i sindaci e i loro piani regolatori vengono di fatto zittiti.
L’Edilcassa del Veneto ha tirato un primo bilancio lo scorso 16 gennaio, monitorando le domande presentate a partire dal 2009 e in proiezione fino al 2014. Sono 72mila quelle accolte, circa 8mila sono state bocciate. Nella maggior parte dei casi si è trattato di ampliamenti del 20 per cento e solo per il 4 per cento di demolizioni e ricostruzioni. Mediamente i piccoli proprietari hanno ampliato di 160 metricubi. In base a questi dati la Confartigianato, socio fondatore di Edilcassa, plaude ai tre Piani casa del Veneto. “Senza questi piani - ha detto il suo presidente Luigi Curto - la dinamica dal 2009 al 2014 del settore edile sarebbe passata da -14,5 a -17,0 per cento, il che avrebbe aumentato il numero di imprese in crisi di ulteriori 8mila unità e messo in difficoltà ulteriori 14mila addetti. In altre parole le 80 mila domande ed i 3,2 miliardi di investimenti attivati tra il 2009 e il 2014 è come se avessero garantito la salvaguardia di 8mila imprese e di 14mila posti di lavoro”. Insomma attraverso una serie di calcoli e ipotesi di scenario, aziende edili e molti posti di lavoro sarebbero stati salvati con i Piani casa.
Tra la provincia di Treviso e quella di Vicenza c’è stato un testa a testa tra chi ampliava di più: a dicembre 2014 Treviso si sarebbe fermata a 16mila domande e Vicenza dovrebbe superarla di circa 700 domande. Venezia invece resterebbe 2mila domande indietro. Nel 2014 si ipotizza alla fine un incremento di circa l’11 per cento delle domande legate al Piano casa e questo è l’unico dato negativo, perché risulterebbe in flessione rispetto al 2013 il numero delle domande presentate, in flessione anche la media dell’investimento per singolo intervento: 39mila euro contro i 45mila del 2013. Evidentemente chi voleva fare interventi edilizie e ne aveva la possibilità economica è intervenuto subito, già con i primi piani casa. Nei comuni non capoluogo 10 famiglie su cento hanno usato il piano casa, molto più basso il numero nei capoluoghi, solo 2 famiglie su 100.
La situazione dell’edilizia resta difficile, anche se non mancano segnali di ripresa: sono diminuiti del 70 per cento i permessi per costruire e non si interviene sul 54 per cento del patrimonio edificato, che ha oltre 40 anni di età e spesso non è adeguato su molti aspetti della sicurezza e della prevenzione antisismica. Virginio Piva, presidente di Edilcassa Veneto, respinge le critiche che sono state fatte al Piano casa sul consumo del suolo. “Le dimensioni degli interventi medi nel settore residenziale sono stati pari a circa 160 metri cubi per intervento e il numero di interventi complessivi è pari a 4 interventi per kmq. In pratica è come se si fossero edificati 640 metricubi per chilometro quadrato! Un’inezia!”.

Che cosa si può fare

Alla fine il terzo Piano Casa ha visto la luce. L’ultima parola è stata della Giunta Regionale, che il 28 ottobre scorso ha approvato la circolare interpretativa che rimodulava alcuni punti del Piano, su cui il Governo nazionale aveva individuato dei pericoli per il territorio. Nella circolare si tiene dunque conto della difesa idrogeologica e si consente ai comuni di individuare aree o edifici per i quali non sarà possibile applicare il Piano Casa e di redarre un Piano attuativo per interventi superiori ai mille metri cubi. Si precisa il criterio della distanza massima dei 200 metri dal lotto origine per l’ampliamento e per familiari si intendono anche i conviventi “more uxorio”.
Il Piano Casa Ter scadrà il 17 maggio 2017, possono utilizzarlo per preservare, ricostruire, rivitalizzare edifici il proprietario i suoi familiari con l’obbligo di risiedervi. Serve anche per interventi di edilizia sostenibile, per le energie rinnovabili, per l’adeguamento sismico e le barriere architettoniche.
Vale anche per le case a schiera purché ogni casa abbia un accesso distinto. Il cuore sta nella possibilità di ampliare fino al 20 per cento o comunque un ampliamento fino a 150 metri cubi per le prima abitazioni. A questo 20 per cento si aggiunge un 10 per cento se l’edificio utilizza mezzi di riscaldamento almeno di classe b, un altro 5 per cento per adeguamento antisismico, insomma si può arrivare al 70 per cento in più rispetto al preesistente se si demolisce e si ricostruisce nello stesso lotto, se poi si usa bioedilizia si fa “bingo”, ovvero si può quasi raddoppiare, aumentare cioè dell’80 per cento. Si possono anche cedere questi diritti all’interno di un condominio, consentendo ad altri di realizzare l’ampliamento.
Si può derogare sulle distanze, basterà rispettare la distanza minima prevista dal codice civile: tre metri. Nei centri storici sono esclusi gli immobili che hanno specifiche misure di tutela. Tutto impossibile invece nella aree critiche dal punto di vista idraulico e geologico. Gli oneri urbanistici sono ridotti del 60 per cento nel caso di prime case e azzerati se la famiglia residente ha almeno tre figli. I Comuni possono ulteriormente ridurre questi oneri, ma sembra difficile essendo già stati costretti dal Piano a tagliare le loro entrate urbanistiche.

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